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Disegnini – Fred, Yepes, Beckerman

Disegnini: tre brevi ritratti di altrettanti giocatori del Mondiale in Brasile, con cenni di vita e storia calcistica. Qui il sorprendente Kyle Beckerman, Mario Yepes e il bistrattato Fred.

“Disegnini” è una rubrica di Studio/Undici per il Campionato del Mondo in corso in Brasile. Funziona così: ogni giorno, o quasi, pubblicheremo tre brevissimi ritratti di altrettanti giocatori presenti in Brasile. Cercheremo di non scegliere i calciatori più famosi e più raccontati, ma quelli più interessanti e forse meno conosciuti. Disegnini si chiama così perché i ritratti non sono altro che schizzi, non veri profili, ma spunti, racconti brevi, ispirazioni. Questa è la quarta puntata, la prima, con Keylor Navas, Jorge Valdivia e Giovani Dos Santos, è qui; la seconda, con Sirigu, Ameobi, Moutinho, qui; la terza, con Courtois, Mitroglou e Huntelaar, qui.

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Fred – Brasile

C’è una battuta che gira parecchio tra i brasiliani: «Non si trovano biglietti per il mondiale da un anno. Come ha fatto Fred a trovare quelli dal campo per ogni partita del Brasile?» Scherzano sulla sua inutilità, sull’inconsistenza, sull’incapacità di essere determinante. Mai negli ultimi 25 anni il Brasile aveva avuto così tanti dubbi sul suo centravanti. Careca nel 1990,  Romario nel 1994, Ronaldo nel 1998, 2002, 2006, Luis Fabiano nel 2010. Erano altri, eventualmente, a sbagliare. Erano altri, eventualmente, l’oggetto delle critiche. Qui, in Brasile, ora, tocca a Fred, considerato dalla media delle pagelle delle partite dei gironi tra i tre più deludenti di tutto il Mondiale, nonché il peggiore del Brasile. I compagni l’hanno difeso. Dani Alves ha minacciato ritorsioni contro chi ha preso Fred come capro espiatorio. «Le critiche sono ingenerose, ingiuste e sbagliate. Se attaccate lui attaccate noi».

Fred a 31 anni è l’attaccante del Fluminense e quest’anno ha avuto probabilmente la peggior stagione della sua carriera. Ha giocato solo 19 partite e segnato 10 gol, che non è per niente un rapporto basso, anzi. Il problema è che per la prima volta ha avuto una serie di infortuni che l’hanno tenuto fermo e questo dopo i 30 anni è un bel guaio. In realtà è dallo scorso anno che Fred ha smesso di funzionare: 8 gol in 25 presenze è stato lo score della stagione precedente che unito a questa in corso fa pensare che il centravanti non sia più quello che nel Lione segnava sempre. Il Brasile aveva cercato per tanto tempo un giocatore così. Uno che giochi prevalentemente con le spalle alla porta, caratteristica molto europea che proprio in questi 25 anni nessun centravanti brasiliano aveva mai avuto. Fred ce l’ha, ma non funziona, non ora. Eppure era uno di quelli su cui s’erano dette e scritte un sacco di cose positive praticamente da subito: aveva esordito nell’America Mineiro nel 2003, a vent’anni. Veniva (e viene) da  Teofilo Otoni, una città del Minas Geiras non particolarmente nota per aver allevato talenti del pallone. Fred è rimasto in zona, comunque, per diventare calciatore è andato a Belo Horizonte, proprio nell’America che l’ha allevato e poi venduto al Cruzeiro (sempre di Belo Horizonte) dove è cresciuto e dove se ne è andato dopo una stagione da fantascienza: 40 gol in 43 partite. A prenderlo è stato il Lione, nel 2005. Il ritorno in Brasile nel 2009. La Nazionale è stata sua soprattutto dopo Luis Fabiano. La Confederations del 2013 ha fatto credere al Brasile che fosse uno giusto. Oggi nessuno qui a Rio la pensa così. Nessuno sa quale sia il vero Fred, però.

