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Dieci modi di raccontare l’Africa

Da Frobenius a Selasi e Teju Cole: come è cambiato il modo di scrivere dell'Africa, e quindi di percepirla “da fuori”? L'impegno, i cliché, il passato, in una lista di brevi citazioni.

La scorsa estate in Italia sono usciti  a poca distanza uno dall’altro tre libri di autori africani accomunabili e accomunati sulla stampa dal fatto di essere esempi di una nuova generazione cosmopolita di scrittori africani, africani borghesi e di buona famiglia, che hanno frequentato università prestigiose e che hanno vissuto o vivono nelle capitali del mondo occidentale, e che con questi libri hanno seppellito la tradizione dell’oralità (perché è molto visibile in tutti e tre l’influenza della tradizione romanzesca europea e americana), e dall’altro non hanno raccontato fame, povertà, guerre, ovvero quello che ci si aspetta automaticamente da uno scrittore africano. Questi tre libri sono: Città aperta di Teju Cole (Einaudi, qui recensito), La bellezza delle cose fragili di Taiye Selasi  (Einaudi, qui intervistata), Un giorno scriverò di questo posto di Binyavanga Wainaina (66thand2nd). Intanto Adelphi ha appena riportato in libreria un classico dell’etnografia novecentesca, quella Storia della civiltà africana di Leo Frobenius, che all’epoca della sua uscita (anni ’30) mise a soqquadro la tradizione degli studi occidentali sull’Africa e che ancora oggi  conserva molti elementi d’interesse (tra cui la teoria della commozione nella produzione artistica).

Il racconto d’Africa mette alla luce con particolare evidenza alcuni questioni della scrittura che per me sono fondamentali  come il problema della rappresentazione di un contesto e dell’autorappresentazione, e il problema dello sguardo. Così, quasi per gioco, ho raccolto dai libri citati alcuni passi significativi, soprattutto se messi a confronto, aggiungendone altri da libri in tema, che sono: 1) Il grande capolavoro-teorico pratico, drammatico-filosofico, Elizabeth Costello di J. M. Coetzee; 2) i taccuini che Gianni Celati compilò nel corso di un viaggio in Africa, in modo apparentemente diretto e istitintivo come le note che scrisse per il suo viaggio lungo il Po; 3) un articolo di Wainaina pubblicato su Granta, ancora oggi il più cliccato sulla versione digitale della rivista, che è una guida ironica su come scrivere, e quindi su come non scrivere, un libro sull’Africa; 4) un acutissimo pezzo sullo sguardo, scritto da Monte Reel e uscito su The Believer, che mette in rassegna le guide e i manuali che venivano utilizzati dagli esploratori vittoriani; 5) un romanzo più schiettamente africano ma non privo di forza e originalità come Vita a spirale del senegalese Ndione; 6) e infine quella che viene considerata la pietra miliare del reportage africano, ma di cui è stata anche contestata la veridicità, che è Ebano di Kapuscinski.

E questo è il mix che ne è venuto fuori:

1.
Non bisogna dimenticare che, ancora per la generazione passata, l’Africa, come l’immaginavano gli Europei di media cultura, era un paese desolato, il continente della febbre, luogo da avventurieri e missionari. E i suoi indigeni, barbari semibestiali, razza di schiavi, popolo selvaggio e depravato, che aveva prodotto solo questo feticismo e null’altro. Se eventualmente si accennava conversando alle grandi città del Sudan, con i loro centomila abitanti ben vestiti, esperti artigiani, si aggiungeva, alzando le spalle: « Le hanno portate gli Arabi a quei figuri! ». Sia pure! Questa era l’opinione dell’Europa dell’Ottocento, quando un’eroica schiera di grandi ostinati partiva, e sfidando il disprezzo, la febbre e il cannibalismo, spezzava l’involucro che fasciava l’interno del continente e, con ammirevole energia, ne rivelava l’immagine esteriore.

2.
Lungo la strada cartelloni governativi molto colorati. In uno sono disegnati sei giovani neri vestiti all’europea (tranne uno vestito da uomo selvatico). Questi sembrano un po’ smarriti, sullo scorcio d’una strada che rappresenta la prospettiva dell’avvenire. Sotto, la propaganda contro l’Aids ha tre grandi sostantivi che invitano a Prudenza, Famiglia, Preservativo. (Nel Mali l’Aids è più diffuso che negli altri paesi africani, però qui molti dicono che c’è sempre stato e viene dalla Costa d’Avorio). Un altro cartellone mostra lo stesso scorcio, ma sulla prospettiva dell’avvenire qui c’è una ragazza che va a scuola, vestita come una collegiale europea. La scritta di propaganda scolastica dice che quella ragazza diventerà una produttrice economica e una produttrice di prole per lo stato. In giro non ho visto nessuno che somigli alle figurine dei cartelloni stradali, le quali mi sembrano uccelli in una voliera, mentre noi transitiamo in corriera come uccelli di passo.

