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Piloti di sci

Tra piste leggendarie, salti di sessanta metri, incidenti spaventosi e muri di ghiaccio, una breve storia della discesa libera e di quelli che vanno a 180 chilometri orari senza l'aiuto di un motore.

Provate a immaginare manti e manti di neve immacolata e uomini coperti soltanto da spessi strati di pelliccia che li discendono a tutta velocità con ai piedi attrezzi rudimentali intagliati nel legno in forme massicce e irregolari, strumenti primordiali simili a piccole canoe. Uomini all’inseguimento di animali – renne, cervi, lepri – ancora più rapidi, spesso troppo per essere raggiunti. Uomini la cui unica speranza di sopravvivere un altro inverno dipende dalla cattura di quelle prede, zigzagando tra i pini e le betulle di foreste e tundre infestate da branchi di lupi. Uomini spinti, dai solchi della fame e dalle caratteristiche dei loro habitat, a sviluppare e padroneggiare un’idea e una tecnologia rivoluzionarie. Uomini che per la prima volta scivolano sulla neve invece di affondarvi dentro.

È stato finora impossibile risalire con certezza a quella che sarebbe l’odierna nazionalità dei primi sciatori della Storia. Gli indizi in possesso dell’archeologia – sotto forma di reperti frammentari e dipinti rupestri che illustrano scene simili a quella che ho appena descritto – ci aiutano a isolare due luoghi in particolare, la Scandinavia e l’Altai (un altopiano alla convergenza tra Cina, Russia e Kazakistan), e una datazione intorno al 4000 a.C. Più di questo però al momento non ci è dato conoscere. È molto probabile che non saremo mai in grado di stabilire senza margini di errore a chi spetti la paternità dello ski (dal norreno skìồ, che significava bastone di legno), se alle popolazioni asiatiche o a quelle nord-europee, e neppure se si sia trattato di due scoperte indipendenti e più o meno contemporanee (dove per «più o meno contemporanee» si può intendere una differenza anche di alcuni secoli) o se, in qualche modo, questa tecnologia abbia viaggiato da una parte all’altra del pianeta in spalla a qualche flusso migratorio.

È molto probabile che non saremo mai in grado di stabilire senza margini di errore a chi spetti la paternità dello ski (dal norreno skìồ,che significava bastone di legno), se alle popolazioni asiatiche o a quelle nord-europee.

Quasi sessanta secoli dopo la sua presunta comparsa, grazie ai passi da gigante compiuti dalle attrezzature tecniche e alla diffusione capillare degli impianti di risalita, a partire dal secondo ‘900 lo sci ha cominciato ad alimentare una delle industrie turistiche più ricche ed estese del mondo (si scia in oltre 80 paesi, compresi quattro nel continente africano), un’industria oggi comodamente accessibile a decine di milioni di amatori ogni anno (quasi trenta nella sola Italia durante l’inverno 2011/2012) al punto che è possibile sciare persino a Dubai in un’apposita struttura indoor costruita nel mezzo del deserto. Ed è quasi inconcepibile che sia esistito un tempo in cui questa attività rappresentava una questione di vita o di morte, un tempo in cui attraverso lo sci i nostri antenati migravano, si procacciavano il cibo e si misuravano con i propri limiti, lanciando le loro minuscole sfide alla maestosità delle montagne, con la loro stessa sopravvivenza come posta in palio.

Tuttavia, sparsi qui e là per le catene montuose del pianeta, è ancora possibile incontrare angoli dove lo sci è qualcosa più di un diletto o di un semplice sport. Uno di questi è a Kitzbuehel, una cittadina medievale da 8000 abitanti in Tirolo, a cento chilometri da Innsbruck e centocinquanta da Monaco di Baviera, dove si corre quel che l’americano Bode Miller ha definito «il Super Bowl dello sci alpino agonistico», ovvero l’Hahnenkammrennen (tradotto: Trofeo dell’Hahnenkamm), la gara di discesa libera che dal 1931 si tiene ogni fine gennaio sulla pista Streif del monte Hahnenkamm, proprio di fronte al paese.

Tra le pareti di queste vallate i nomi, le imprese e i volti dei discesisti che hanno vinto qui (meglio se più volte; un’élite ristrettissima) non risuonano per quelli di semplici atleti professionisti ma vengono ripetuti, onorati e ritratti infinite volte – sui muri di taverne, malghe,  scuole sci, alberghi – come le gesta di eroi epici.

