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Elogio dell’estate

In difesa della vacanza, quella lunga, all'italiana. C'è chi dice che tre mesi sono troppi. Ma l'ozio prolungato ha prodotto le narrazioni più belle.

La parola spagnola verano, con la sua radice che pare alludere alla “verità”, mi è sempre sembrata perfetta per descrivere la realtà aumentata dell’estate. L’etimologia è la stessa di primavera, e la verità non c’entra. Ver è una parola latina che vuol dire tempo. Dunque se la primavera era il primo ver, il primo tempo, l’estate invece era il tempo e basta.

Con la Spagna, l’Italia vanta le vacanze scolastiche estive più lunghe del mondo e, in barba alla crisi, Monti voleva accorciarle. Se l’estate è il tempo per eccellenza, infatti, continuare a ritagliarla sui ritmi della società agricola, appariva fuori tempo massimo.

Secondo alcune ricerche universitarie americane, la pausa lunga dà tempo agli scolari di dimenticare come si impugna una penna.

Contro Monti, si sollevò un’alleanza quanto meno ossimorica: il sindacato degli insegnanti, e gli imprenditori dell’intrattenimento estivo. Ma, prof sindacalizzati e gestori di parchi a parte, ci sono anche argomenti molto seri, sulla nocività delle vacanze lunghe. Secondo alcune ricerche universitarie americane, la pausa lunga dà tempo agli scolari di dimenticare come si impugna una penna (o, se preferite, come si accende un tablet), e questo tipo di regressione è molto più grave per i bambini di famiglie a reddito basso, troppo disinformate per iscriverli ai campus estivi. Un giornalista del Times, teorico dell’accorciamento delle vacanze, portò a sostegno della sua tesi l’argomento letterario di Tom Sawyer: il classico che associamo alla libertà estiva di scorrazzare nei campi, è in realtà ambientato per i due terzi durante il periodo scolastico – appena incomincia l’estate, Tom si ammala di morbillo e rimane chiuso in casa.

La mia idea è che un certo tipo di narrativa italiana – estiva, e adolescenziale – registri un fenomeno in controtendenza rispetto alla teoria dell’abbrutimento dovuto all’abbandono delle istituzioni: è come se, perfino grazie allo scarseggiare estivo di denaro, le generazioni di italiani cresciute nell’era del terziario, e in mancanza di campi da mietere, si fossero prese il lusso di produrre narrazioni.

Tale fenomeno, ma su più ampia scala, è stato descritto molto bene da Jon Savage nel suo L’invenzione dei giovani: questi individui che, col tramonto della società agricola, iniziarono a essere preservati dalle responsabilità produttive per essere liberi di tempestare il Novecento di sottoculture. Allo stesso modo, il trimestre estivo, in Italia, con il boom dell’industria e la fine del lavoro minorile nei campi, si è affermato come unità di misura del tempo dello studente, venendo a coincidere anche con la durata di gestazione di molte delle sue narrazioni. L’estate fa da sfondo a decine di libri e di film italiani degli ultimi decenni.

Il tipo di narrazione generata dalle vacanze estive italiane è insieme vitale e malinconico, come di un momento in cui, sovrapponendo il nostro corpo al disegno mentale di esso, per un attimo questi hanno coinciso, e poi non più. Il topos estivo principale è quello dell’aspettativa delusa. A un tempo così lungo, così vuoto, così eccezionale, ciascuno chiede incontri, cambiamenti, grosse svolte. Invece, le estati della pubertà passano nella perenne attesa di un qualcosa che non accade, per poi poterlo avvolgere come un souvenir nel racconto ipotetico della speranza.

Il topos estivo principale è quello dell’aspettativa delusa. A un tempo così lungo, così vuoto, così eccezionale, ciascuno chiede incontri, cambiamenti, grosse svolte.

La fretta di concludere dello springbreak è meno adatta a generare, in chi le vive, una tensione narrativa che sfoci nel racconto. Vacanze così corte hanno fretta di far precipitare gli eventi, necessità di presenza e partecipazione in ogni singolo momento, e quindi è difficile che chi li attraversa, ci scavi dentro i momenti di alienazione che producono il racconto interiore. È anche difficile rimanerne macroscopicamente delusi, come si rimane delusi dall’estate italiana.

Quest’anno, il caso cinematografico Springbreakers ha provato a mettere in scena le vacanze primaverili americane, ma l’ingordigia propria dell’evento ha trasmesso anche gli sceneggiatori una tale sete d’azione da far sfociare una buona prova d’autore nella solita carneficina alla Elephant. Il montaggio, che associa l’audio di una scena successiva a quella precedente, trasmette proprio quella sensazione che dicevo: di chi corre nel tempo, e non gli sembra mai che i lembi del suo corpo coincidano con la sua idea dello stesso.