3.
Nel tuo testo considera l’Africa come se fosse un solo Paese. È caldo e polveroso con praterie e branchi di animali e gente alta e magra che muore di fame. Oppure è caldo e umido con gente molto bassa che mangia primati. Non ti impantanare in descrizioni accurate. L’Africa è grande: 54 nazioni, 900 milioni di persone che sono troppo occupate a patire la fame e a morire e a preoccuparsi e a emigrare per leggere il tuo libro. Il continente è pieno di deserti, giungle, colline, savane e molte altre cose, ma al tuo lettore non importa, quindi fa che le tue descrizioni restino romantiche ed evocative e generiche.

4.
E infine, la scoperta principale: gli uomini, la gente del posto, gli indigeni. Il modo in cui si accordano con questo paesaggio, con questa luce, con questo odore. Come costituiscano un tutto unico. Come uomo e paesaggio formino un insieme inscindibile e armonioso, identificati l’uno con l’altro. Come ogni razza è connaturata al suo paesaggio, al suo clima! Noi plasmiamo il nostro paesaggio ed esso a sua volta plasma i tratti del nostro volto. Tra quelle palme, quelle liane quella boscaglia e quella giungla, l’uomo bianco sembra un elemento spurio, incongruo, dissonante. […] Per la gente del luogo, invece, è tutto il contrario: con la loro forza, la loro grazia e la loro resistenza, si muovono in modo libero e naturale al ritmo imposto dal clima e dalla tradizione, un ritmo rallentato, che non conosce fretta: tanto nella vita non si può avere tutto, bisogna pur lasciare qualcosa anche agli altri.

5.
Divenne presto chiaro che i viaggiatori di terre remote, anche quelli coraggiosi come Burton avevano bisogno di orientarsi confrontandosi con gli enigmi di quei mondi inesplorati. Avevano bisogno di mani che li guidassero. Avevano bisogno di manuali. Era raro che gli esploratori vittoriani si avventurassero nelle terre selvagge senza portarsi una piccola biblioteca di libri su come esplorare. Tra i volumi che Burton portò con sé in Africa orientale c’era una copia annotata in modo fitto dellArte del viaggio di Francis Galton. Originariamente concepita come un taccuino per esploratori e sponsorizzato dalla England’s Royal Geographical Society, il libro diventò una lettura obbligata per ogni viaggiatore vittoriano che si rispetti. Prima di rimboccarsi le maniche e imbarcarsi nella faticosa faccenda dell’esplorazione, il viaggiatore poteva andare a pagina 134 per imparare il modo migliore per fare esattamente questo: «Quando decidi di rimboccarti le maniche della camicia, ricordati che il modo per farlo non è girando i polsini da dentro a fuori, ma da fuori a dentro verso le braccia. In questo caso le maniche rimarranno intatte per ore senza essere toccate; nell’altro scenderanno giù ogni cinque minuti».

6.
Tutti gli architetti-imprenditori edili d’alto bordo avevano invece delle idee ben precise (vale a dire una sola, la stessa) di come doveva essere fatta una casa, e cioè sgargiante e mastodontica in maniera direttamente proporzionale alle finanze a disposizione, senza legame alcuno con l’architettura africana. Andando da un ufficio iperclimatizzato all’altro, Kweku aveva cercato di spiegare la sua idea: e cioè (a) che la sua casa, così come l’aveva immaginata lui, non sarebbe apparsa un “pesce fuor d’acqua”, come invece sostenevano gli imprenditori edili («Non siamo mica negli Stati Uniti»); (b) che Accra aveva sempre accolto a braccia aperte ogni forma di architettura coraggiosa e innovativa e a testimoniarlo c’era il genio futurista della Black Star Square; (c) che una costruzione che si sviluppava intorno a un cortile era in realtà una struttura tipicamente ghanese, particolarmente adatta all’ambiente circostante, cosa che non poteva certo dirsi delle loro case-vetrina. Che più che “case” erano magazzini dove accumulare merci: quadri di pessimo gusto, divani di velours, fiori di plastica, quintalate di kitsch, tappeti persiani, tende di velluto, lampadari, pelli d’orso, tutta roba che non aveva niente a che fare con un paese tropicale.