Più che una gara come tante l’Hahnenkammrennen è una specie di rito pagano, a cui l’intera comunità di Kitzbuehel si prepara con mesi di anticipo per accogliere le decine di migliaia di appassionati che ogni anno assistono alla sua officiazione. Tra le pareti di queste vallate i nomi, le imprese e i volti dei discesisti che hanno vinto qui (meglio se più volte; un’élite ristrettissima) non risuonano per quelli di semplici atleti professionisti ma vengono ripetuti, onorati e ritratti infinite volte – sui muri di taverne, malghe,  scuole sci, alberghi – come le gesta di eroi epici. Sono i nomi, le imprese e i volti di Didier Cuche – cinque vittorie negli ultimi quindici anni – di Karl Schranz – quattro a cavallo tra 60 e ’70 – e del suo erede Franz Klammer– pure lui quattro – un prodigio svezzato da questi monti fino a diventare il più grande discesista degli anni ’70 e forse di sempre. Tra questi nomi ci sono anche quelli di due altoatesini: Dominik Paris, vincitore l’anno scorso con una gara strepitosa, e Kristian Ghedina, che si impose nel 2004 chiudendo la sua performance con una spettacolare spaccata aerea sull’ultimo salto prima del traguardo.

Anche in una giornata di cielo parzialmente coperto e di pochissima neve, osservata dai 760 metri sopra il livello del mare a cui si trova Kitzbuehel, la Streif incute timore reverenziale al solo guardarla. È un tappeto di neve che dai 1700 metri di altitudine del gabbiotto di partenza (soprannominato macabramente “l’obitorio”) si srotola tra macchie scure di alberi per quasi tre chilometri e mezzo, con picchi di pendenza che toccano l’85% e un dislivello totale di oltre ottocento metri su cui si sono raggiunte velocità massime di 170 chilometri orari. Trovarsi al suo cospetto è un’emozione impareggiabile per chi, come il sottoscritto, ama lo sci, e percorrendola è praticamente inevitabile finire per snocciolare i nomi dei suoi passaggi più impegnativi.

Si comincia con la Mausefalle (tradotto: trappola per topi), il muro posto immediatamente dopo la linea di partenza che richiede dosi illimitate di coraggio per lanciarsi a freddo in quel vuoto, nonché nervi e cosce d’acciaio per trovare la linea più affilata e veloce tra le porte e contemporaneamente tenere a bada le sollecitazioni imposte dai continui cambi di pendenza e di direzione. Più giù si entra nel Brückenschuss, una lunga e stretta parabolica che ricorda quella di un circuito di Formula 1, dove gli atleti si trovano improvvisamente soli per parecchi secondi, dato che ai suoi lati non c’è abbastanza spazio non solo per il pubblico ma neppure per i commissari di gara, schiacciata com’è tra una costa della montagna e un dirupo. Infine, quasi a valle: un’altra serie di muri da affrontare in pieno slancio, con salti che arrivano a proiettare i discesisti in voli che raggiungono anche i settanta metri. Salti che, per quanto spettacolari e adorati dal pubblico, contrariamente a una credenza comune non li agevolano affatto nel confronto con il cronometro. È semmai vero l’esatto contrario. In qualsiasi discesa libera il massimo della velocità si raggiunge infatti a contatto con la neve e non in aria, al punto che negli anni ’70 è stata messa a punto una tecnica per minimizzare la permanenza aerea.

In qualsiasi discesa libera il massimo della velocità si raggiunge infatti a contatto con la neve e non in aria, al punto che negli anni ’70 è stata messa a punto una tecnica per minimizzare la permanenza aerea.

Il pre-salto consiste nell’anticipare con una forte spinta delle gambe il punto di fuga rappresentato dalla cornice naturale del cambio di pendenza. In questo modo il discesista ottiene un angolo più acuto e tangente rispetto al terreno di quello che sperimenterebbe altrimenti, e di conseguenza un atterraggio più rapido e aerodinamico. In teoria un pre-salto eseguito con tempismo perfetto può fare guadagnare diversi decimi di secondo in gara, in pratica il minimo errore può degenerare in catastrofe. È una legge universale della discesa libera che l’americano Chad Fleischer ha dovuto imparare sulla propria pelle nel 1995 quando, tentando un pre-salto sull’ultimo dislivello prima del traguardo proprio di Kitzbuehel, si è ritrovato per un paio di secondi un corpo inerte in balia della fisica, a tre metri e mezzo dal suolo in un mondo improvvisamente rovesciato – le gambe per aria, la schiena parallela alla pista, gli occhi a osservare il cielo azzurro che gli scorreva rapidissimo davanti. Era appena stato tradito e centrifugato dall’aria raccolta sotto le sue lamine. L’impatto è stato atroce. Gli sci sono letteralmente esplosi al contatto con il terreno. Lo storico speaker di gara che un attimo prima urlava il suo nome con forte accento tirolese, ha gettato un urlo terrorizzato e poi è rimasto ammutolito. Dopo neppure un minuto da tutto questo, come una ballerina che raccoglie i fiori sul palco e con soltanto un moncherino di sci rimasto attaccato al piede sinistro, Fleischer si è inchinato, incurante e guascone com’è nell’indole di molti discesisti, e ha raccolto l’applauso del pubblico ormai pronto al peggio. Diversi anni dopo, in un documentario ha raccontato quello che gli è passato per la testa in quei secondi di volo fuori controllo, ovvero: «Oh, this sucks!».

