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Del rigore

Fenomenologia del penalty, da Osvaldo a Panenka, da Baggio a Drogba. Segnare, sbagliare, ma è la cornice l'aspetto davvero importante.

«Prigioniero di quel rigore» si definisce ancora oggi Antonin Panenka, un nome e un cognome diventati antonomasia da 37 anni. Il cucchiaio che regalò l’Europeo del 1976 alla Cecoslovacchia ancora lo tormenta. Ancora, dice (in un’intervista al bel mensile spagnolo che si chiama, appunto, Panenka), gli chiedono “e se avessi sbagliato e la Cecoslovacchia avesse perso, cosa avresti fatto?”, e lui non si capacita, dice ancora ridendo, perché la condizione ipotetica dell’errore non era prevista nel suo disegno, «non mi passò per la testa perché ero convinto al mille per cento».

In uno sport in cui il goal, dissezionato, rivela il suo cuore fatto di un milione e più variabili – gli attimi del tiro, la palla che gira nel modo giusto, il portiere che fa mezzo passo di troppo, o non lo fa affatto, l’intervento in scivolata del difensore che arriva soltanto un decimo di secondo troppo in ritardo, o ancora la palla che gli passa involontariamente tra le gambe, l’istinto, l’impatto, il caso – il rigore si caratterizza per un caleidoscopio di possibili tranquille soluzioni, di scelte, a cui il calciatore non è abituato.

Se conosce il tiratore, conosce il suo angolo preferito, ma il tiratore sa che lui sa. Allora il portiere pensa di scegliere l’angolo opposto. Ma il tiratore sa anche questo, quindi forse tirerà sul suo preferito. E via dicendo.

Da qui, come evidenzia la pellicola di Wim Wenders The Goalkeeper’s Fear of the Penalty, si avvia una tacita guerra psicologica, tra tiratore e portiere, propria del campo di sassi della periferia industriale quanto della mondovisione di un Wembley o un Camp Nou: il portiere pensa a quale angolo coprire. Se conosce il tiratore, conosce il suo angolo preferito, ma il tiratore sa che lui sa. Allora il portiere pensa di scegliere l’angolo opposto. Ma il tiratore sa anche questo, quindi forse tirerà sul suo preferito. E via dicendo.

Panenka fu il primo a rompere questo schema, a sovvertire la regola una volta sola e una volta per sempre: dopo di lui, quel lob rientrerà nella “normale” sfera delle possibilità, sarà soltanto un angolo in più da coprire per il portiere, un’opzione in più per il tiratore.

Panenka, il primo a squarciare il velo (d’accordo, l’aveva già fatto più volte durante il campionato Cecoslovacco, ma la rivoluzione, in questi casi, è tale soltanto se televised), dello stesso squarcio si definisce prigioniero – pur con un rigore perfetto, riuscito, e clamoroso. Ma la sorte di chi un rigore decisivo lo sbagliò è simile, e molto più tragica.

Ultimo episodio, in ordine cronologico, è l’errore di Pablo Osvaldo, a Genova, in Sampdoria – Roma, la prima partita senza Zeman, l’ennesima sconfitta dei giallorossi. Punteggio sul due a uno per i blucerchiati, Osvaldo si procura un rigore per un intervento imbranato di Gastaldello. In campo c’è Francesco Totti, professione Miglior Giocatore Italiano Degli Ultimi 30 Anni, specializzazione Calci Di Rigore. Osvaldo rimane lì, sul dischetto, i due parlano, dopo pochi secondi – e senza grande teatralità – il capitano della Roma si allontana. In una settimana in cui si è fatto un gran parlare di come Mario Balotelli non abbia mai sbagliato un solo rigore nella sua carriera, Osvaldo sceglie di tirarlo come l’attaccante milanista: rincorsa, frenata, tiro. Pochi minuti dopo, a Cagliari, lo stesso Balotelli ripeterà l’esecuzione, come da copione. Rincorsa, frenata, tiro. Segnerà. Osvaldo no. Anzi, la Roma perde 3-1 con una punizione di Sansone e l’ennesima non-parata di un suo portiere (cambi gli addendi, ma il risultato rimane invariato: stavolta tocca a Stekelenburg). Il rigore sbagliato, dunque, ha un peso decisivo. Non solo: il principale problema, in questa micro-narrazione che nel gioco del calcio passa sotto il nome di “goal sbagliato, goal subito”, non è tanto l’errore in sé. Il problema è aver “scippato” del compito Francesco Totti. Al fischio finale partono le speculazioni da tribuna elettoral-calcistica: a Roma comandano i giocatori / Totti e Osvaldo hanno litigato / l’allenatore dovrebbe evitare questi comportamenti. Daniele De Rossi, intervistato da Sky dopo la partita, è saggio e pacato: «Se avesse segnato, adesso saremmo qui tutti a dire “che coraggioso che è stato Osvaldo”». Vero. All’aeroporto di Genova, un gruppo di tifosi aspetta la squadra, qualcuno applaude sarcasticamente l’italo-argentino, gli urla “sei proprio bravo”, lui cerca di reagire, il dirigente Claudio Fenucci si sfoga: «È tutta colpa dei giornalisti». Probabilmente vero. Certo, se Osvaldo non avesse rubato il fuoco al Prometeo del dischetto (spegnendolo) non ci sarebbe problema. Non sarebbe stato costretto alle pubbliche scuse (a Totti, non a tutti), non gli avrebbero detto, sempre all’aeroporto, “sei peggio di Floccari”, non avrebbe dovuto ricorrere al melodramma da “mi volteranno tutti le spalle, ma io andrò avanti”. Ulteriore malus: Pablo Daniel Osvaldo non ha tirato un rigore ortodosso, ha voluto esagerare, con una finta che in pochi si possono e si vogliono permettere e un tocco lento e piazzato che se fallito si tramuta – come è successo – in un’imbarazzante, goffo, gesto amatoriale.

