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Dietro le quinte di Pechino Express

Un'intervista al responsabile del programma: i meccanismi, le scelte, il casting, qualche piccolo segreto del fortunato show di RaiDue.

Questa sera, lunedì 4 novembre, andrà in onda l’ultima puntata della seconda edizione di Pechino Express, e il clima che si respira è quello dei season finale delle migliori serie tv. Segno che il programma di Rai Due ha saputo mostrare il viaggio delle coppie protagoniste – tra Vietnam, Cambogia, Laos e Thailandia – come un vero e proprio racconto, curato in ogni aspetto. Nel panorama italiano, Pechino Express è uno dei pochi programmi che risponde ai criteri produttivi industriali richiesti oggi alla televisione. È una macchina moderna, perfettamente organizzata, che ottimizza al massimo le risorse e rifugge gli sprechi. Negli scorsi giorni ho incontrato Eugenio Bonacci, direttore programmi di Magnolia, responsabile sia della prima sia della seconda edizione dello show, per capire come funziona uno dei programmi più faticosi della televisione italiana. Faticoso non solo per i concorrenti ma per tutta la produzione coinvolta, tra monsoni, temperature a 40°, 100 permessi governativi, 500 vaccini, 70 visite mediche, 300 voli internazionali e migliaia di chilometri da macinare in un tempo limitatissimo.

Quali sono state le peculiarità dell’adattamento italiano di Pechino Express?

Intanto la scelta di mischiare persone sconosciute e celebrities. Nell’originale (format belga/olandese, ndr) e in quello francese, ormai giunto alla nona edizione, i concorrenti sono persone qualsiasi. È stata fatta anche un’edizione speciale con volti noti in India, ma in quel caso c’erano appunto solo celebrities. Che poi la nostra idea è quella di lavorare molto sull’identità della coppia più che ricorrere a personaggi dello spettacolo abusati e molto esposti. Ci interessa costruire coppie che abbiano una base relazionale molto forte, di modo che durante il viaggio possano nascere dinamiche che facciano emergere il loro carattere senza mediazioni, molto oltre al gioco in sé. Un’altra distinzione forte, che va nella direzione del racconto, è stata privilegiare la componente reality rispetto al gioco. Nelle edizioni estere, Pechino è soprattutto un adventure game, ci sono molte più prove, anche il sistema di gioco è più complesso e il tono è decisamente sbilanciato sulla competizione. Noi abbiamo voluto dare risalto alle relazioni tra i concorrenti e tra loro e la popolazione locale; siamo l’unico adattamento, per dire, che si sofferma così tanto sulle notti trascorse in compagnia delle famiglie ospitanti.

Come nasce una stagione? La costruzione del percorso, i sopralluoghi, la fase di pre-produzione…

Abbiamo saputo che si sarebbe fatta la seconda edizione di Pechino all’inizio del 2013, da lì è partita la corsa per definire tutto e ti assicuro che le cose da fare sono un’infinità. Dopo la prima stagione in India e Cina abbiamo pensato di tornare in Asia perché l’impatto culturale di quei posti è molto forte. Una volta saputo che il programma sarebbe partito abbiamo definito il percorso con i detentori del format, in parte adattando tratti già fatti in passato in parte cercando nuove soluzioni. Girando a ridosso dell’estate la preoccupazione maggiore è legata al clima. È molto importante schivare i monsoni, per esempio. Abbozzato l’itinerario bisogna fare i sopralluoghi, in pratica si percorrono tutte le tappe che dovranno poi fare i concorrenti, chiedere le autorizzazioni ai governi, mettere a punto il piano produttivo…

In questa fase del lavoro c’è anche il casting. Come avete lavorato sulle coppie?

