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Edgardo Franzosini, impiegato dell’assurdo

Mentre Sellerio ha ripubblicato Il mangiatore di carta, abbiamo intervistato uno dei più originali scrittori italiani, quello che potremmo considerare il nostro Bolaño.

«Alla fine degli anni Ottanta mandai il mio primo libro, Il mangiatore di carta, a due case editrici» mi racconta la prima volta che ci vediamo. È il 2010. Siamo a Milano, in un piccolo bar di via Vigevano, e qualche giorno fa ho conosciuto per caso suo figlio Sergio, commesso del Libraccio. Gli ho estorto il numero di telefono del padre, ho ottenuto un appuntamento. «Lo mandai alla Sugarco e alla Sellerio», racconta, torcendosi le dita, forse perché io lo subisso di moleste domande da consulente editoriale. «Pensavo che per il genere di libri che pubblicavano potesse loro interessare. Sugarco di lì a non molto mi contattò, fu Gigi Guidi Buffarini a chiamarmi, un uomo dalla cultura sterminata, tra i primi a portare in Italia autori come Fante, Hesse e Bukowski. Ma accadde una cosa molto strana, sai?».

«Cosa?». Immagino i soliti rifiuti, la prassi delle incomprensioni. «Dopo circa un anno, mi arrivò una lettera della signora Sellerio che mi scriveva di non aver mai ricevuto risposta a una sua precedente lettera in cui si diceva entusiasta e disponibile a pubblicare il libro. Quella prima lettera, in realtà, non l’avevo mai ricevuta perché in quel periodo il portinaio dell’abitazione in cui vivevo non mi consegnava la posta su ordine del padrone di casa. Ero entrato in quell’appartamento in maniera non proprio illecita, ma un po’ furtiva sì: subentrando a un amico che continuava a risultare titolare del contratto di affitto. Ne era nata una battaglia tra me da una parte, e il padrone di casa e il portinaio dall’altra» e qui si mette a descrivere il portinaio, e com’è fatto, e come forse da giovane ha conosciuto Alberto Savinio. «La cosa aveva avuto anche dei risvolti comici: se per un portinaio non esisti quando deve consegnarti la posta, non puoi essere stato certo tu ad abbandonare per le scale quel cavolo di sacchetto della spazzatura o a piazzare davanti alla guardiola un vecchio scaldabagno che hai appena sostituito!» si inalbera, come quando il cameriere ci porta i caffè e lui sbotta come un bambino: «ma il mio è bruciato!».

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«La faccenda in qualche modo si risolse,» va avanti nel racconto «ma nel frattempo tra le lettere che non potei mai leggere ci fu anche quella della signora Elvira Sellerio. Le scrissi solo molti anni dopo, raccontandole la storia. Le dissi anche che mi dispiaceva molto per l’occasione perduta in quel modo così particolare, ma che il mio rammarico non poteva andare oltre un certo limite. Il destino aveva infatti voluto che alla Sugarco conoscessi la giovane responsabile dell’ufficio stampa, a cui Gigi aveva raccomandato testualmente: “Stagli vicino, è un autore a cui tengo”. Qualche anno dopo ci siamo sposati e Gigi è stato il nostro testimone di nozze. Ora l’anello si è chiuso, perché Sellerio pubblica una nuova edizione del Mangiatore di carta. Ho deciso di dedicarla a Gigi, che da qualche anno non c’è più».

A parlare è Edgardo Franzosini. E le sue piccole biografie immaginarie di attori, artisti e letterati poco noti al grande pubblico sono nel frattempo diventate cult per molti esordienti italiani dell’ultimissima generazione (soprattutto di minimum fax, Nottetempo e Tunué), quantunque questo signore con la faccia da scienziato pazzo non indossi mai giacconi di Matchless, non sia su Facebook, non fumi nemmeno sigarette iQOS, Basso Cannarsa non lo abbia mai fotografato con i calzoni strappati e il Naviglio Grande dietro. Ha pubblicato diversi libri con Adelphi, squisitezze editorialmente incollocabili che sono trappole per i cinefili e per gli studenti di Brera. Il mangiatore di carta, appena riedito da Sellerio, racconta alcuni anni della vita di Ernst Johann von Biron, divoratore non metaforico di libri vissuto nel Settecento, scoperto dall’autore tra le pagine delle Illusioni perdute di Balzac.

