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Sapessi com’è strano rifare il Pd a Milano

Una giornata tra i Dem meneghini: riunioni in seminterrati, militanti anziani e giovani politici come Pietro Bussolati, il trentenne che vuole svecchiare la sinistra partendo dalla propria città.

Quando scendo dal tram alla fermata di Porta Romana il cielo sopra Milano è cinereo e scialbo, come se l’autunno fosse arrivato di colpo. Al mio arrivo non scorgo il «cinemino forse fatto apposta, due film in una volta cento lire» di gaberiana memoria ma Pietro Bussolati, 31 anni, che sotto questo cielo ci ha passato tutta la vita. Pietro è tifoso interista, di questi tempi ha un grande bisogno di sigarette («durante la campagna elettorale fumo troppo», mi confida) e i toni convincenti di chi sa di cosa parla. È uno dei quattro candidati alla segreteria provinciale nel prossimo Congresso milanese del Partito democratico (per cui si vota sabato), quello scelto dalla maggioranza dei sostenitori di Matteo Renzi.

E Pietro, che è iscritto al partito dal 2009, ha le idee chiare sulla sezione PD del capoluogo lombardo («ad oggi è ininfluente, perde una media di 1000 iscritti all’anno») e sulle sfide che si stagliano all’orizzonte per la città. Nonostante la giovane età è tutt’altro che un homo novus della politica: si è candidato alle regionali nel 2010 e nel 2013 – risultando il primo dei non eletti, con migliaia di preferenze – ed è segretario di 02PD, il circolo in zona Porta Venezia che è uno dei più conosciuti luoghi di ritrovo del Partito democratico milanese. Il PD che ha in mente me lo spiega mentre aspettiamo il pranzo: «non possiamo più avere un partito che si arrampica su dei valori fumosi senza essere in grado di prendere decisioni che servano. Abbiamo bisogno di una classe dirigente non autoreferenziale che lo sappia aprire a tanti giovani e non giovani che vogliono una politica che sappia fare sintesi facendo passi avanti, che sia in grado di guidare un processo decisionale. Non possiamo rimanere chiusi nei salotti, dobbiamo rappresentare Milano».

Mi parla anche di «guardare con lenti nuove il territorio milanese», col piglio ottimista di chi vede un futuro meno cupo di certe stime: «La società è più avanti di noi. Negli ultimi tre anni sono nate 27000 startup, un terzo delle quali di under 35. Milano è la seconda città più turistica d’Italia – ha superato Venezia – e ha un settore agroalimentare e un terziario di alta gamma che è una risorsa. Un quarto delle imprese milanesi sono già “green”.». E poi – chiosa – «il partito più grande di Milano deve saper parlare di nuove tutele, nuovi diritti per i lavoratori  e gli imprenditori che si stanno affacciando. Sono il nostro futuro: se non lo fa la sinistra, chi lo fa?».

«Il partito più grande di Milano deve saper parlare di nuove tutele»

Dove più risuonano gli echi iconoclasti di scuola renziana, stranamente, è fra le righe di un post che ha scritto nel luglio scorso su qDR magazine che parla della cessione della “sua” Inter («c’è stato un periodo in cui scrivevo solo di calcio», confessa sorridendo Pietro) al magnate indonesiano Erik Thohir. Recita: «Fine, kaput, finisce l’era dei Vecchioni,  della superiorità morale, dell’essere dell’Inter e di sinistra è bello perché perdere alla fine è cosi romantico. Stop alla gestione di casa nostra, all’idea della borghesia illuminata dei salotti buoni che si destreggia tra un consiglio a Pisapia, una coda per il permesso di soggiorno della colf e una partita in tribuna per seguire i ragazzi. Basta con gli infantili amori per Recoba che non corre molto, ma oh!,  proprio uguale al Che! Fischio finale per i giocatori che vanno via dall’Inter criticando tutto e tutti tranne Moratti ‘che è come un padre’.» E io – che pure calcisticamente sto dall’altra parte della barricata, precisamente a Torino sponda bianconera – ci leggo innanzitutto un richiamo sincero al cambiamento, a squarciare il velo di Maya schopenaueriano e iniziare a dire le cose come stanno. Gli chiedo conto del suddetto passaggio, e la risposta è «guarda, a dire il vero quello è il motivo per cui ho deciso di fare politica».