Prigionieri di un rigore ci sono rimasti in molti, e baratterebbero, forse, una gabbia dorata come quella di Panenka con il fantasma del proprio errore. Dici Roberto Baggio, professione Secondo Miglior Giocatore Italiano Degli Ultimi 30 Anni Dopo Francesco Totti, e pensi USA 94, e alla palla che sorvola la traversa a incoronare il Brasile Campione del Mondo. Pensi a Gareth Southgate, e pensi a Inghilterra – Germania del 1996, quando, dopo dieci reti consecutive dei due schieramenti, il difensore dell’Aston Villa si fece annullare da Kopke il sogno inglese del football che “torna a casa”, continuando la serie nazionale (ultimo episodio: Euro 2012 contro l’Italia) delle eliminazioni dal dischetto. (Curiosità: per dieci volte, sia i tedeschi che gli inglesi calciarono palloni cercando l’incrocio dei pali, pratica che sta andando, oggi, sempre più estinguendosi in favore di tiri rasoterra ben più parabili. L’unico a non aver seguito questo esempio fu Southgate. Suggerimento: con un po’ di voglia si potrebbe cercare di stabilire quando, negli anni, il calcio di rigore ha iniziato “ad abbassarsi”).

Lo stesso copione di Southgate fu seguito da John Terry nel 2008, quando sbagliò il penalty decisivo, in finale di Champions League, contro il Manchester United («Quello che è accaduto» ha detto JT «mi tormenterà per tutta la vita»). Alla lista nera ci sarebbe poi da aggiungere (per noi italiani) Gigi Di Biagio contro la Francia nel 1998, e chissà cosa avranno pensato gli olandesi due anni dopo, quando Toldo parò l’impossibile sia nei minuti regolamentari, sia agli shoot-out, prima che Francesco Totti sfoderasse dalla nebbia della storia quel “Panenka penalty” ribattezzandolo, autarchicamente, “cucchiaio”. Ancora, Billy Costacurta in finale di Mondiale per Club contro il Boca Juniors, o Schweinsteiger nel maggio 2012, quando spedì sul palo prima che Drogba mettesse la firma sulla partita più assolutamente folle della sua carriera.

A questo proposito, due o tre osservazioni: Drogba, nel match più importante della sua vita (e della vita del Chelsea), passa attraverso una delle più clamorose sliding doors calcistiche. Dopo aver segnato il goal del pareggio a due minuti dalla fine dei tempi regolamentari, commette su Kroos un fallo (conseguente cartellino giallo) in area nel primo tempo supplementare. Cech para straordinariamente. La partita si avvia ai rigori, Drogba è deputato a calciare il quinto, spesso quello decisivo (ma non ditelo a Cristiano Ronaldo). Ci sono poche immagini su Youtube che riescono a testimoniare in modo esauriente la preparazione di Didier Drogba al tiro che, probabilmente, aveva aspettato trenta e più anni, e purtroppo nessuna di queste è frontale, come lo era quella in diretta. Eppure qualcosa si capisce, anche da una ripresa da tergo.

Drogba si avvicina compassato al pallone, e fino a qui tutto bene (chi correrebbe? Chi tradirebbe così sfacciatamente un’emozione?). Tuttavia, la gestualità dell’ivoriano è fondamentale. È la traduzione, nella Vera Vita, del profondo significato della frase “appuntamento con la storia”. Didier Drogba si ferma sul dischetto, e la sensazione è che il tempo si dilati. Si sistema la maglia nei calzoncini, davanti. Si stringe i lacci delle scarpe. Tende i calzettoni, li stira. Sistema la maglia anche dietro.

Didier Drogba si ferma sul dischetto, e la sensazione è che il tempo si dilati. Si sistema la maglia nei calzoncini, davanti. Si stringe i lacci delle scarpe. Tende i calzettoni, li stira.

È tutto ciò che ha detto Antonin Panenka, è la convinzione “al cento per cento”, la preparazione di chi sa che quello, lì da venire, sarà l’istante più raccontato, fotografato, filmato della sua esistenza – è la volontà di essere perfetto. Dopo il rito, quasi apotropaico, dopo gli interminabili secondi di “vestizione”, il momento topico, supremo, passa in un attimo: rincorsa breve (anzi, nulla), palla da una parte, portiere dall’altra, come nella più classica delle narrazioni. Questo di sette è il più gradito giorno, racconta per immagini la scena: l’attesa segna più del risultato.

Se ne potrebbero raccontare mille e mille ancora, e questo pezzo già forse noioso non finirebbe più. Si potrebbe raccontare il punto di vista dei portieri, si potrebbe tentare di immaginare, al contrario della ricerca della freddezza da parte del tiratore, la fiducia nell’istinto che ha fatto grandi i Dudek a Istanbul, i Dida a Manchester, e chissà quanti altri. Se ne potrebbe scrivere un’enciclopedia, e non basterebbe per spiegare la solitudine e l’incertezza di un momento, e per giustificare, sempre, anche il più insolente degli Osvaldo.

 

 

Foto: Simon Harsent

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