Edgardo Franzosini è un impiegato dell’assurdo. Indossata la sua giacchetta di fustagno e l’immancabile camicia azzurra («qualcuna è azzurra con una righina di un altro colore»m ci tiene a precisare), Edgardo Franzosini, sessantacinque anni, milanese con la passione per il Canton Ticino, ogni mattina si dà una ravviata agli einsteiniani capelli bianchi e imbraccia lo stesso zainetto beige oggi stipato di taccuini, mozziconi di matita, cartelle, ma che per trentacinque anni ha portato con sé nella banca in cui era assunto. Poi, uscito di casa, prende la metro da Porta Genova a San Babila, raggiunge la Biblioteca Sormani. Si ferma al banco di ricevimento e chiede se sono arrivati i suoi libri – libri impossibili da trovare, se ormai lo conosco, e non ho detto improbabili: impossibili. Fuori catalogo da mezzo secolo, mai usciti in italiano se non nei vagheggi dell’autore, autoprodotti, fotocopiati… Si sceglie un posto appartato e inizia a lavorare instancabilmente fino alle sei. Piergiorgio Nicolazzini, suo agente, dice: «È incredibile l’ossessione che riserva alle sue piccole storie, e quanto sia modesto, potrebbe aspettare per anni la risposta di un editore senza battere ciglio, come faceva Echenoz con Jérôme Lindon».

Nemmeno la ragazza di turno al bancone della biblioteca si capacita di cosa venga a fare questo qui ogni santo giorno, da ormai dieci anni, il catalogo dei testi che si fa ordinare o che chiede di consultare – biografie di personaggi molto plausibilmente mai esistiti, manuali di ingegneria meccanica, di etologia e di botanica, studi accademici sullo scrittore di fantascienza Jacques Spitz, e la lista non finirebbe più – parrebbe la stessa di qualche professore imbolsito della Cattolica, ma la bella fanciulla è all’oscuro delle finalità degli studi di Edgardo. E che per un’indole equilibrata come la sua, ad esempio, l’attore Bela Lugosi si sia a un certo punto veramente trasformato in vampiro. «Certo, certo, è un fatto che ormai in pochissimi si sentono di contraddire» mi dice.

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A volte ha dovuto arrendersi davanti a personaggi che non prendevano vita. Spesso perché c’era poco materiale, altre volte perché il materiale era sovrabbondante. Ma Edgardo non li considera mai degli accantonamenti definitivi. Può sempre accadere, ed è accaduto, che qualcosa riaccenda improvvisamente il suo interesse e la sua fantasia nei loro confronti. «Ti cito un personaggio di cui avrei voluto raccontare per bene tutta la storia, ma che poi ho finito per mettere come elemento secondario in un racconto. Si tratta di Richard Buckminster Fuller, un uomo che nei primi decenni del Novecento prese l’incredibile decisione di documentare la propria vita nella maniera più completa e assoluta, raccogliendo e conservando ogni cosa avesse a che fare con essa: lettere, cartoline, biglietti del tram, del treno, dell’aereo, fatture, scontrini, ricette mediche».

