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Dentro la notizia (falsa)

Il vivacissimo ecosistema delle bufale ha trovato un habitat perfetto nei social media: c’è chi ha fiutato il business e ha fatto della disinformazione una linea editoriale. Passato e (luminoso) futuro dell'hoax.

No, non c’è nessuna nave abbandonata e infestata di ratti cannibali in avvicinamento alle coste britanniche. Justin Bieber non è mai finito in prigione e non è mai stato seviziato dal compagni di cella. Quanto a quell’hoverboard – lo skateboard volante reso noto dal film Ritorno al Futuro – non esiste veramente e non c’è nessuna azienda che lo sta sviluppando usando «tecnologia più sofisticata di quella necessaria a mandare in orbita un satellite». E no, ancora, l’Unione Europea non elargirà 1500 euro a chi ospiterà in casa una studentessa ucraina. E quel video virale in cui degli sconosciuti limonano davanti alla telecamera? Erano modelli, non sconosciuti, pagati per fingere imbarazzo.

Tutte queste notizie hanno due caratteristiche in comune: a) si sono diffuse su Internet diventando “virali” di condivisione in condivisione; b) sono tutte false, parzialmente o del tutto. Sono bufale giornalistiche che hanno sfruttato il pruriginoso, l’inaspettato e alcune forti emozioni per dilagare, finendo per essere riprese da testate mainstream e diventare di conseguenza vere – perlomeno nella percezione del pubblico. L’hoax, la notizia-farsa, non è un prodotto dell’era digitale: ha anzi radici piuttosto profonde nella cultura umana. Nel mondo anglosassone abbraccia la tradizione dell’April’s Fool, il pesce d’aprile, fornace annuale di storie incredibili, bugie e panzane che vengono tollerate e celebrate per 24 ore. Alla base della panzana di tipo 1, quella tradizionale, c’è però lo svelamento, il momento in cui la notizia viene smentita e dichiarata falsa: si raccontano bugie, si ride un po’ e poi tutto viene messo in chiaro. Fine. Una bufala invece punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità; è lì, nella palude tra il vero e il falso, che trova l’habitat ideale per continuare a vivere.

È passato alla storia il radiodramma del 1938 in cui Orson Welles lesse brani da La Guerra dei Mondi di H. G. Wells, un racconto fantascientifico, spacciandoli per resoconti giornalistici, breaking news. Il risultato fu il terrore generale e la diffusa convinzione che l’Inghilterra fosse stata attaccata dagli alieni. A metà tra lo scherzo letterario e l’esperimento radiofonico, il caso Welles non rientra propriamente nella categoria della “bufala”, che invece possiamo definire come una notizia creata per venire diffusa a uno scopo ben preciso. Negli scorsi anni, grazie anche alla viralità massiccia tipica dei social network, la bufologia è stata sfruttata anche a fini commerciali: il video dei baci tra sconosciuti era in realtà una pubblicità per una marca di vestiti; il finto hoverboard era un esperimento condotto da Funny or Die, sito umoristico co-fondato dall’attore comico Will Ferrell. Gli altri esempi sono invece notizie gonfiate o inventate di sana pianta – «all’antica» – per seminare panico o curiosità. Ci sono moltissimi motivi per raccontare una bufala ma negli ultimi anni se ne è aggiunto un altro, essenziale: i click.

Una bufala punta a contrastare ogni svelamento, mirando all’ambiguità; è lì, nella palude tra il vero e il falso, che trova l’habitat ideale per continuare a vivere.

Blog, siti di news e portali di informazione si basano sulla pubblicità online, un settore in cui serve accumulare enormi numeri di visite e pagine viste per avere guadagni sufficienti a far quadrare i bilanci. Ryan Holiday è un giovanissimo media strategist americano che conosce perfettamente i meccanismi morbosi del settore e li ha usati per promuovere i marchi per cui lavorava, tra cui American Apparel. Lui sa come attirare l’attenzione dei blogger su un suo cliente, creando esche con cui ha incastrato anche testate giornalistiche prestigiose. Tutto però parte dai blog. Ne basta uno, anche di nicchia, e l’effetto valanga fa il resto: redattori e blogger sono alla costante ricerca di nuove notizie, e Holiday è lì per fornirgliele. Quando il suo cliente Tucker Max doveva promuovere il film ispirato al suo libro I Hope They Serve Beer in Hell, Holiday decise di puntare sull’odio diffuso ispirato dallo scrittore – autodefinitosi «un coglione di professione» – vandalizzando delle locandine del film e mandando le foto del fattaccio a due siti piccoli ma molto letti dalle persone giuste. Il bufalaro produsse quindi quella che Felix Salmon, esperto di media statunitense, ha definito frovocation: una provocazione falsa. Le frovocazioni hanno due caratteristiche principali: sono false; incuriosiscono milioni di persone. Come già detto, per quanto eticamente vomitevole, questa pratica rende tutti contenti, almeno superficialmente: è contento il blogger, il suo editore, chi ha inventato la bufala e chi lo ha pagato per inventarsela. È un meccanismo bulimico e autoalimentante. Funziona.

