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Domenico Berardi

L'attaccante del Sassuolo, appena diciannovenne, segna più di Totti e Del Piero quando avevano la sua età. Ritratto della punta cosentina e del «paese migliore» che ha reso visibile.

L’età arriva dopo. Prima ci sono i fatti, c’è la storia, c’è un nome: Domenico Berardi. Quello del Sassuolo, che poi del Sassuolo non è, ma fa lo stesso. Perché lì gioca e lì segna. Facile l’ultimo gol contro l’Atalanta. E gli altri sei? Non ti ricordi l’azione, lo stile, il tiro, se fosse destro, sinistro, rigore o punizione. Vedi il numero, perché sette sono tanti. È adesso, solo adesso, che arriva l’età: 19 anni. Arriva per il paragone, per capire chi è Berardi e quanto può valere. A quell’età, in serie A, Francesco Totti non aveva segnato così tanto: quattro gol. Del Piero sì, ma dopo 17 partite giocate. Lui li ha fatti in nove presenze. Sassuolo non aiuta la visibilità, né agevola il percorso.

A quelli che dicono la solita frase sul “farsi le ossa” andrebbero rinfacciate ogni volta le storie di chi nelle piccole ha sperperato talento e capacità. Se fosse il contrario? La domanda resta qua. Berardi non serve a creare un fenomeno, né a guidare la specie protetta dei giovani. Non ne abbiamo bisogno noi e non ne ha bisogno lui. Si vedono già gli appelli alle quote under 20 nelle rose di A o qualcosa di simile, si sente già puzza di giovanilismo da pochi spiccioli sulla pelle e le spalle di questo ragazzo che non ha mai parlato e quindi non ha mai chiesto. Se c’è una nuova Italia verrà fuori senza che qualcuno la tuteli politicamente: credere nei ragazzi non significa catalogarli. Berardi lo insegna senza volerlo. Come Gianluigi Quinzi nel tennis, come molti nell’altrove della vita: designer, fotografi, ingegneri, scienziati.

A quelli che dicono la solita frase sul “farsi le ossa” andrebbero rinfacciate ogni volta le storie di chi nelle piccole ha sperperato talento e capacità. Se fosse il contrario?

La gioventù è una felice condizione temporanea, se la poni come identità di atleta o di professionista rischia di diventare una gabbia. Berardi esce. Buttato in campo senza pensare alla data di nascita, ma a quello che sa fare. Figlio della contemporaneità, un nuovo italiano senza avere la pelle di un colore differente dalla massa come Balotelli, senza essere nato all’estero come Giuseppe Rossi. Nuovo nel senso di sconosciuto. Domenico è veloce, non particolarmente tecnico, non ha un gran tocco di palla, è un attaccante che può giocare ovunque. A volte butta la palla avanti e la va a prendere. Un tipo istintivo in senso diverso da quelli che sono stati definiti così. Perché l’irrazionale per lui non è il dribbling, ma la spinta. Non la potenza dei muscoli e del corpo, ma quella del tiro. Più Cristiano Ronaldo che Messi, più il primo Pato che Balotelli. Il suo coraggio sta nella convinzione: prende il pallone, lo mette sul dischetto e calcia. Non guarda la panchina, non cerca l’approvazione. Vai bello, chissenefrega. Gol, gol, gol. Tre rigori, neanche un errore. È coscienza, non incoscienza. È spavalderia misurata, è audacia. Si prende la responsabilità, è il luogo comune che funziona.

Berardi è la derivazione pallonara di un sacco di gente più o meno invisibile. Un pezzo di paese migliore a cui spesso non è ancora cresciuta la barba. C’è quel vizio di raggrupparli per età e non per capacità. I giovani, appunto. Li chiamiamo così perché ci siamo convinti di avere figli senza idee e senza destino, seduti ad aspettare qualcosa che non si sanno più prendere. Ci siamo ammalati della nostalgia di noi stessi, certi che il passato sia meglio del domani, convinti di aver cresciuto un gruppo di ebeti con poche risorse e viziati. Abbiamo disegnato addosso ai nostri ragazzi l’abito dei falliti a prescindere. Saggistica e cinema raccontano i ventenni con l’archetipo del fannullone inebetito, incapace di sfangarla, poco volenteroso, non studioso, apatico, inadeguato, una specie di nulla deambulante. Berardi corre veloce in direzione opposta. Spiana le certezze: quei numeri che ci fanno chiedere chi sia e quanto valga sono la nemesi della generazione precedente. Perché Domenico abbatte i record della precocità nell’era in cui diamo meno credito possibile ai ragazzi.

Berardi è la derivazione pallonara di un sacco di gente più o meno invisibile. Un pezzo di paese migliore a cui spesso non è ancora cresciuta la barba.

Ogni tiro è uno schiaffo, ogni gol è una vendetta involontaria. L’assenza di una classe pura alimenta il duello: è un ragazzo normale, o così sembra, quello che sta facendo la rivoluzione. Uno di molti e uno per molti. Uno che non si è neanche costruito calciatore fin dall’asilo. Arrivò a Modena dalla Calabria perché lì studiava il fratello. Era il 2009. Una sera mancava il decimo di un cinque contro cinque a calcetto. Chiamarono Domenico per fare numero. Giocò, segnò. Senza avere mai avuto una scuola vera, senza un’esperienza agonistica, senza l’impostazione di un allenatore. A quindici anni sei vecchio, già. Vedi i paradossi: nessun campione a quell’età era ancora acerbo tatticamente. Per capirci: a La Masia, la celeberrima e sempre osannata accademia calcistica del Barcellona, ti prendono a 8-10 anni al massimo. Alla Juventus, all’Inter, al Milan uguale.

Domenico era fuori età ora e lo è adesso al contrario. Cominciò in quell’anno a giocare: dal nulla al Sassuolo, nella Privamera. Due anni con Paolo Mandelli, uno che da giocatore prese la coda di Zemanlandia a Foggia per poi vagare tra Modena e Sassuolo fino al ritiro. A chiamare Berardi in prima squadra è stato Fulvio Pea, altro paradosso del giovanilismo imposto: vincitore dello scudetto Primavera con l’Inter di Balotelli, cocco di Mourinho, a un passo dalla promozione in A all’esordio con una squadra di adulti con il Sassuolo e adesso avvolto nelle nebbie della B (appena preso dalla Juve Stabia all’ultimo posto). Non era nessuno, Berardi. Una speranza, direbbero i soloni del calcio di una volta. Poi Di Francesco: prima partita della B dello scorso anno, a Cesena. Titolare.

L’inizio di ciò che vediamo ora in lontananza. È della Juventus che l’ha preso metà del cartellino a gennaio dello scorso anno e l’altra metà a luglio. L’ha lasciato lì, a Sassuolo. Sette gol li ha fatti nessuno di quelli su cui molti hanno investito soldi e progetti. Ha cominciato dopo gli altri, perché doveva scontare tre giornate di squalifica per l’espulsione nell’ultima partita di B dell’anno scorso. Poi le giornate sono diventate quattro, perché la Federcalcio, su richiesta di Arrigo Sacchi, gliene ha aggiunta una per motivi disciplinari: aveva rifiutato la convocazione nell’under 20. Per questo fino a marzo non può neanche essere chiamato nell’under 21. Si può anche saltare, comunque. L’under è un’etichetta: giovani identificati come giovani, lì per età e non perché giocano, perché corrono, perché segnano. Berardi è semplicemente il contrario.

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