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David Quammen, lo scrittore scienziato

Una chiacchierata via Skype con uno dei più brillanti science writer americani, nonché uno dei più brillanti scrittori americani, punto. Dove si parla di come impostare un libro e di pipistrelli infetti, dell’importanza dei titoli, di bruchi, gorilla ed ebola.

Pubblichiamo un’intervista estratta da Scrivo, lo speciale digitale di Studio uscito lo scorso luglio. Lo trovate ancora su Port Review e, naturalmente, sulla nostra app per iPad.

*

People like to read about people. David Quammen, nel suo discorso di accettazione dello Stephen Jay Gould Prize, premio annuale assegnato dalla Society for the Study of Evolution, lo ripete a intervalli regolari per quasi un’ora. Le persone, anche quando leggono di scienza, vogliono prima di tutto leggere storie. E Quammen fa proprio questo: nei suoi libri di nonfiction la scienza è raccontata attraverso le fissazioni, le invidie, ma anche gli atti di generosità gratuita e di coraggio a volte quasi folle dei suoi protagonisti. L’idea di questa intervista sarebbe capire come sia possibile che questo signore dall’aria un po’ distante, mitigata da un sorriso aperto e gentile sotto due rassicuranti baffi grigiastri, che porta spesso un gilet di pile e ha scelto di vivere in Montana – dice – per la pesca alla trota, sia passato dall’Ivy League al maneggiare, circa trent’anni più tardi, enormi pipistrelli rinchiusi in federe da cuscino. Ah, dimenticavo: le adorabili volpi volanti a cui, nella circostanza, Quammen stava prelevando campioni di muco, erano potenzialmente infette da un virus mortale trasmissibile all’uomo, per il quale tuttora non esiste cura né trattamento.

Allievo prediletto di Robert Penn Warren, David Quammen si laurea in letteratura inglese tra Yale e Oxford con una tesi sulla struttura del romanzo in Faulkner. Nel 1973, appena finita l’università, pubblica il suo primo romanzo. È un cosiddetto ragazzo prodigio, ma capisce alla svelta tutta l’ironia nascosta nell’etichetta: vivere di scrittura non è infatti così facile, neppure per un Rhodes Scholar. Dopo l’esperienza formativa del romanzo d’esordio, Quammen decide appunto di andare a vivere in Montana. Si guadagna da vivere con i soliti lavori occasionali, e nel tempo libero scrive un secondo libro, a suo stesso dire «folle, ambizioso e inesorabilmente destinato al fallimento». Il romanzo esce nel 1987, quattordici anni dopo il primo: è una spy story che, ricorda fa perdere le tracce di sé «come una pistola bollente lanciata di fretta nel Potomac».

Intanto però Quammen ha scoperto la wilderness – parola che non trova posto nella lingua italiana, dove peraltro manca anche il concetto. Vuole disperatamente scrivere, e il Montana gli sembra il posto perfetto per farlo: sarà anche «privo di ristoranti, librerie o orchestre sinfoniche decenti», però promette solitudine quanto basta, e una strana, non del tutto spiacevole prossimità con «cose, bestie, posti, animali, forze della natura capaci di assassinarci con sublime indifferenza». Qualche tempo dopo diventa una guida di pesca professionista. Una sera, al termine di una lunga giornata sul fiume con John Rasmus, allora editor di Outside Magazine, propone di scrivere qualcosa che darà una svolta alla sua carriera: «Senti, che ne diresti di un pezzo encomiastico sulle zanzare? Sono animali insopportabili, ma prima o poi bisognerà pure che qualcuno ne parli bene!». Nasce così “Natural Acts”, una rubrica mensile di scienza e natura tenuta da un laureato in lettere con l’ossessione per Faulkner che, qualche anno dopo, si guadagnerà apprezzamenti come quello di Patricia Wall, sul New York Times: «uno dei più brillanti scrittori americani di nonfiction? No, uno dei più brillanti scrittori americani, punto».

