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Trump Fiction

Trentacinque pagine di leak non verificati su segreti, talpe e perversioni di The Donald segnano la fine di un avvicendamento alla Casa Bianca mai così confuso.

Contenere in trentacinque pagine buona parte del nostro immaginario su spionaggio, incontri segreti, talpe, affari, serate lussuose in cui manca giusto il morto non era facile, ma in questo mondo russo-trumpiano che sta andando delineandosi in mezzo alle proteste è (già) accaduto anche questo. Mentre Barack Obama teneva il suo ultimo discorso da presidente degli Stati Uniti – e piangeva lui e piangevano le donne di casa sua e piangevamo tutti, e Obama voleva rassicurarci tutti, inconsolabili e no, ma veniva voglia di allargare l’immagine per vedere se ci fossero anche le onoranze funebri, da qualche parte – la Cnn prima e Buzzfeed poi, sfacciatissimo, rilanciavano un report in cui si raccontano i legami tra Donald Trump e il Cremlino, gli affari, i patti e i segreti ricattatori degli ultimi cinque anni.

Trentacinque pagine, appunto, la cui origine e credibilità non sono verificate – anzi, NON SONO VERIFICATE: Trump ci sta contagiando con i punti esclamativi e la maiuscole, la sobrietà fa molto 2016 ormai, ma qui è davvero necessario scriverlo in grande: le fonti di questo dossier non sono verificate, e sono il frutto del lavoro di una presunta spia inglese che negli anni Novanta lavorava in Russia e nelle ex Repubbliche sovietiche e che adesso ha una sua azienda di consulenza sulla sicurezza. Un James Bond in pensione, insomma, che ha raccolto informazioni da «alte fonti» russe, e le ha catalogate in vari «Company intelligence record 2016».

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Secondo quanto si sta scoprendo in queste ore, il documento circolava già da un po’, molti dicono di averlo visionato in passato e di averlo ignorato, ed è stato presentato anche a Barack Obama e a Donald Trump. È però diventato ora più rilevante perché le agenzie di intelligence americane, che stanno producendo prove – molte sono ancora classificate – sulle presunte ingerenze russe nella campagna elettorale per la Casa Bianca, hanno attinto da questo documento, non si sa in che modo e con che specificità. È stato dato un minimo di credito a questo dossier, insomma, anche se al momento la sua credibilità non è affatto confermata (Trump ha liquidato la questione come una falsa caccia alle streghe e gli stessi russi dicono di non aver mai contribuito a questo dossier, «del tutto falso»).

Nel regno del “fake” in cui nulla sembra più verificabile – o si verifica a seconda del tifo, il che è ancora peggio – non poteva che andare a finire così: tutto quel che vi immaginate potrebbe essere vero. A leggerle, queste 35 pagine fredde, scritte con caratteri diversi e impaginate in perfetto stile anglosassone con il “summary” all’inizio, si può dire che ogni fatto, incontro, conclusione sembra allo stesso tempo impossibile e plausibile. Ci sono alcuni elementi che riguardano Trump, che sono stati riassunti così: Trump potrebbe non essere tanto ricco come dice; la campagna elettorale di Trump potrebbe aver lavorato in modo diretto con i russi per assicurarsi la vittoria ai danni di Hillary Clinton; i rapporti di business tra Trump e la Russia potrebbero essere più grandi di quanto si immaginasse. Spiccano altri tre elementi, due nomi e una conseguenza. La conseguenza ci riguarda da vicino, perché ha a che fare con l’Ucraina, la ferita diplomatica e militare nel cuore del territorio europeo. Secondo questo dossier, Trump avrebbe assicurato ai russi che non si sarebbe occupato troppo della questione ucraina – l’annessione unilaterale della Crimea, ora russa, che ha cambiato i confini dell’Ucraina; la guerra nell’est del Paese, con il coinvolgimento di militari russi – non si sa se per paura che venissero fuori fatti compromettenti sul suo conto o se per saldare l’alleanza con Mosca.

