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Django Unchained

Recensione, o quasi, del nuovo Tarantino. E poi: perché Tarantino lascerà forse il cinema, perché è un male, e perché è un bene.

Bello festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo circondato dai propri amici e dagli affetti. Bellissimo incontrarsi tutti a mezzanotte per poi abbracciarsi, baciarsi e augurarsi di cuore il meglio possibile per i 365 giorni a venire. Molto più bello però avere la fortuna di vedere in anteprima il film più atteso dell’anno. Il 3 gennaio, con una mossa degna di un premio alla carriera, lo Studio Sottocorno ha organizzato l’anteprima del nuovo lavoro di Quentin Tarantino, Django Unchained. I comuni mortali lo potranno vedere in sala solo a partire dal 17 gennaio. Per aumentare il senso di frustrazione e folle rosicamento, vi posso anche dire che a questa speciale proiezione sono stato omaggiato di una bellissima maglietta del film, arrotolata in una catena di plastica nera. Adesso, anche se ancora fa freddo nelle nostre città, giro solo in t-shirt con il preciso scopo di raccontare a tutti di aver già visto Django Unchained. Tra l’altro in lingua originale che, vi posso assicurare, data l’arcinota importanza dei dialoghi di Tarantino e la complessità fonetica del film che mette insieme, come già in Inglourious Basterds, i più disparati accenti e lingue, non è cosa da poco. Ok, la smetto di bullarmi inutilmente e tento di dirvi qualcosa di utile: com’era auspicabile e prevedibile, Django Unchained è un capolavoro.

Non voglio aumentare le vostre aspettative o esagerare inutilmente. Si tratta inequivocabilmente di un vero e proprio capolavoro, ve lo posso assicurare. Non voglio scendere troppo nei particolari e rovinarvi troppo la sorpresa oggi a una settimana di uscita dal film per cui quanto segue non sarà una vera e propria recensione. Per quella vi rimanda a quanto scritto da Marco Giusti su Dagospia, l’unico tra quelli che ho letto fino ad ora che mi sembra essere stato in grado di capire appieno il film. Perché poi alla fine il problema con i film di Tarantino è sempre e solo quello: districarsi tra tutto il materiale che riempie le sue pellicole. C’è sempre talmente tanta carne al fuoco che si rischia di non cogliere il senso dell’Opera ma di farsi ingannare dalle “lucine”. Le citazioni, i riferimenti, l’exploitation, l’amore per l’Italia, Franco Nero, Trinità, lo spaghetti western, il razzismo spiegato a mio figlio, la colonna sonora con Elisa insieme a Morricone e poi Rick Ross, la violenza esagerata e folle e mille altre cose ancora. Tutto vero, non c’è che dire. Se preso però a piccole dosi. Se preso a scatola chiusa e tenuto separato dal resto del film. Tutto questo però, se mescolato e tenuto insieme come solo Quentin sa fare diventa quel capolavoro che è Django Unchained.

Qualche tempo fa, per una trasmissione radiofonica cinematografica, nel solito classificone di fine anno che facevamo (e che continuo a fare anche oggi su queste pagine), c’eravamo inventati il prestigioso premio Dams e Scienze della Comunicazione, sottotitolo: Il Sonno del Cinema Genera Cortometraggi. Il riconoscimento veniva dato a quei registi che prendevano evidentemente ispirazione da Maestri assoluti del Cinema al grido di: “Se l’ha fatto lui, non vedo perché non posso farlo io”. Persone prive di fantasia per cui registi come David Lynch, Federico Fellini o Lars Von Trier hanno fatto più danni della grandine. Il problema è questo: ci sono certi Autori cinematografici che hanno dei loro marchi di fabbrica, delle caratteristiche uniche che fanno parte del loro mondo, del loro modo di intendere il Cinema. Il fatto che loro siano in grado di gestire certi elementi e trasformarli in qualcosa di diverso, non vuol dire che la stessa operazione sia replicabile da chiunque. Come non basta mettere un uomo vestito da coniglio in mezzo a una stanza vuota per replicare le ossessioni e gli incubi lynchiani, non basta far parlare i propri protagonisti di nulla per fare un film tarantiniano.

Anzi, Quentin Tarantino è uno dei più evidenti cattivi maestri del cinema moderno. Tra le centinaia di esempi di titoli di film tarantiniani (nell’accezione peggiore del termine, sia chiaro) che vi stanno già affollando la mente, ve ne faccio uno io molto chiaro: In The Market. Se siete delle brave persone, è molto probabile che non vi dica niente. Anzi, siete parecchio fortunati se non avete mai sentito nominare In The Market. Trattasi dell’opera prima di Lorenzo Lombardi, girata nel 2009 e uscita inspiegabilmente nelle nostre sale nell’estate del 2011. “Inspiegabilmente” non nel senso che ha impiegato troppo tempo per arrivare in sala, ma “inspiegabilmente” perché proprio non si spiega per quale motivo si decida di far uscire un film del genere. Come si leggeva sulle pagine del Mereghetti per un altro film (se vi interessa, si trattava di Cattive Ragazze, esordio di Marina Ripa di Meana), In The Market «può concorrere al titolo di film più brutto della storia del cinema. E vincere». Lombardi dev’essere un bravo ragazzo con la passione per Tarantino e Eli Roth e, una volta trovati i soldi, ha deciso da provarci anche lui.

