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Ebola, sviluppi e cose da sapere

È davvero la prima volta che Ebola esce dal continente africano? A che punto sono i vaccini? Cos'ha questa epidemia di diverso dalla precedenti? L'Europa è a rischio contagio?

Con un bilancio dall’inizio del contagio in marzo di 887 morti (574 confermati) e 1603 infetti (1009 confermati; dati Organizzazione Mondiale della Sanità), l’attuale epidemia di Ebola in Africa Occidentale è la più grave di sempre o perlomeno dal 1976, quando il virus fu identificato, gli venne dato il nome di un affluente del fiume Congo e la sua diffusione nella Repubblica Democratica del Congo causò 280 vittime su 318 individui contagiati: uno dei tassi di fatalità (88%) più alti mai fatti registrare dalla malattia (il più alto in assoluto è del 90%, in Congo nel 2003; dati OMS).

Nonostante la specie di Ebolavirus che sta colpendo in Guinea, Sierra Leone, Liberia e Nigeria sia proprio del ceppo più aggressivo – lo Zaire (seguito in ordine di gravità da Sudan, Bundibugyo, Tai e Reston), già responsabile delle epidemie del 1976 e del 1990 – “fortunatamente” dopo aver “esordito” con un tasso di fatalità molto alto, intorno all’80%, la mortalità ora si è attestata su una percentuale leggermente più bassa, tra il 60 e il 70 per cento. Se nei primi mesi dall’iniziale focolaio in Guinea la notizia era passata quasi inosservata, nelle ultime settimane – specie da quando l’associazione Medici Senza Frontiere prima e il direttore dell’OMS poi l’hanno definita “fuori controllo” – l’epidemia ha iniziato a generare fenomeni di psicosi non soltanto nelle aree limitrofe al contagio ma anche in diversi paesi del cosidetto Primo Mondo, Italia inclusa.

Ecco quindi alcune delle cose da sapere in merito, per capire meglio cosa sta succedendo, cosa potrà succedere e quali sono, se ci sono, le ragioni per cui è lecito preoccuparsi.

Perché Ebola compare sempre e solo in Africa?

Posto che primati non umani affetti da Ebola Reston (un ceppo apparentemente “benigno” per l’uomo che però è anche l’unico a trasmettersi per via aerea) sono stati in passato identificati in Pennsylvania, in Texas e a Siena (nel 1992), all’interno di partite di scimmie provenienti dalle Filippine, la ragione per cui Ebola è finora comparso (quasi) solo in Africa è probabilmente legata all’animale – alcune specie di pipistrello della frutta – che fa da serbatoio naturale del virus e ne causa la trasmissione (zoonosi) all’essere umano e ad altri grossi mammiferi come il gorilla (la cui resistenza al virus è, se possibile, ancora più bassa della nostra). In passato almeno tre specie tipicamente africane di pipistrello della frutta sono risultate portatrici sane di Ebola. Si trattava in tutti i casi di specie che fanno parte della dieta delle popolazioni umane locali o con le cui secrezioni  possono venire facilmente in contatto dei nostri simili (ingestione di carni malate e contatto con liquidi corporei infetti sono due dei principali veicoli della zoonosi). L’individuazione di questo animale come unico serbatoio del virus è, peraltro, ancora allo stato di forte congettura e non si esclude del tutto che esistano altri animali serbatoio o un serbatoio Alpha da cui i pipistrelli “ricevono” il virus a loro volta.

Perché questa epidemia è cominciata in un’area che non aveva mai conosciuto Ebola prima d’ora?