Poi ci sono due nomi che ricorrono più volte: quello di Paul Manfort, consigliere elettorale dei repubblicani e noto per aver fatto lobby per l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovy, scappato da Kiev dopo una sfiducia parlamentare in seguito alla protesta del Maidan (si ricordano le foto della sua dacia abbandonata in fretta e furia, soprattutto i piedini d’oro della vasca da bagno). Manfort è stato a capo della campagna elettorale di Trump fino all’agosto scorso, quando è stato poi sostituito – s’è dimesso – da Steve Bannon, ex capo del sito Breitbart e ora consigliere speciale del presidente eletto, e da Kellyanne Conway, che ora lavorerà alla Casa Bianca. L’altro nome che ricorre è quello di Carter Page, businessman del settore dell’energia che ha fatto da consigliere di Trump in politica estera durante la campagna: dei suoi rapporti con i russi si era già parlato nel settembre scorso, quando sono emersi dettagli sui suoi rapporti con Igor Sechin, uno dei collaboratori più stretti di Vladimir Putin (nonché uno dei più conservatori).

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Quanto ci sia di vero in questi resoconti non è dato al pubblico saperlo, ma si sa che la geopolitica non avrebbe alcun interesse se a farla non fossero gli uomini. Ed è per questo che di tutto questo intreccio, con talpe, ex agenti, soldi (saranno stati contanti in valigette nere, si spera), che il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha definito degno di Pulp Fiction, restano soltanto un letto e delle prostitute. Nel report numero 080, che nel documento pubblicato da Buzzfeed compare come primo, si legge al punto 3 (le parentesi sono incluse nel testo del documento, e Trump è sempre scritto in maiuscolo): «C’erano altri aspetti sul coinvolgimento di Trump con le autorità russe. Una che sembrava per loro fruttuosa era la personale ossessione di Trump, la sua perversione sessuale, che poteva risultare in un kompromat (materiale compromettente) su di lui. Secondo la fonte D, testimone oculare, il comportamento (perverso) di Trump ha compreso anche la prenotazione della suite presidenziale del Ritz Carlton Hotel, dove lui sapeva che avevano alloggiato il presidente Obama e la signora Obama (che lui odiava) durante una visita ufficiale in Russia. Il letto dove i due avevano dormito è stato macchiato da un certo numero di prostitute assunte perché performassero delle golden showers davanti a lui. L’hotel era sotto il controllo dell’Fsb, con telecamere e cimici in ogni stanza per registrare ogni cosa che i russi volessero».

Trump odiava Michelle, ha organizzato uno show di prostitute e piogge dorate sul suo talamo in trasferta, e si è fatto registrare dai russi. Ora il presidente eletto è furioso, dice che è tutto un complotto ai suoi danni, tutto falso, tutto rifiutato anche dai russi, tutta una montatura dei suoi «avversari corrotti» e «l’ultimo colpo» di un intelligence che lo detesta. E poi chiede: «Dove viviamo, nella Germania nazista?», giusto per rimettere nelle nostre teste piene di «omini verdi» in Ucraina e di donne che fanno questa pioggia – chissà quante erano – il mondo della guerra fredda, con i suoi film, i suoi spionaggi, i suoi James Bond, i suoi orrori. Ma anche se John Le Carré ormai sbiadisce, anche se tutto si confonde e s’accavalla e risuona in testa la frase citata da Obama nel suo ultimo discorso, presa da Il buio oltre la siepe, «non capirai mai una persona finché non guardi le cose dal suo punto di vista», questo non è un film, non è letteratura, non è un ritorno del passato: è l’esordio dorato della presidenza Trump.

Nelle immagini: in evidenza e nel testo vedute dell’ambasciata russa a Washington (Brendan Smialowski, Chris Kleponis/Afp/Getty Images), in testata Trump all’inizio del dicembre scorso in Michigan (Drew Angerer/Getty Images)
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