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Due donne, l’arte e la moda

Le cose che ci siamo detti a Studio in Triennale: il lavoro della Fondazione Trussardi, ovvero come fare conoscere l'arte contemporanea partendo dai luoghi. Una rivista di moda con pochi fronzoli e molto approfondimento, Vestoj. Un pomeriggio dedicato a brand e cultura.

Sabato pomeriggio abbiamo parlato di moda e di arte, del come raccontare la moda con intelligenza e del come promuovere l’arte contemporanea coinvolgendo un vasto pubblico e partendo l’esperienza della moda. Insomma, abbiamo cercato di sviscerare il complesso rapporto tra brand e cultura, partendo dalle due esperienze concrete di altrettante donne assai diverse tra loro: da un lato Beatrice Trussardi, presidente dell’omonima Fondazione, dall’altro Anja Aronowsky Cronberg, fondatrice e direttrice di Vestoj, la prestigiosa rivista di moda patrocinata dal London Fashion College.

La sezione “Brands and Culture” di Studio in Triennale si è aperta con una presentazione da parte di Anja Aronowsky Cronberg, che ha illustrato il suo progetto editoriale, ovvero una serie di issue monotematiche che includono saggi, reportage e persino opere di narrativa che ruotano a un singolo tema declinato intorno alla moda. Per esempio “la vergogna e la moda”, oppure “la memoria e la moda”, o infine “la lentezza e la moda. Inoltre Anja ha condiviso con il pubblico il “manifesto” che ha portato alla nascita di Vestoj, cioè una serie di dichiarazioni d’indenti che ricorda, nel purismo e nella forma, quello che è stato il manifesto Dogma95 per il cinema. Tra i dieci punti, che potete leggere per intero qui, segnaliamo: “la pubblicità è proibita”; “ogni cosa deve essere messa in discussione”; “l’intelletto e il senso estetico del lettore vanno gratificati”; e soprattutto: “La moda deve sempre essere preso sul serio. Non dobbiamo mai avere paura di avere pretese”.

Subito dopo è stata la volta di Beatrice Trussardi, intervistata dalla giornalista della Reuters Alessandra Galloni (che lavora in Italia come responsabile del Sud Europa per la prestigiosa agenzia di stampa). Insieme hanno ripercorso l’impegno da parte della Fondazione Nicola Trussardi, l’istituto no-profit nata alla fine degli anni Novanta per promuovere la diffusione della cultura – e dell’arte moderna in particolare – in Italia, con una particolare attenzione al territorio milanese. E, ancor più, alla riqualifica degli spazi di valore artistico inutilizzati. Un lavoro che, come ha raccontato la presidente, è cominciato in un periodo in cui il grande pubblico italiano ancora stentava a riconoscere l’esistenza dell’arte contemporanea: «Dieci, quindici anni fa, quando dicevo che mi occupavo di arte contemporanea, c’era gente, anche istruita, che mi domandava se per ‘arte contemporanea’ intendevo Picasso». È stata l’esperienza newyorchese – ha conseguito un master in arte moderna alla NYU e collaborato con istituzioni come il Guggenheim, il Metropolitan e il Moma – a convincere Beatrice che l’arte contemporanea potesse (e dovesse) essere fruita anche dal grande pubblico. Poi l’incontro con Massimiliano Gioni e la scoperta di avere una visione comune: creare esposizioni a partire dai luoghi. «Partiamo sempre dalla location, poi scegliamo un artista e gli commissioniamo un’opera pensata apposta per quel luogo».

Luoghi pubblici e di passaggio, come la Galleria Vittorio Emanuele (che ha ospitato l’istallazione della roulotte che “usciva” dal pavimento del duo Elmgreen&Dragset) e Porta Ticinese (i celebri “bimbi impiccati di” Cattelan): «Questo perché vogliamo che la gente s’imbatta letteralmente nelle istallazioni», ha spiegato Trussardi. Ma anche edifici d’interesse storico e in disuso, come i sotterranei di Palazzo Citterio (che hanno ospitato le opere di Paul McCarthy): «Benissimo che a Milano si realizzino edifici contemporanei», ha concluso. «Ma ci sono molti spazi da recuperare».

Al ruolo delle fondazioni d’arte Studio ha dedicato un approfondimento pubblicato nel numero speciale, in formato tabloid, che abbiamo distribuito gratuitamente in Triennale. Potete leggerlo qui.

 

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