La discesa libera è  probabilmente l’unico sport in cui uomini “nudi”, privi di protezioni e di ausilio meccanico, raggiungono velocità da competizione motoristiche.

Non tutti però possono dirsi altrettanto fortunati e non c’è dubbio che la discesa libera occupi un posto a sé tra gli sport agonistici. È infatti probabilmente il solo in cui uomini “nudi”, privi di protezioni e di ausilio meccanico, raggiungono velocità da competizione motoristiche in uno strenuo tentativo di limare millesimi di secondo al cronometro – unico e insindacabile giudice dei loro confronti. Questo ovviamente li espone a enormi rischi, e non c’è discesista che nell’arco della carriera non abbia conosciuto infortuni anche molto gravi in seguito a cadute agghiaccianti solo da guardare. Purtroppo può andare anche peggio e, lungo il suo secolo di storia (la prima corsa in Svizzera, nel 1911), la “libera” è stata costellata di lutti come poche altre discipline olimpiche, così come di polemiche e di dibattiti intorno al “senso” di uno sport in cui la concreta possibilità di morire o restare gravemente invalidi è parte integrante del patto accettato dagli atleti ogni volta che calzano gli scarponi. Ovviamente questo non è un rischio che tutti sono pronti ad accettare, ed essere uno sciatore straordinario non fa per forza di te un buon discesista, come dimostrano i casi di due dominatori di slalom e gigante quali Ingermar Stenmark e Alberto Tomba che si sono sempre rifiutati di competere in questa specialità o quelli di altri grandi come Gustav Thoeni, e Kjetil Andre Amodt che non hanno mai raggiunto risultati di rilievo nella libera. Questo fatto è sicuramente imputabile alle enormi differenze d’impostazione che corrono tra una specialità basata sulla tecnica come lo slalom e una basata sulla potenza e la velocità come la discesa libera, tuttavia nel fare grande un discesista gioca un ruolo di primo piano la componente attitudinale, e non è un caso che quella che viene spesso citata come la singola performance migliore della storia della disciplina – l’Oro olimpico di Klammer a Innsbruck 1976 – sia ricordata per la quantità di azzardi che si prese l’austriaco e non certo per la sua impeccabilità estetica. La differenza tra una discesa buona e una leggendaria, tra un primo e un ventesimo posto, oltre a essere spesso una questione di decimi di secondo è soprattutto una questione di “cuore” e di coraggio perché, per dirla con Bode Miller: «Quando inizi a preoccuparti è finita».

In ogni caso, come per molti altri sport “pericolosi”, l’aumento del coefficiente tecnologico ha aiutato a migliorare la situazione della sicurezza e andando oggi a riguardare vecchie immagini degli anni ’50 – l’epoca in cui l’italiano Zeno Colò dominava la scena – si prova un misto di tenerezza e terrore osservando come, al posto delle moderne reti elastiche ad alta tenuta, a separare la pista vera e propria dai burroni circostanti ci fossero delle pareti di ghiaccio alte due metri e, al posto degli attuali caschi, la sola cosa posta a riparo della testa degli sciatori fosse un cappellino di lana. Per questo non ha torto Bode Miller quando dichiara: «Non esisteranno mai gli sciatori più pazzi e coraggiosi di quelli. Cappello e maglia di lana, sci di legno e muri di ghiaccio. Crazy!».

Ovviamente, in parallelo a una maggiore sicurezza delle piste e degli equipaggiamenti, le costanti iniezioni tecnologiche – materiali più leggeri e performanti, design più aerodinamici sia per gli sci sia per le tute – hanno anche dato un sensibile contributo all’aumento della velocità di discesa, creando in sostanza un pareggio tra i due fattori, e oggi piste come quella di Wengen in Svizzera – la più lunga e faticosa del circuito, nonché la seconda vittoria più nobile e ambita del Mondiale dopo Kitzbuehel – si percorrono con tempi di anche due o tre minuti inferiori rispetto a cinquant’anni fa.

Quando viene chiesto a un discesista cosa lo spinge a gettarsi a tutta velocità su un pendio ghiacciato in una folle e solitaria lotta contro il tempo, cercando di sottrarre millesimi di secondo su ogni dosso, su ogni salto, a ogni cambio di pendenza, a ogni porta, a ogni curva, dieci volte su dieci la risposta è la stessa di chiunque pratichi uno sport estremo e/o a basato sulla velocità: l’adrenalina. Sicuramente è davvero così semplice; tuttavia, al piccolo Jung che è dentro di me, ogni tanto piace pensare che dietro a questa folle idea di scendere a uovo da una montagna giochi un piccolo, minuscolo ruolo lo stesso istinto che seimila anni fa ha spinto un uomo chissà dove a lavorare due pezzi di legno, legarseli ai piedi e inseguire una lepre.

 

Photo credits: Francis Bompard/Agence Zoom/Getty Images

 

Dal numero 18 di Studio.

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