Il casting ci occupa un paio di mesi. Ma non è un casting aperto, siamo noi che pensiamo a un personaggio e poi verifichiamo la sua disponibilità. Abbiamo un’idea delle tipologie di coppia che ci interessano, anche se a volte gli accoppiamenti sono fortuiti. Prendi Corinne Clery, quando abbiamo pensato a lei non sapevamo neanche avesse un fidanzato molto più giovane. È stata lei a dirci che il viaggio avrebbe voluto farlo con lui. Nel caso della Marchesa, invece, l’avevamo vista a Uno Mattina e quando ci siamo incontrati si è presentata con il suo maggiordomo. Per tutto il tempo se n’è stato in disparte ad ascoltare e per qualche ragione ci è sembrata una coppia perfetta. E quando le abbiamo chiesto se avrebbe accettato di fare il programma con Gregory ha detto subito di sì. Come ti dicevo, ci interessa usare personaggi che appaiono poco, che nonostante la notorietà siano in qualche modo inediti e abbiano qualcosa da raccontare. Poi ogni coppia ha un ruolo nel programma, prendi i Figli di, sapevamo che sarebbero stati di rottura rispetto alle altre coppie. Sono snob, colti e hanno una personalità originale. Per questo li abbiamo fatti entrare per ultimi, per acuire il contrasto con le altre coppie. Sono anche molto eccentrici e speravamo ci garantissero una lettura del viaggio diversa, simile a quella che Costantino ci ha dato la scorsa stagione.

Ecco, il punto centrale di questa edizione: Costantino. Quando avete capito che sarebbe stato il conduttore giusto?

Per questa edizione la rete ha chiesto un nome nuovo. Tante ipotesi, poi l’entusiasmo che Costantino ha saputo suscitare nel pubblico, e in tutti noi, durante la scorsa edizione ha vinto. Pensare che avevano avuto molti dubbi sulla sua partecipazione come concorrente al programma… essendo lui una persona molto particolare, con tante fobie, avevamo paura che si ritirasse subito lasciandoci in ambasce… Invece è stato il concorrente ideale, pieno di iniziativa, divertente ma soprattutto capace di dare una lettura ironica del programma che nelle edizioni estere non compare. Il suo modo di vivere la competizione e il viaggio in quei paesi è molto sentito, per cui alla fine la scelta di affidargli la conduzione è stata piuttosto semplice. Ci offriva garanzie uniche. Poi Costantino ha l’intelligenza per dare più profondità al format perché ci mette molto del suo. Spesso la tv, specie i programmi che si basano su meccanismi di gioco come Pechino, tende ad annullare la personalità del conduttore che si limita a raccontare la competizione. Costantino, invece, è riuscito a contaminare il format con la sua personalità, lo ha fatto suo. La sua presenza ci ha permesso anche di dare maggiore risalto alla componente relazionale del racconto, meno autostop più reality. Non a caso in ogni puntata gli abbiamo messo al fianco personaggi locali, così ha potuto farsi il suo viaggio personale che scorre parallelo a quello delle coppie. Per dirti la sua capacità di raccontare senza retorica i posti che abbiamo visto, ricordo una sera che eravamo in un villaggio isolato e piuttosto inquietante delle montagne centrali del Vietnam, non c’era niente di niente e lui s’è inventato questo intermezzo girato in una sala giochi dove tutti avevano in mano uno smartphone, che alla fine dice dello sviluppo di quei posti, del legame che hanno con il progresso, più di un documentario. In più, cosa fondamentale, lo fa sempre con molta originalità e sensibilità.

Quanti giorni di viaggio avete fatto?

In totale circa 45. Per realizzare una puntata servono 3 giorni e 2 notti. Ogni coppia è seguita, da quando si sveglia a quando chiude gli occhi, da una piccola troupe composta da un videoreporter, da un reporter e da un mini van che fa da cellula produttiva. Quando le coppie fanno autostop devono garantire il passaggio anche al cameraman e al reporter. Se proprio non è possibile, il reporter resta sul van in contatto audio con la coppia, di cui ascolta ogni singola battuta e prende nota di tutto in vista dei confessionali, di fatto si tratta di un vero e proprio autore di campo. Appena terminato il girato di una puntata viene spedito in Italia per evitare che si perda o si rovini. Nel complesso la produzione è fatta da 12 videoreporter, 11 reporter, 10 persone di produzione italiana sul campo, 8 persone tra redazione e casting, 35 persone della line production belga, più un’ottantina di assistenti alla produzione composta da personale locale. Il tutto coordinato da un regia centrale che tiene le fila a bordo di un pulmino in contatto telefonico satellitare con la produzione sul campo.