Molti si sono chiesti perché invece di colpire dove aveva già fatto in passato (Congo, Uganda, Gabon, Sudan), Ebola si sia “spostata” in un’area migliaia di chilometri più a ovest. Detto che, come avvertono gli epidemiologi, si dovrà attendere la fine dell’epidemia per analizzarne meglio le cause, una possibile risposta ha provato a fornirla Daniel Bausch, un esperto di malattie tropicali dell’Università di Tulane, che ha sviluppato un’ipotesi, al crocevia tra ecologia ed economia, così articolata: 1) posto che non si può escludere che il virus fosse già presente in Guinea (anche se in questo caso sorprenderebbe la sua minima differenziazione – 3% – dal ceppo originale) senza essersi mai conclamato o venendo scambiato per un’altra influenza emorragica come la Guinea Lassa, endemica nella regione, c’è però anche la possibilità che 2) il virus sia arrivato solo di recente in Africa Occidentale ma difficilmente, date le distanze, a bordo di un ospite umano e molto più probabilmente proprio sul dorso di un pipistrello. Ed in effetti 3) tutte e tre le specie indiziate di diffondere la malattia sono anche specie note per la loro grande attività migratoria lungo tutto l’arco dell’Africa Sub-sahariana. Se poi a questo si aggiunge che 4) Guinea, Sierra Leone e Liberia sono tra gli stati più poveri dell’Africa, paesi in cui, a causa di guerre civili e politiche disastrose, gli abitanti delle comunità rurali si devono cibare di qualunque genere di fauna locale  per sopravvivere, pipistrelli inclusi, e che 5) la costante attività di deforestazione potrebbe essere causa non solo della grande siccità patita lo scorso autunno dalla regione (da cui un’intensificazione dell’attività venatoria) ma anche, soprattutto, dell’erosione dei confini che separano l’habitat umano da quello dei pipistrelli, si conclude che 6) dato che le condizioni appena elencate sono comuni a molte aree dell’Africa la vera sorpresa non è che Ebola abbia viaggiato così lontano, è che non lo avesse mai fatto prima.

Perché questa epidemia è così tanto più estesa delle precedenti?

Le ragioni sono numerose e l’ipotesi di Bausch fornisce già alcune risposte a questa domanda. Come racconta Hilde De Clerck di Medici Senza Frontiere, alla povertà e all’arretratezza delle aree colpite, si aggiunga che «È la prima volta che Guinea, Sierra Leone e Liberia hanno a che fare con il virus. La gente ha paura e ancora fatica a credere che la malattia esista davvero. Alcuni abitanti del villaggio vicino a Guéckédou (luogo del probabile “paziente zero”, ndR) in Guinea hanno anche accusato MSF di aver portato la malattia nella loro area. Un abitante del villaggio ci ha chiesto: “I nostri antenati non ci hanno mai parlato di questa malattia, quindi perché sarebbe arrivata proprio ora?”. Le comunità di qui non hanno familiarità con Ebola, per questo lavoriamo con degli antropologi come parte della nostra risposta all’epidemia. Questi antropologi ci assistono per aiutarci a capire meglio le popolazioni locali, e per facilitare i nostri rapporti con i pazienti e le comunità. Con un tasso di mortalità vicino al 90 per cento, quando la gente sente parlare di Ebola, pensa subito alla morte. Questo crea enorme paura e da alcune persone Ebola è percepito come una cosa prossima alla magia. Credono che dire “Ebola” ad alta voce li faccia ammalare e che, al contrario, negarne l’esistenza li protegga». Oltre all’inesperienza di fronte al virus e alle superstizioni c’è anche da considerare come – comparata all’Africa Centrale – l’Africa Occidentale sia più densamente popolata e le persone siano solite spostarsi più frequentemente, a volte anche per lunghi tragitti, il che ha portato il contagio a raggiungere (per la prima volta) grandi centri urbani come le capitali dei tre stati più colpiti, dove ovviamente la densità abitativa è esponenzialmente ancora più alta, così come il rischio che un malato possa prendere un volo per un altro paese. A tutto questo va infine aggiunta l’inadeguatezza delle strutture sanitarie e la scarsità di personale qualificato a disposizione, a cui l’OMS ha cercato di fare fronte con uno stanziamento di 100 milioni di dollari quattro giorni fa.

A che punto sono le cure e i test per un vaccino? Che cos’è il siero “misterioso” – peraltro così definito quasi solo dai giornali italiani – che sarebbe stato iniettato ai due malati americani?