Oltre a collaborare con il National Geographic, Harper’s, Rolling Stone, e la New York Times Book Review, ad oggi Quammen ha pubblicato dodici libri, tra cui quattro raccolte di saggi e articoli, una biografia di Charles Darwin e un libro molto singolare, Alla ricerca del predatore Alfa (Adelphi, 2005), dove si sostiene che la nostra posizione al vertice della catena alimentare è un privilegio acquisito solo di recente: fino a non molto tempo fa la nostra specie conviveva con la chiara consapevolezza di essere «carne commestibile» – con tutte le conseguenze formative del caso. L’ultimo lavoro di Quammen, Spillover (in uscita in questi giorni, sempre per Adelphi) è un viaggio nel meraviglioso mondo delle zoonosi, le malattie che riescono a fare un salto di specie e a infettare nuovi ospiti – in genere con esiti letali. Dopo averlo letto, posso assicurarvi che smetterete di fissare a bocca aperta pipistrelli in volo. E capirete che ogni volta che distruggiamo una foresta estirpandone tutti gli abitanti, «i germi del posto svolazzano in giro come polvere che si alza dalle macerie».

Quammen ammette di non arrivare agli eccessi di James Boswell – che seguiva il dottor Samuel Johnson, trascrivendone ogni sillaba, fin sulla soglia delle stanze più segrete, ma confessa che a volte ci va abbastanza vicino.

Spillover ci mette davanti alla cara vecchia evidenza darwiniana: la razza umana non è che una specie animale fra le altre e come tale ne condivide, almeno in parte, il destino. Il desiderio, intervistando Quammen, sarebbe infliggere a lui quello che lui infligge ai suoi scienziati – cioè un po’ di sano, e vagamente molesto, “stalking boswelliano”. Quammen ammette di non arrivare agli eccessi di James Boswell – che seguiva il dottor Samuel Johnson, trascrivendone ogni sillaba, fin sulla soglia delle stanze più segrete, ma confessa che a volte ci va abbastanza vicino. Per questa intervista, però, usiamo Skype; anche se parlare a uno schermo non è come seguire Quammen sul campo annotando freneticamente tutto su un taccuino, lo strumento mi permette per lo meno di studiare il suo habitat naturale: l’ufficio sul retro della casa in Montana dove ha scritto tutti gli ultimi libri, una piccola stanza completamente ricoperta da volumi di ogni genere, bacheche con carte geografiche e ritagli di giornale, e pile e pile e ancora pile di taccuini da reporter tagliati con le forbici sul lato corto.

Buongiorno David.

Buonasera, Chiara. Si dice Kiara o Ciara?

Kiara, come se avesse la K.

Bene. Buonasera Kiara! Ora possiamo cominciare.

Ok, te lo devo chiedere subito: perché tagli i taccuini?

Semplice: è l’unico modo per farli entrare in una Ziploc bag [una marca di buste di plastica sigillabili molto comune negli Usa, NdA]. Tendo a lavorare in posti abbastanza remoti. La sera prima di partire prendo un paio di taccuini, un paio di forbici, e li accorcio di circa quattro centimetri. Qualsiasi cosa succeda – e parlo del tipo di imprevisti che possono capitare in una foresta tropicale o nell’Artico russo – so che comunque i miei appunti sono salvi.

Quindi come funziona, come si prendono appunti nel mezzo di una foresta tropicale?

Beh, lo strumento indispensabile, oltre a taccuini e buste di plastica, sono le penne biro. Quando sono sul campo, durante il giorno prendo nota di ogni cosa. La mattina dopo, di solito verso le cinque, racconto la giornata precedente sul mio diario di viaggio, con un taglio molto più narrativo.

Una volta a casa come metti assieme tutto questo materiale?