Che ci vuole? Basta mettere della gente che parla di cinema, una rapina con della gente mascherata, inquadrare i piedi di una ragazza, piazzarci un assassino che parla per mezz’ora senza dire nulla di nulla e, nel momento forse più alto del film, un benzinaio (che si dovrebbe immaginare texano, anche se poco prima s’è inquadrato un cartello stradale per San Severino) che guarda in televisione un film di… Tarantino. Giusto per non sbagliare e dare un nuovo significato alla parola didascalico. Ok, prendersela con In The Market è un’operazione tra le più inutili del mondo ma ci è utile ai fini della nostra discussione. Per fare Tarantino ci vuole il talento unico e irripetibile di Tarantino, altrimenti si rischia di rimanere solo ed unicamente superficiali. Ci si può trovare tra amici a fare una maratona Kill Bill tra birra e divano ed esaltarsi per la spada di Hattori Hanzo, ma al tempo stesso ci si può anche accorgere del fatto che Tarantino nel suo accumulo citazionista, nel suo modellare forme e generi, è profondamente godardiano. Questa caratteristica fondamentale all’interno della filmografia di Tarantino s’è andata via via affinando a partire da Jackie Brown in avanti, non a caso il film che in assoluto ha scontentato i fan duri e puri del regista. Nei lavori successivi, soprattutto in Death Proof (altro lavoro poco capito del nostro), è stato in grado di utilizzare tutto quello che ha ingurgitato in anni e anni di visioni coatte e folli, in modo incredibilmente personale e vitale, arrivando a trasformare la semplice citazione che esalta il circolo di nerd patiti del wu-xia come dello spaghetti western (sia chiaro! Nobilissimo gruppo di cui spesso mi fregio di appartenere) nel SUO cinema, in un modo unico e inimitabile di creare qualcosa di nuovo.

Per questo motivo ci si sente fortunati, oggi, gennaio 2013, ad avere qualcuno come lui che realizza film. Perché per lui e pochi altri registi in attività ancora sentiamo quell’ansia e quella “voglia matta” ogni volta che ci dirigiamo verso un cinema per poter ammirare il suo genio. Perché, come ha scritto l’amico Matteo Bordone nel suo post subito dopo la visione del film: «Il clima, quando si spengono le luci, è quasi quello che precede un concerto». Ed è anche per questo che lascia piuttosto sgomenti la notizia che da un paio di mesi circola in rete: Quentin Tarantino potrebbe lasciare il cinema. C’è anche da dire che nel corso degli anni ci siamo anche abituati a prendere con le molle le sue dichiarazioni, spesso buttate lì a caldo. Quanti progetti ha annunciato che poi non ha mai portato a termine? Vi ricordate il terzo capitolo, animato, di Kill Bill? Il film con Barbara Bouchet ispirato al poliziottesco? Tutte cose dette, forse a caso, durante qualche strana intervista e poi dimenticate.

Però questa cosa che potrebbe lasciare il cinema, sembrerebbe avere qualche fondamento. In un’intervista rilasciata a Playboy US, il regista a ha affermato che sente di aver dato quasi tutto al cinema e che, per evitare di perdere definitivamente la sua ispirazione e creatività, sta seriamente meditando di abbandonare la settima arte. In altre interviste ha poi detto che non gli dispiacerebbe lavorare per la televisione, nello specifico per la Hbo. E se ci è permesso sognare ad occhi aperti, se c’è concesso lasciarsi prendere dall’entusiasmo per qualche istante, questa potrebbe essere una delle notizie più belle di sempre. Uno dei più grossi problemi produttivi a cui è andato incontro Tarantino negli ultimi anni riguarda la lunghezza dei suoi film, spesso eccessiva per le esigenze dei distributori e del pubblico. Kill Bill diviso in due film, racconti di versioni di Inglourious Basterds di un’ora più lungo e lo stesso dicasi anche per Django Unchained. Ecco, ora pensate alla libertà che un canale come la Hbo e la forma della serie televisiva potrebbe concedere a Quentin Tarantino. In parte ci auguriamo che resista e che continui a sfornare un capolavoro dietro l’altro, ma se proprio Django Unchained dovesse essere il suo testamento artistico, speriamo che la soluzione sia questa. Nel frattempo, preparatevi per il 17 gennaio. Ci rivediamo tutti in sala.

 

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