E quante ore di girato avevate alla fine?

Duemila ore. Per montare abbiamo usato 12 linee.

Montate tutto prima dell’inizio del programma o di puntata in puntata?

Di puntata in puntata. Il montaggio inizia il giorno dopo la fine delle riprese e va avanti fino al termine del programma. Per dirti, in questo momento stiamo ancora montando la finale e mancano solo pochi giorni alla messa in onda. È qui che si costruisce il racconto di tutto.

Sembra un programma piuttosto costoso, anche visti i risultati buoni ma nella media di rete…

Non è un programma low budget, senz’altro. È un programma con valori produttivi molto buoni, poi è pur sempre una produzione che non utilizza lo studio e la diretta, due elementi che fanno lievitare i costi, e così riesce a essere un prodotto molto più economico rispetto ad altri di prima serata di Rai Due come The Voice o come la vecchia Isola dei famosi. Angelo Teodoli (direttore di rete) lo considera il programma di punta dell’autunno, certo il contesto competitivo di quest’anno è stato molto più duro, tra Montalbano, la fiction di Canale 5, Report… ma Pechino ha mantenuto gli stessi risultati di ascolto della scorsa edizione, segno che il programma ha un pubblico molto fedele disposto anche a inseguire il giorno di messa in onda, com’è successo quest’anno.

A guardare i dati di permanenza sembra il pubblico di un telefilm…

Anche per caratteristiche socio-demografiche, gli assomiglia. Pechino porta alla rete un pubblico limitato ma prezioso: più giovane, più colto e femminile, con una capacità di penetrazione nei social media molto alta.

Mancano poche ore alla finale… Mi spieghi una cosa? Come diavolo fate a tenere segreto il nome del vincitore?

Questo è, e deve restare, un mistero. Non ti posso svelare la procedura che ci siamo inventati, però, posso rivelarti che anche in questo momento, a ridosso della finale, solo 4 persone conoscono il nome del vincitore.

Oltre alla coppia vincitrice.

No, le coppie finaliste non sanno ancora chi ha vinto. Abbiamo girato l’arrivo di ognuna delle tre coppie come fosse quello del vincitore. E non lo sapranno fino alla messa in onda. Neanche in Rai sanno chi ha vinto, almeno fino al visionamento della puntata. Siamo costretti a fare così, se si diffondesse il nome del vincitore sarebbe molto grave per il programma. Prendi Masterchef: andrà in onda a dicembre ma è già stato girato e nessuno conosce, tranne i responsabili della produzione, chi ha vinto. Nemmeno io lo so perché non ci ho lavorato.

Questa cosa mi affascina tantissimo. Mi piacerebbe saperne di più.

Non posso svelarti il meccanismo. Un giorno sarebbe bello poter girare il finale in diretta, ma i problemi produttivi da superare sono tanti.

Tornando ai vincitori, non vorrei essermi perso qualcosa ma non vincono proprio niente oltre alla gloria. Cioè non ricevono premi in denaro. Confermi?

Gli unici soldi che vincono sono quelli che poi vengono devoluti in beneficienza.

Anche la notorietà, in un programma di questo tipo… dura poco.

Sì, non è un talent dove il vincitore realizza un sogno, porta a casa un contratto e può cominciare una nuova vita. Non è neanche un reality dove vince premi in denaro, come Grande Fratello. L’unica cosa che vince è l’edizione del programma e questo mi sembra il migliore spot che possa esserci per la veridicità di Pechino Express. Vincere per la sola gioia di vincere.

 

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