A dire il vero non ho una regola fissa. Di solito, quando torno a casa, mentre sto facendo sbobinare le interviste che ho registrato, mi metto a leggere decine di libri e articoli prendendo ancora appunti, in un taccuino dedicato che potrei chiamare il “taccuino delle letture”. A volte, terminata questa fase, butto finalmente giù qualche idea su come vorrei strutturare il libro. Ma succede anche che, dopo aver passato anni ad ammassare materiale sulla scrivania, inizi a trangugiare litri di caffè e cominci semplicemente a scrivere.

Quali sono le fasi più importanti e delicate in questo processo?

Sicuramente trovare gli attacchi e i titoli dei capitoli. Mi piacciono i titoli suggestivi, come Una cena alla fattoria dei ratti. Una volta che ho chiarito questi due aspetti, vado avanti come in trance. Per il mio tipo di scrittura poi, è importantissimo il lavoro di editing: tutti i miei libri, o almeno quelli a cui tengo di più, sono complessi, stratificati. Forse i lettori pensano che non abbiano un’impalcatura definita, ma in realtà la loro struttura è studiata al millimetro, e molto chiara – almeno per me.

Quali sono i tuoi autori di riferimento, quelli che ti hanno più influenzato?

Anche se scrivo di scienza, Faulkner. Non importa che i suoi romanzi parlino essenzialmente di dinamiche familiari piuttosto contorte ambientate immancabilmente nel Sud degli Stati Uniti: importa come sono strutturati. Il modo in cui costruisco i miei libri, in cui intreccio voci e storie, l’ho imparato da lui. In Spillover, per esempio, ci sono una serie di tracce che per tutta la durata del libro si intersecano e procedono in parallelo: la successione delle zoonosi e la spiegazione dei concetti base per comprenderle, la nascita e lo sviluppo dell’epidemiologia, i miei viaggi al seguito di scienziati e biologi. Avrei potuto optare per una struttura più lineare, che ne so, dedicare ogni capitolo a una malattia. Sarebbe stata una divisione più logica, probabilmente, ma anche molto più noiosa. Vedi, io cerco costantemente di mettermi nei panni del lettore: si sta annoiando? È confuso? Ha bisogno che la tensione si allenti? Vuole una battuta? Continuo con la genetica, o è meglio un po’ di suspense?

A proposito di suspense: nella tua carriera hai scritto anche dei romanzi di spionaggio e in effetti Spillover si legge come un thriller scientifico. È un caso?

Diciamo che la materia aiuta: nelle malattie infettive emergenti c’è un innegabile fascino macabro. L’insorgenza di un nuovo virus è un po’ come la scena di un delitto, e spesso gli scienziati si comportano come detective che devono ricostruire passo dopo passo cosa è successo.

Quando sono sul campo, durante il giorno prendo nota di ogni cosa. La mattina dopo, di solito verso le cinque, racconto la giornata precedente sul mio diario di viaggio, con un taglio molto più narrativo.

C’è qualche scrittore di thriller o spionaggio che ti ha influenzato particolarmente?

Non so. Anche se scrittori come John le Carré e Charles McCarry possono avermi influenzato, qua e là, alla fine l’ispirazione fondamentale per me credo sia sempre e solo Faulkner: The Soul of Viktor Tronko ad esempio era un umile tentativo di ricreare quella specie di tango su cui Faulkner ha cadenzato Absalom, Absalom!.

Be’, dopo aver letto che hai fatto costruire un lettino nel tuo ufficio modellato su quello della casa di Faulkner, non metto in dubbio la devozione.

Ah sì, certo! È un piccolo box bed alla norvegese, dietro una tenda, grande appena per me e il mio gatto. L’idea mi è venuta quando ho visitato la casa di Faulkner nel 1969. A volte ci riposo soltanto, altre, se voglio passare la notte a leggere senza svegliare mia moglie, rimango là. A dire il vero però, se voglio fare una dormita durante il giorno mi metto sul pavimento. Schiena a terra e braccia allargate – così so che non sarò mai abbastanza comodo da dormire più di mezz’ora.