Al momento non esiste nè una cura antibiotica nè un vaccino per Ebola. L’unico tipo di assistenza che si può dare ai malati per aiutarli a sopravvivere è mantenendone l’idratazione e la pressione sanguigna nella norma, dato che la natura emorragica dell’influenza abbassa questi valori a livelli letali. Esistono cure e vaccini in fase di test e dati, risalenti a un’epidemia del 1995, molto controversi e mai del tutto verificati che riferiscono di una percentuale di guarigione dell’80% in pazienti trattati con il sangue di convalescenti. Tra i prodotti in fase di sperimentazione (in realtà al momento più che altro in fase di stallo) c’è anche un possibile vaccino, chiamato TKM-Ebola, prodotto da un’azienda farmaceutica canadese che nel 2010 ha ricevuto un finanziamento da 140 milioni di dollari dal Dipartimento della Difesa americano, preoccupato di un possibile uso di Ebola a scopi terroristici. Secondo molti ricercatori, comunque, la sperimentazione potrebbe essere più avanti se solo gli interessi economici in gioco fossero più alti. Di fatto, secondo Vox, globalmente oggi si spende di più per trattare calvizia e disfunzioni erettili di quanto si spenda per trovare una cura alle febbri emorragiche tropicali. Tra i farmaci che hanno dato buoni risultati in fase di sperimentazione sulle scimmie c’è anche il ZMapp, il cosidetto “siero misterioso” iniettato a Kent Brently e Nancy Writebol. Che poi così misterioso non è, trattandosi di un tipo di farmaco, un cocktail di anticorpi monoclonali, che era stato citato proprio da Daniel Bausch nel corso di un’intervista apparsa, sempre su Vox, quasi una settimana fa. Lo stesso Bausch, interpellato ancora da Vox su come si dovrebbe usare un eventuale vaccino, ha risposto così: «Dovrebbe funzionare più o meno nel modo in cui attualmente gestiamo la febbre gialla: quando si accende un focolaio si va nella zona interessata e si vaccinano rapidamente almeno 100.000 persone che si trovano nell’area a rischio. Una cosa del genere, ma con un vaccino per l’Ebola. Andremmo subito lì a dire, il giorno successivo, abbiamo 100.000 dosi con noi e inizieremmo a proteggere le persone».

È davvero la prima volta che Ebola esce dall’Africa?

No. Nel 1988, nel 1996 e nel 1999 tre casi di Ebola (uno in Inghilterra non fatale e due in Russia entrambi mortali) sono stati registrati al di fuori del continente africano. In tutte e tre le occasioni si trattava di incidenti di laboratorio, di ricercatori che si erano iniettati il virus accidentalmente. C’è poi un quarto caso, in Europa, risalente al 1994: quello di una biologa svizzera trasportata, con il massimo della profilassi, all’ospedale di Basilea dalla Costa D’Avorio. La donna, che aveva tutti i sintomi di una febbre emorragica, rimase tra la vita e la morte per più di due settimane ma riuscì infine a guarire e fu dimessa senza una diagnosi certa. Solo dopo qualche mese di indagini a ritroso, fino al luogo in cui presumibilmente la ricercatrice aveva contratto il virus eseguendo un’autopsia su una scimmia, gli epidemiologi giunsero a un verdetto definitivo: si trattava di un nuovo ceppo di Ebola, fino ad allora ignoto, a cui in seguito fu dato il nome di Ebola Tai (dal parco dove la dottoressa lo aveva incontrato) o Ebola della Costa D’Avorio, una subspecie che da allora non si è mai più ripresentata in nessun essere umano.

Il mondo è a rischio Pandemia?