In un’intervista del luglio scorso ha nominato il subcomandante Marcos tra le tre persone che hanno più segnato la sua vita. «Ma come» – obietto io – «voi renziani non eravate quelli di destra?». Lui va oltre la battuta e mi spiega che l’ha citato per la sua storia personale: «Marcos era un professore universitario di estrazione politica marxista-leninista. Partì per la Selva Lacandona, in Chiapas, per portare agli indigeni il messaggio di cambiamento dei rapporti sociali. Passati dieci anni nella giungla, il suo credo non aveva attecchito, perché gli indios non volevano sostituirsi al potere: l’EZLN nasce da questa presa di coscienza di Marcos, che articola una proposta più riformatrice e comunicativa». Morale della favola? «Questa storia insegna che il compito di un politico è capire come la società sta cambiando e guardarla con lenti prive di pregiudizi ideologici».

Ovviamente, col Congresso nazionale alle porte, non possiamo non parlare del suo nume tutelare fiorentino, di cui a Milano è stato uno dei primi sostenitori. Non rivendica però l’esclusiva, nonostante altri lo facciano: «Renziano è una pessima parola. Non esistono i “renziani della prima ora”: io stesso, che l’ho sostenuto l’anno scorso, riconosco che ora si tratta di una competizione diversa. Come tutti i leader europei Renzi sa che per cambiare il Paese bisogna prima cambiare il proprio partito, perciò ben vengano i nuovi arrivati, a certe condizioni». Il proverbiale carro renziano, peraltro, a Milano viaggia ancora piuttosto leggero, mi dice Pietro: i franceschiniani di AreaDem voteranno Arianna Censi, mentre i seguaci metropolitani di Cuperlo e Civati hanno trovato nel consigliere comunale David Gentili il loro candidato di riferimento. Il quartetto si chiude con Arianna Cavicchioli, paladina dei bersaniani old school.

La sera stessa vado ad assistere a un dibattito fra i candidati in via Diomede, quartiere Gallaratese, dove ai palazzoni da boom edilizio si alternano villette a schiera nascoste, di costruzione più recente. Il confronto è ospitato in uno spazio non propriamente enorme, all’interno di un seminterrato di un complesso condominiale ove i quattro siedono dietro un lungo tavolo, uno accanto all’altro, e in platea sono circondato da un pubblico la cui età media, a occhio, stimo superi agilmente i 45. Non sarà un caucus democratico dell’Iowa, ma il luogo gli dona un non so che di fascino carbonaro.

Il confronto è ospitato in uno spazio all’interno di un seminterrato ove i quattro siedono dietro un lungo tavolo

A turno i candidati intervengono sui problemi della città, della provincia, dell’Italia: Bussolati chiede alla platea se «ci interessa tutelare quei giovani che passano da un lavoro all’altro» e per un momento temo che dal pubblico si levi un “no” corale, poi cita una frase del fu cancelliere tedesco Willy Brandt a sigillo della sua proposta («Il miglior modo per predire il futuro è crearlo»). David Gentili, il principale contender, parla invece di senso di appartenenza e di muoversi per una «globalizzazione dei diritti che serva all’intera umanità», con parole che forse mal si accostano alla location in cui risuonano. Cita anche la sua esperienza nell’antimafia milanese (e l’attualità, con lo scioglimento del comune di Sedriano per infiltrazioni mafiose, conferma l’urgenza di questo tema) e tocca l’Expo, che se per Bussolati la mattina era un’occasione per portare Milano a livello europeo, per Gentili ora deve essere «più partecipato» e «lasciare un’eredità importante all’intera umanità» («l’umanità» parrebbe entrare con una certa frequenza nelle frasi del consigliere). Le due Arianne (Censi e Cavicchioli) giocano il ruolo degli outsider e lo sanno, anche se la candidata di AreaDem appare più combattiva e auspica un partito che sappia «dialogare, aprirsi, non avere paura».

Esaurito il giro di interventi, il microfono viene passato agli astanti che desiderano intervenire, e torna obbligatoriamente alla mente il cineforum di «no, il dibattito no!» di ascendenza morettiana. Parla la senatrice democratica Emilia De Biasi, parlano consiglieri provinciali, comunali, di zona e semplici militanti. E parla anche un anziano signore che dice, in un’invettiva di rara potenza, che «fare come stiamo facendo sulla questione Tav, impiccandoci da soli per un progetto per cui l’Italia paga la parte minore, vuol dire non capire un’ostia». Amen. Faccio un cenno di saluto verso il banchetto dei candidati, esco, risalgo le scale che portano all’esterno e poi percorro via Trenno sotto la pioggia. Mentre cammino verso la metropolitana mi torna in mente un’altra cosa che Pietro Bussolati mi ha detto in mattinata: «Bersani alle elezioni è arrivato un po’ fiacco». Che non sarà «spompo», ma il senso è quello.

Nell’immagine: Pietro Bussolati in bicicletta alle Colonne di San Lorenzo
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