7.
Il romanzo inglese – dice – è scritto in primo luogo dagli inglesi per gli inglesi. È questo a farne il romanzo inglese. Il romanzo russo è scritto dai russi per i russi. Ma il romanzo africano non è scritto dagli africani per gli africani. Magari i romanzieri africani scrivono dell’Africa, di esperienze africane, ma mi sembra che mentre scrivono non facciano altro che guardarsi alle spalle, con un occhio agli stranieri che li leggeranno. Che piaccia o meno, hanno accettato il ruolo di interpreti, di coloro che interpretano l’Africa per i lettori. Ma come puoi esplorare un mondo in tutta la sua profondità se al tempo stesso lo devi spiegare a chi gli è estraneo? È come se uno scienziato cercasse di dedicare piena attenzione creativa alle proprie ricerche e intanto spiegare quello che fa a una classe di studenti ignoranti. È troppo per una persona sola, non si può fare, o almeno non a un livello profondo. Ed è questa, mi sembra, la radice del tuo problema. Il bisogno di mettere in scena la tua africanità e al tempo stesso scrivere.

8.
La conversazione si fece ricca, brillante, contraddittoria, costellata da immense risate: la vita incerta e la morte ancora più incerta, il peperoncino, la sottrazione dei fondi pubblici, la letteratura, i colpi di Stato, il ballo organizzato per quella sera, le religioni rivelate, la pena capitale, i caprini responsabili della siccità, Dio, il sadico delle case popolari che ha violentato e strangolato una ragazzina di nove anni, la democrazia trasformata in corrente di pensiero, l’aria, lo scandalo della sottrazione di fondi, il mare, le verdure, gli incidenti automobilistici, la moda, Bob Marley, la prostituzione, l’inferno, il paradiso, la siccità, l’erba, l’apertura democratica, la dissenteria, le foglie degli alberi, i marabutti, il denaro, la scarsità di cibo, gli interventi stranieri in Africa, la società, i rapporti sessuali, gli animali, i crimini, il deputato uomo d’affari che speculava sui pomodori, l’articolo 35, l’anno 2000, l’insegnamento, la legge sull’arricchimento illecito, l’ossigeno, il Corano, l’apartheid, i granelli di sabbia, i magistrati, Kukoi, la settimana di sangue in Gambia, la Confederazione sene-gambiana…

9.
L’idea di essere circondato da una sessantina di ruandesi cambiò lo spirito della serata. Era come se all’improvviso l’aria fosse satura di tutte le loro storie. Quali perdite si nascondono dietro le risate e gli amiccamenti?, mi chiedevo. Molti di loro erano adolescenti durante il genocidio. Chi, tra i presenti, aveva ucciso o era stato testimone di un omicidio? I volti sereni di certo mascheravano un dolore che non potevo vedere. Chi tra loro aveva cercato la salvezza nella religione? Così cambiai idea e, invece di andarmene, ordinai ancora da bere. Osservai le coppie, i gruppetti di quattro o cinque, gli uomini in terzetti, palesemente rapiti dai corpi delle belle donne che ballavano. L’innocenza in mostra era impenetrabile e ordinaria. Erano esattamente come i giovani di tante altre città. E percepii parte di quella gabbia mentale – impalpabile a volte, ma sempre presente – che provavo ogni volta che mi venivano presentati dei ragazzi serbi o croati, o provenienti dalla Sierra Leone o dalla Liberia. Era il dubbio che anche loro forse avevano ucciso più e più volte, e solo in seguito imparato a sembrare innocenti.

10.
Finisci sempre il tuo libro con Nelson Mandela che dice qualcosa sugli arcobaleni o le rinascite. Perché tu sei impegnato.

 

(1) Leo Frobenius – Storia della civiltà africana (Adelphi)
(2) Gianni Celati – Avventure in Africa (Feltrinelli)
(3) Binyavanga Wainaina – “How to Write about Africa” in Granta 92
(4) Ryszard Kapuscinski – Ebano (Feltrinelli)
(5) Monte Reel – “How to Explore Like a Real Victorian Adventurer” in The Believer october 2011
(6) Taiye Selasi – La bellezza delle cose fragili (Einaudi)
(7) J. M. Coetzee – Elizabeth Costello (Einaudi)
(8) Abasse Ndione – Vite a spirale (edizioni e/o)
(9) Teju Cole – Città aperta (Einaudi)
(10) Binyavanga Wainaina – “How to Write about Africa” in Granta 92

 

Immagini a cura di Filippo Nicolini

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