Tornando ai tuoi libri: parlano degli argomenti più disparati, dalla biogeografia delle isole all’epidemiologia. Sono curiosa: cosa deve avere una storia per attirare la tua attenzione?

Mi piacciono le storie che a prima vista sembrano oscure, strane, marginali ma che, una volta approfondite, ti portano a toccare argomenti molto più ampi e importanti, che una volta esplorati e spiegati diventano interessanti anche per il grande pubblico. Un esempio è il tumore facciale contagioso del diavolo della Tasmania. Generalmente il cancro non è trasmissibile, e in un articolo per Harper’s mi sono servito di questa storia per parlare della biologia evolutiva del cancro in generale.

Come trovi le storie che ti interessano?

È molto, molto difficile generalizzare. Direi che la maggioranza delle volte sono le storie a trovare me – e lo fanno nei modi più svariati. Durante una conversazione casuale con uno scienziato? Certo. In un piccolo articolo del mio giornale locale? Sicuro. In un vecchio saggio scientifico che mi capita tra le mani mentre sto cercando tutt’altro? Assolutamente. Quando sono a caccia di storie interessanti, non vado quasi mai a colpo sicuro. L’importante è essere sempre curiosi e ricettivi – così quando le storie mi passano accanto, sono sicuro di accorgermene.

 

Per esempio da dove nasce l’idea per Spillover?

Lo spunto è nato nel 1999, o 2000 non ricordo, mentre stavo lavorando a un pezzo per il National Geographic su un progetto chiamato Megatrasect, una sorta di “mappatura biologica” delle aree più incontaminate delle foreste centroafricane. Uno delle regole tassative di Mike Fay, il biologo a capo di questa camminata di 300 mila kilometri, era procedere lungo aree il più possibile risparmiate dalla presenza umana – giusto per rendere il tutto più agevole – e io dovevo, a intervalli di qualche settimana e in concomitanza con il suo bisogno di provviste, incontrarlo in giro per foreste, fiumi e paludi. Una sera, a cena, mi sono messo a chiacchierare con due membri della spedizione e ho scoperto che erano originari di Mayibout 2 [il focolaio di un’epidemia di Ebola nel 1996]. Quando l’Ebola ha colpito il loro villaggio erano lì, e raccontandomi di quei giorni terribili, hanno accennato a un fatto che ha attirato la mia attenzione. Mentre l’Ebola imperversava su Mayibout 2, i due uomini avevano notato qualcosa di strano nella giungla circostante: una catasta di 13 gorilla, morti – e i gorilla sono molto suscettibili all’Ebola.

Questa storia, oltre a rafforzare il mio interesse per le zoonosi, è rimasta con me per molto tempo e ha dato il titolo al capitolo di Spillover dedicato all’Ebola.

Quando hai deciso di scrivere il libro vero e proprio?

Succede molto spesso che lo spunto per un libro nasca proprio da un articolo per una rivista, che poi approfondisco e amplio. In questo caso mi occupavo da un po’ delle malattie infettive emergenti così, quando nel 2006 il National Geographic mi ha chiesto se mi interessava scriverci un pezzo, ho risposto “Ma certo! Mi interesserebbe molto!”. Mi hanno mandato in Congo, e poi in Cambogia e in Australia per l’Hendra e, insomma, alla fine mi sono trovato con una tale quantità di materiale sull’argomento che scrivere il proposal da passare al mio agente è stato facilissimo.

Lavori spesso sul campo con gli scienziati? È difficile conquistare la loro fiducia?

Seguire gli scienziati sul campo è una delle cose che preferisco. Ritrovarsi in posti fuori dal mondo, foreste, paludi, catene montuose – a volte anche metropoli, condividere le circostanze più dure e i momenti di frustrazione, disagio, a volte anche di pericolo, ti aiuta a capire non solo il loro lato professionale ma anche – e soprattutto – quello umano. Odio intervistarli al telefono, lo faccio solo se non c’è alternativa. Preferisco incontrarli, viaggiare con loro, e cercare di capire come vedono il mondo.