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Mario Yepes – Colombia

Mario Yepes è nato nel 1978 a Calì, in Colombia. E quando è cresciuto lui, Calì per tutti era la città del cartello della droga che dall’inizio degli anni Ottanta cominciò una guerra pazzesca per il controllo del mercato globale della cocaina con il cartello rivale, quello di Medellin. Un misto tra leggenda e realtà dice che i trafficanti di Calì fossero di orientamento più conservatore e destrorso, tifosi di una specie di protettorato Usa sulla Colombia. Un protettorato che sarebbe servito per alimentare il business criminale, dato che l’80 per cento della droga che arrivava sul mercato degli Stati Uniti proveniva proprio da Calì, mentre il cartello di Medellin, quello di Pablo Escobar, era orientato soprattutto a rifornire l’Europa. Tutto questo con Yepes c’entra molto con Yepes. Perché lui è l’anello di congiunzione anagrafica tra quella Colombia e questa. Si parla di paese e di calcio, visto che in Colombia le cose sono difficilmente scindibili proprio da quando i cartelli avevano deciso che il pallone sarebbe stato un buon mezzo per ripulirsi. Yepes lo sapeva, come sa che adesso sta cambiando tutto. Ciò che a lui è successo: ha cominciato attaccante, poi l’hanno trasformato in difensore centrale. Accadde quando aveva 18 anni e fu preso dal Curtuluà: lì c’era Reinaldo Rueda come allenatore. Lo vide e gli disse: prova a giocare dietro. Provò e rimase. Prima in Colombia, al Curtuluà appunto e poi al Deportivo Calì, dove arrivò a un metro dalla vittoria della coppa Libertadores. Poi a prenderlo fu il River Plate, dove vinse due scudetti e dove cominciò a essere davvero qualcuno: il look da pirata e da duro, unito a uno stile di gioco asciutto ed efficace  lo fece amare dal pubblico e dai giornali. Lo opzionò il Nantes, che lo prese. Poi fu Paris Saint-Germain, che non era esattamente il Psg di oggi. Poi il Chievo. Quando giocava in Argentina sembrava dovesse avere un destino migliore: il Chievo non era esattamente ciò che aveva pensato quando aveva cominciato.  Eppure, le cose migliori in Italia le ha fatte proprio al Chievo dove ha costruito una solidità difficile da trovare in un difensore centrale di quel tipo di squadre. È questo ciò che l’ha portato al Milan nel 2010. Tre anni con 38 presenze spalmate e un gol solo. “Non è da Milan”, diceva la critica con qualche ragione. Perché è vero che esistono giocatori che danno il meglio di sé in squadre meno celebri. Quindi l’Atalanta dove nella scorsa stagione ha fatto il titolare fisso e dove ha ridato quell’idea di solidità che aveva a Chievo. Nella Colombia che ha raggiunto il risultato mondiale migliore di sempre Yepes è il capitano. Con la stessa solidità e con uno spirito che nelle squadre di club non s’è visto. Può succedere, succede.

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Kyle Beckerman – Stati Uniti

Non avesse i dreadlock, sarebbe il giocatore meno visibile e meno riconoscibile della nazionale degli Stati Uniti. Essenziale ai limiti dell’anonimato, ma determinante. L’acconciatura lo rende esattamente l’opposto di ciò che dice il campo, così per tutti al Mondiale (succede molto meno in campionato) Beckerman è praticamente solo il giocatore con le dread. Il che è un peccato, perché la sua storia è uno specchio fedele di ciò che il calcio americano è oggi: uno sport che ha raggiunto la maturità, che ha scalato posizioni sociali ed economiche. Beckerman ha 32 anni e da ragazzino nato e cresciuto in Maryland nel 1994 vide il Mondiale americano allo stadio Robert Fiztgerald Kennedy di Washington. E sempre lì, un anno prima vide Klinsmann segnare una doppietta contro il Brasile in una famosa amichevole pre-Mondiale. Ora è ovviamente una coincidenza che Klinsmann sia stato il primo ct americano a convocarlo, non lo è invece il fatto che lui sia diventato un giocatore di calcio. Perché in realtà Beckerman aveva cominciato da lottatore. Poco prima del Mondiale, il Washington Post ha raccontato che lui e suo fratello Todd, lottavano ogni giorno «in ogni angolo della casa». Diventarono entrambi agonisti, mescolando la lotta proprio al calcio. Todd vinceva, sempre: diventò All-Met Wrestler of the Year nel 1996, poi all’Università in Nebraska dove fu due volte All-American, cioè miglior atleta della disciplina. Dall’anno scorso è coach della Brown university. Kyle perdeva, invece. E scelse il calcio. «Però si vede che viene dalla lotta», ha detto il fratello al Washington Post. Non è vero, ovvio. Cioè: chi non sa che Beckerman aveva frequentato i tappeti della lotta non s’accorge di nulla. Sì combatte in campo, embè? Anche Gattuso lo faceva, senza essere mai stato un lottatore. La grinta non dipende da che cosa fai, ma da chi sei. Kyle oggi è uno dei giocatori più determinanti della Major League Soccer: ha 32 anni ed è professionista da quando ne aveva 18. Convocato in tutte le Nazionali giovanili, ha fatto parte dell’Under 17 che ha ottenuto il miglior risultato della storia degli Stati Uniti. Di quella Nazionale faceva parte Landon Donovan che per anni è stato il leader degli Usa e che quest’anno non è stato convocato. Per paradosso, o per compensazione, c’è lui, Kyle.

La carriera nei club s’è divisa in tre filoni: dopo due stagioni con la defunta Miami Fusion e 51 partite con i Colorado Rapids, è arrivato al Real Salt Lake nell’estate del 2007. Un anno dopo era capitano. La stagione seguente, RSL ha vinto la Major League Soccer. Per cinque anni consecutivi è stato scelto per il team dell’all star game. «Non ho mai incontrato un giocatore come Kyle», ha detto recentemente l’allenatore dei Real Salt Lake, Jeff Cassar, compagno di squadra di Beckerman a Miami e assistente allenatore di RSL per sette anni prima di ottenere la promozione in questa stagione. «Ha uno spirito e una fame unici». Il giudizio è condiviso da Klinsmann che l’ha definito il «miglior professionista che abbia mai allenato». Il che stride, a detta di molti, con l’alone di cazzeggio che circonda Kyle. Girano sempre le sue foto con la chitarra sulle spalle e altrettanto girano i commenti sul fatto che agli allenamenti ci arrivi in skateboard. Come se entrambe le cose lo limitassero nella sua capacità di essere calciatore. Il che semplicemente non è vero. E questo sì che si vede.

 

Illustrazioni di Manuel Nurra

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