«Oggi chi pubblica bufale non ha molto da perdere, i siti internet sono strumenti facili da operare. Nel XIX secolo, invece, gli editori evitavano di pubblicare troppe bufale per timore di perdere lettori»

«Da quando esistono i mass media, le persone sono state in competizione per attrarre l’attenzione del pubblico», spiega a Studio Alex Boese, curatore del sito “Museum of Hoaxes”, che dal 1997 raccoglie, studia e racconta le più grandi bufale della Storia. In quasi 20 anni di attività Boese è diventato uno dei maggiori esperti del settore, e lo ha visto evolversi da vicino: «Oggi chiunque può inventarsi un hoax, postarla su Twitter e raggiungere potenzialmente un pubblico di milioni di persone. Questo non succedeva nel XIX secolo e il risultato è che il numero di hoax è aumentato esponenzialmente, ne siamo bombardati di continuo. È facile, veloce, remunerativo e non è neppure così rischioso, se siete una di quelle persone che non sanno che farsene della morale: «Oggi chi pubblica bufale non ha molto da perdere, i siti internet sono strumenti facili da operare» continua l’esperto. «Nel XIX secolo, invece, gli editori evitavano di pubblicare troppe bufale per timore di perdere lettori».

State pensando a quello che penso io? Aprire un sito, renderlo vagamente credibile con un aspetto da “giornale online” riempiendolo però di stronzate, aspettando che si compi la magia? Arrivate tardi. È già stato fatto, e con discreto successo. Foto Imbarazzanti, per esempio, è nato dalla costola di “Foto imbarazzanti feste – Italia”, un gruppo Facebook che pubblica immagini di party selvaggi e gioventù sbronza. Grazie a questo materiale ha accumulato più di 220 mila fan sul social network, una notevole base che ha sfruttato per il lancio del sito vero e proprio. Tra gli articoli proposti, una commistione di notizie assurde-ma-credibili come “Cerca una prostituta sul web e si ritrova con la fidanzata del figlio”, e prodotti di fiction come “Si laurea in filosofia e dopo 2 settimane trova lavoro. La Questura indaga”, o la bufala su Justin Bieber citata a inizio articolo. A causa del rapporto superficiale e veloce che molti utenti hanno con le notizie anche i post più improbabili possono essere presi per veri: succedono tante cose strane al mondo, dopotutto, perché non credere a queste panzane? E quindi si pigia il “like”, lo si twitta. Le condivisioni sui social network di Foto Imbarazzanti lo dimostrano – soprattutto quello dei like su Facebook, spesso sull’ordine delle decine di migliaia per articolo.

«Se alcuni lettori credono che davvero un governo una a tassa di passaggio per tutte le donne più basse di 150 cm e più pesanti di 80 chili perché assimilabili ai mini-Suv, mi dispiace, ma non è colpa di Lercio»

Negli Stati Uniti succede qualcosa di simile con The Onion, noto settimanale umoristico i cui articoli vengono spesso presi sul serio anche da altri giornalisti (numerosi i precedenti, dalla Reuters al Corriere della Sera). Prendere sul serio un articolo di The Onion è un errore diffuso, un rischio calcolato per gli utenti, perché la testata usa uno stile giornalistico molto alto mascherando l’intento ironico della pubblicazione. Il sito Literally Unbelievable raccoglie post Facebook in cui utenti commentano seriamente articoli assurdi come “Il livello dei mari potrebbe alzarsi di un piede se molte persone andranno a nuotare” e “Nuovo studio sulla marijuana suggerisce che tutte le persone che conosci sono fumati e tu sarai fuori per sempre”. Aveva ragione P. T. Barnum, il creatore dei più famosi circhi della storia, quando disse: «Sarebbe qualcosa di meraviglioso per l’umanità se qualche yankee filosofico creasse un termometro in grado di misurare l’incidenza delle fandonie in qualsiasi cosa. Fandonia-metro, potrebbe chiamarlo. Sarebbe un successo». E non è un caso che sia stato proprio un genio dell’intrattenimento ad odiare le balle, le truffe, gli imbrogli, strumenti così ridicoli e potenti in grado di rubare il lavoro a chi prende certe cose sul serio.