Premesso che, in questo momento, temere una possibile diffusione di Ebola nel Primo Mondo dovrebbe essere una preoccupazione marginale rispetto a sperare che non si diffonda ulteriormente in Africa, tutti gli esperti sono concordi nel rispondere un fermo no a questa domanda. Inanzitutto perché non si trasmette per via aerea ma per contatto diretto con i fluidi corporei dei malati, poi perché ha un decorso troppo rapido, un tasso di mortalità immediata troppo alto e infine perché è una malattia che non risulta contagiosa se non all’apparire dei primi sintomi, fattori che non agevolano la sua circolazione in “incognito” e rendono più facile circoscriverlo, specie se si dispone di strutture avanzate e procedure di profilassi adeguate. Queste sono anche alcune delle ragioni per cui – interpellato dal New York Times – il Dottor Massimo Galli, un esperto di malattie infettive dell’Università di Milano, ha dichiarato che i rischi provenienti dai migranti, per l’Italia sono minimi, poiché data la natura del virus e il lungo viaggio che devono compiere, essi manifesterebbero la malattia molto prima di arrivare sulle nostre coste. Un altro parere rilevante è quello di Peter Piot, direttore della London School of Hygiene and Tropical Medicine, nonché una delle due persone che ha scoperto il virus nel 1976: «Non mi preoccuperei di essere seduto a fianco di un malato di Ebola in metropolitana a meno che non mi vomiti addosso. Si tratta di una malattia che richiede un contatto molto ravvicinato». E, per quanto la possibilità non si possa escludere in senso assoluto, che il virus possa subire una mutazione che lo renda più virale sembra un’eventualità al momento improbabile, visto che da quando conosciamo i vari ceppi di Ebola non hanno pressoché mutato quasi nulla della loro struttura (a differenza, per esempio, delle influenze aviarie estremamente instabili), come ha sottolineato sempre su Vox Art Reingold, direttore del dipartimento di epidemiologia di Berkeley: «L’idea che il virus possa subire una mutazione e diventare trasmissibile per via area è pura fiction. Muiono più persone di diarrea ogni giorno di quelle che ha ucciso Ebola in tutta la sua storia».

Perché tutta questa psicosi in Occidente, allora?

Nonostante Ebola non sia né la malattia più virale né quella più letale una volta conclamata (quella è la Rabbia) e sia solo una tra le tante febbri emorragiche presenti in Africa (la Guinea Lassa, che è endemica, contagia ogni anno tra le 300.000 e le 500.000 persone uccidendone annualmente 5.000 con picchi di mortalità dell’80% durante gli outbreak peggiori), ogni volta che si sviluppa un’epidemia di Ebola questa cattura, in modo quasi spropositato, l’attenzione del mondo occidentale. Se per un verso questo fenomeno è spiegabile con l’oggettiva gravità della malattia vanno considerate anche alcune ragioni di natura più psicologica/morbosa da considerare. Una possibile spiegazione la fornisce lo scrittore e giornalista David Quammen (intervistato su Scrivo, lo speciale digitale dedicato da Studio alla narrativa e a tutto quello che le gravita intorno) nel suo libro Spillover, quando ricorda come, all’origine della psicosi da Ebola in America e da lì al resto dell’occidente, ci sia probabilmente un libro para-scientifico, scritto più come un thriller che come un saggio rigoroso, intitolato The Hot Zone e uscito nel 1994. Il suo autore si chiama Richard Preston ed è uno scrittore e giornalista a sua volta (qui un estratto da un suo vecchio articolo apparso sul New Yorker in cui si parla proprio di Ebola). In quel libro, divenuto non a caso un best-seller, Preston descrive il decorso dell’Ebola con tinte più appropriate a un film splatter che a un testo di medicina, paragonando il corpo di un malato di Ebola in fase terminale a una specie di poltiglia informe di carne e sangue. Una versione che, per quanto possano essere raccapriccianti e dolorosi i sintomi dell’Ebola, è molto distante dalla realtà (di fatto molto meno della metà dei malati presenta manifestazioni cutanee o emoraggie esterne visibili) ma che, in un modo o nell’altro, ha contribuito a circondare Ebola di una patina di morbosità e a definirne l’ “estetica” nell’immaginario comune, anche attraverso film come Outbreak, una pellicola di grande successo del 1995 con Dustin Hoffman, Kevin Spacey e Morgan Freeman, che dal libro di Preston mutua gran parte del suo pathos apocalittico.

 

Nell’immagine in evidenza: il virus Ebola.

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