In Italia, la tradizione narrativa natalizia inaugurata trent’anni fa è quella, comica, dei cinepanettoni. Sarà un caso, eppure, in Italia, a Natale, una narrazione improntata alla velocità, alla frivolezza, alla carnalità, e alla bellezza senza velo, va a coincidere con un ristretto periodo di vacanza, consumistico, e che registra le più alte vendite ai botteghini. In Giappone, le vacanze di primavera vanno hanno preso il nome di Golden Week, poiché coincidono con il picco di vendite di biglietti cinematografici. In Francia, ci sono le petites vacances, che, nel 2007 hanno dato il titolo a un thriller, a riprova di come una breve pausa sia l’occasione per il racconto dell’eccesso, e una lunga, per la poesia.

In Brasile, las férias do verão si presentano, sulla carta, come le vacanze estive più imbattibili del globo. Iniziano verso il 18 dicembre, e finiscono col carnevale di Rio, con un intermezzo di gennaio tutto spiaggia e caipirinha. Questa storia di sovrapporre natale e carnevale con ferragosto trasforma la stagione della contemplazione in una maratona consumistica, il cui frutto principale sono le ballate latine della sensualità frettolosa che spopoleranno da noi l’estate dopo.

Il racconto giovanile dell’estate italiana è invece un non-racconto, o un racconto dell’inazione. Un saggio di questo ricco niente è La controra di Antonio Pascale, in cui il ragazzino dodicenne si allontana dai genitori in crisi per immergersi nella calura deserta e proibita della controra, l’ora postmeridiana in cui nessuno esce di casa, e poi incomincia a ingrassare assurdamente, fatalmente.

Io non ho paura di Niccolò Ammaniti è una storia ricca d’azione, e pure presenta quell’indugiare sulle cose inerti, tipico del nulla estivo. Così, come esalati dalla stessa terra dove si nasconde il bambino rapito dalla famiglia di Michele, salgono i mostri dal grano. Se li è inventati Michele per scagionare i suoi genitori dall’orribile delitto di cui, inconsciamente, li sa complici.

L’estate è anche il racconto della maturazione, secondo un movimento mimetico con la natura, ma anche perché è l’occasione dei primi approcci col corpo dell’altro sesso.

L’immaginazione della solitudine e dell’abbandono dei grandi è presente anche nell’Uomo fiammifero di Marco Chiarini, storia spielbergiana di Simone, bambino che il papà ubriaco lega alla tavola con una corda, per impedire che scappi di casa mentre lui dorme su una sedia. Liberatosi dalla presa, Simone, proprio come un Tom Sawyer, ma davvero vacanziero, scavalla per la campagna abruzzese alla ricerca dell’uomo fiammifero, una creatura mezza-cerino di cui gli parlava la mamma quand’era viva. L’estate è anche il racconto della maturazione, secondo un movimento mimetico con la natura, ma anche perché è l’occasione dei primi approcci col corpo dell’altro sesso. L’estate di Giacomo, di Giacomo Comodin, è la favola di un sedicenne sordo che va al fiume con un’amica d’infanzia, e i due finiscono per entrare in una specie di buco del tempo, dove il pomeriggio dura tutta l’estate.

Cesare Pavese dedicò un libro alla Feria d’agosto: una voragine straordinaria che si apre nella vita di ognuno, e da riempire affannosamente di cose. In verità, vi si legge, siamo tutti in attesa. La compagnia che ci facciamo serve a distrarci dalla varia attesa (…). Non si sfugge, nemmeno nell’acqua, alla solitudine e all’attesa. Che cosa deve dunque accadere? Ma siamo tutti inquieti: chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto, e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa, che ci fa trasalire la pelle nuda.

Mediterraneo di Salvatores, il film più estivo e italiano della storia del buon cinema, è un film di adulti, ma di adulti che potrebbero essere bambini sfuggiti al lavoro nei campi per oziare. Vi si racconta la guerra attraverso la non-guerra di un distaccamento militare parcheggiato in Grecia – un’altra Italia.

Ho provato a immaginare una scuola ridisegnata sul calendario del lavoro: un ri-racconto nazionale, che finirebbe per trasformare il nostro martedì grasso e il mercoledì delle ceneri in una festa pagana della neve, e la Pasqua in uno springbreak. Ho immaginato efficientissimi campus agostani a cui accedere tramite certificazione ISEE, per vedere incasellate in tabelle le ore dei compiti, quelle del nuoto e quelle del gioco libero. E pur non essendo né montessoriana, né amante del ritorno alla lentezza in generale, ho pensato che anche per i nativi digitali, l’estate del calendario agricolo – quella d’oro per il raccolto, e non per gli incassi – è un deserto perfetto dove coltivare storie.

 

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