Da poco tempo anche il pubblico italiano ha potuto osservare il fenomeno The Onion da vicino: Lercio, un sito nato nell’ottobre 2012 come blog personale di Michele Incollu, è presto diventato la Mecca nostrana delle anti-notizie create per far ridere, non per disinformare. «La nostra intenzione non era (e non è) creare bufale, ma elaborare notizie false e divertenti (satiriche e non)», spiega a Studio Eddie Settembrini, collaboratore del sito. «Le nostre notizie sono palesemente false, nella maggior parte dei casi non è necessario nemmeno leggere l’articolo per capirlo, basta il titolo. E se alcuni lettori credono che davvero un governo possa mettere un bollo sulle carrozzine per disabili e che «…Tra le altre norme contenute nel maxi-emendamento ci sono da segnalare: la tassa sulle scarpe che superano il numero 40 perché “consumano più asfalto”, la tassa sulla scarpetta, voluta dalla lobby delle lavastoviglie, la tassa di passaggio per tutte le donne più basse di 150 cm e più pesanti di 80 chili perché assimilabili ai mini-Suv…», mi dispiace, ma non è colpa di Lercio». Ovviamente no – ma l’assenza di sense of humor può fare miracoli. Settembrini si è fatto un’idea del fenomeno: «Molte persone non leggono gli articoli e non verificano le fonti, vedono il titolo girare sulla loro bacheca e questo è di per sé sufficiente. Altri si lasciano ingannare dal taglio giornalistico del sito: “l’articolo è scritto bene, fanno nomi e cognomi quindi la notizia è vera”, pensano in molti». Molti studi hanno dimostrato la superficialità che contraddistingue la lettura degli articoli online: letture non completate, condivisioni fatte senza aver letto veramente il pezzo, un torrente continuo di informazioni delle quali abbiamo sempre meno il controllo. Un modello di business basato sulla quantità e su dei lettori poco attenti: è l’Eden delle frottole.

Successe anche a metà dell’Ottocento negli Stati Uniti, quando gli editori pubblicavano articoli umoristici che venivano presi per veri da parte dei lettori. «Mark Twain cominiciò così» continua il fondatore del Museum of Hoaxes, ricordando che «l’idea di stampare bufale per aumentare lettori è vecchia quanto la stampa commerciale», quindi è nata attorno al 1830, quando i quotidiani venduti per strada dagli strilloni cominciarono a sostituire quelli venduti per abbonamento. D’un tratto, i titoli scioccanti e curiosi divennero la base del mercato, esche buone per il cittadino indaffarato disposto a spendere un nichelino per gli ultimi croccanti aggiornamenti su una notizia morbosa. È la nascita del gossip, della cronaca nera e delle bufale giornalistiche moderne.

Ci vuole equilibrio per destreggiarsi sulla sottile linea che divide bugia, sciocchezza e bufala. Il filosofo americano Harry Frankfurt ha dedicato alla questione un agile pamphlet, On Bullshit (Princeton University Press, 2005), nel quale ha indagato il ruolo delle stronzate nella cultura moderna, dimostrando quanto esse siano distanti dalle bugie tout court, caratterizzate da una maggiore purezza d’intenti. «Una persona mente solo se crede di sapere la verità», scrive lo studioso, mentre il bullshitter, «non sta ne dalla parte della verità né dalla parte del falso. I suoi occhi non guardano in nessun modo».

Secondo Frankfurt, nulla è veramente cambiato: «Non c’è mai stata tanta comunicazione di qualsiasi tipo come in questi tempi, eppure la proporzione delle stronzate potrebbe non essere aumentata».

È difficile capire se il settore si sia espanso negli ultimi anni. Qualora fosse successo, comunque, è il caso di precisare che i mass media non ne sarebbero i soli responsabili. Oggi chiunque può dire la sua – e in qualche modo, siamo tutti tenuti a dire la nostra, uno di quegli obblighi bullshit-alimentanti di cui scrive Frankfurt: «Le stronzate sono inevitabili in qualunque circostanza in cui siamo tenuti a parlare d’argomenti che non conosciamo».

Che fare, quindi? Possiamo imparare dai nostri errori. Un consiglio? Andate su Facebook o Twitter a ripescare la diatriba La Grande Bellezza sì-La Grande Bellezza no di qualche settimana fa. Rileggete il tutto. E pentitevi.

 

Dal numero 19 di Studio

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