Dice un famoso editor americano, dovrebbe essere Eggers, che lo stile di uno scrittore lo riconosci dal modo in cui presenta il manoscritto. Ora che ho la fortuna di leggere i suoi libri in anteprima, posso dirvi che l’oggetto di un manoscritto di Edgardo, ai miei occhi, introduce sempre ben altro che il contenuto bizzarro di una sua “biografia immaginaria”. Sarà che un nome così altisonante pretende una sobrietà in tutto il resto, ma il font che usa è un severo Times New Roman, il corpo 12, l’interlinea lasca come un corridoio in stile Archizoom. Il tutto viene sigillato, mah, in un sacchetto del pane. Il giorno del nostro primo appuntamento mi porta alcuni suoi inediti, e della mia prima lettura di Sotto il nome del cardinale ricordo una fragranza di pane tra questi fogli che parlavano di scoperte elettrizzanti: Borromeo che cattura Ripamonti e lo costringe in uno scantinato, il Vaticano che non risponde alle lettere del recluso, i plagi di Manzoni. Sembrerebbe una cronachetta di Sciascia riscritta da un amanuense impazzito.

«Infatti gli appunti li prendo a mano, come un amanuense impazzito», passa a raccontarmi quella sera del 2010. «Se uso il loro pc non mi rimane niente in testa». Certi, rileggendoli a distanza di qualche tempo, risultano a Edgardo stesso enigmatici, sembrano messaggi in codice. Un giorno due guardie di finanza fermano Edgardo mentre va in Svizzera, alla stazione di Chiasso. Gli fanno vuotare le tasche e passano un po’ di tempo a cercare di interpretare le frasi misteriose che compaiono sul suo libretto di appunti. Questo è Edgardo, un personaggio di Bolaño che con Bolaño ha molto a che fare.

Avendo assistito da molto vicino alla grande mitizzazione di Bolaño e a quella minuscola di Edgardo, più conforme al suo animo, negli ultimi anni mi sono convinto che i suoi libri segnino una marcatura netta tra chi Bolaño lo ha capito davvero e chi no: chi non è a modo suo un seguace di Franzosini. Per il lettore un po’ alla buona, il terminus technicus dei romanzi di Bolaño è infatti la famosa «oasi in un deserto di noia». Una certa mancanza di regime, al quale Franzosini invece non si sottrae mai a cominciare dalle lunghezze, è l’attributo più in vista dei grandi libri di Bolaño, di cui Edgardo mi sembra l’unico in grado di irreggimentare gli sterminati sogni nei suoi piccoli libri, fatti di piccole e composte allucinazioni.

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È come se i piccoli libri di Edgardo, un Conan Doyle in grado di scovare dettagli incorporei dalle vite e dalle storie che legge ogni giorno, si siano installati come minuscoli aculei nel mito che gli scrittori italiani hanno fatto di Bolaño, proprio perché poggiano anche loro su qualcosa che somiglia all’illegittimità. Tutti in apparenza equilibrati e carichi di bon ton, anche se abnormi per slancio metaforico. Il rigore e la fantasia di cui hanno bisogno i giovani scrittori, e che in Franzosini abbiamo trovato formalmente capovolta. «Considero Bolaño uno degli scrittori più importanti degli ultimi cinquant’anni. Stella distante, La letteratura nazista in America e Monsieur Pain sono i suoi libri che ho amato di più. E ci sono degli autori che sono stati importanti per lui, per sua stessa ammissione, che sono stati importanti anche per me. Uno di questi è Daudet».

Edgardo mi racconta che anni fa a Locarno, per il festival del cinema, Herzog tenne una lezione-conversazione sui suoi film. Illustrò quello che era il suo concetto di rappresentazione della realtà. Disse, più o meno: non dovete credere che le telecamere poste al di fuori delle banche registrino la realtà vera, è un errore grossolano. La realtà vera più profonda è un’altra, quella che a volte ha bisogno di essere rappresentata con una menzogna per risultare autentica, e raccontò che i due uomini, che nella prima inquadratura del suo Echi dal profondo si trascinano carponi sulla superficie di un lago ghiacciato sotto il quale si trova una chiesa, come due penitenti che espiano in quel modo i loro peccati, erano in realtà due ubriaconi che non si reggevano in piedi e che Herzog convinse a passare davanti alla cinepresa. È la stessa idea di realtà camuffata, aumentata, stilizzata con la quale Franzosini cerca di raccontare le sue storie.

 

In testata: sculture di Rembrandt Bugatti (Getty Images).
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