Seguire gli scienziati sul campo è una delle cose che preferisco. Ritrovarsi in posti fuori dal mondo, foreste, paludi, catene montuose, condividere le circostanze più dure e i momenti di frustrazione ti aiuta a capire non solo il loro lato professionale ma anche quello umano.

Quanto è importante, a fini narrativi, raccontare il lato “umano” della scienza?

Lo dico sempre: le persone vogliono leggere storie che parlano di altre persone. Sembra ovvio, ma scrivendo di scienza non lo è poi tanto: per rendere vive idee e scoperte scientifiche è importantissimo raccontare le persone che ci stanno dietro. È essenziale per coinvolgere il lettore. Se scrivi un libro sui virus mortali, i virus purtroppo non lo leggeranno. Scrivo per lettori umani, che vogliono protagonisti umani, sfide che li riguardano, insomma: storie.

Negli Stati Uniti, ma anche in Italia, si sta diffondendo un atteggiamento di diffidenza nei confronti della scienza. Da un sondaggio recente un terzo degli americani non crede nell’evoluzionismo, le persone che si oppongono ai vaccini su basi pseudo-scientifiche continuano a crescere. Pensi che il science writer, come tramite tra comunità scientifica e grande pubblico, possa fare qualcosa per migliorare la situazione?

Con il mio lavoro vorrei cambiare il modo in cui le persone pensano e si rapportano al mondo – in particolare al cosiddetto “mondo naturale”. Per farlo, è necessario trasformare informazioni scientifiche importantissime in storie, senza creare allarmismi né comprometterne l’accuratezza scientifica. Se esageri o se sei approssimativo, i lettori sono incoraggiati a sospettare che giornalisti e scrittori scientifici non siano affidabili, e a comportarsi di conseguenza: le storie influenzano la gente. Anche un libro come Spillover, che parla di virus mortali, non vuole spaventare il lettore, ma informarlo e responsabilizzarlo, mettendolo nella condizione di prendere decisioni più consapevoli sia come genitore che come cittadino. È implicito in tutto il mio lavoro: se riesco a capire queste cose io che non sono uno scienziato, le può capire chiunque. Non bisogna avere paura della scienza, o dei virus – perlomeno non di tutti i virus.

Un tema comune nei tuoi lavori è l’impatto – devastante – dell’uomo sull’ambiente.

Penso che l’attenzione alla biodiversità e la volontà di lasciare zone intatte, selvagge, sia qualcosa di molto importante non solo per ragioni ecologiche, ma anche per motivi psicologici e, oserei dire, spirituali. Il messaggio di Darwin va riaffermato costantemente: gli esseri umani sono connessi con tutti gli altri esseri viventi e non sono né superiori né separati dal mondo naturale. Sembra ovvio, ma è necessario far sì che le persone si preoccupino davvero – e con cognizione di causa – del mondo di cui fanno parte. È l’unico modo di impedire che lo distruggano.

In Spillover c’è un episodio interessante che parla di un’invasione improvvisa – e apparentemente inarrestabile – di bruchi mangia-foglie nella cittadina del Montana dove abiti. Dura un’estate: poi, così come sono apparsi, i bruchi sembrano scomparire nel nulla. Nel libro spieghi che è un evento che in ecologia si chiama outbreak, o esplosione: un forte e improvviso aumento della popolazione di una data specie, seguito da un altrettanto rapido collasso. E citi un entomologo: «la più seria esplosione verificatesi sul pianeta Terra è quella della specie Homo sapiens». Siamo un outbreak?

[Sorride] Ovviamente ci sono enormi differenze tra l’uomo e i bruchi Malacosoma di cui parlo. Per esempio il fatto che la nostra esplosione sta accadendo in slow motion. Ci abbiamo messo centinaia di migliaia di anni per arrivare a 7 miliardi di individui, ma l’aumento è stato non solo esponenziale: continua ad accelerare. Non c’è mai stato, per creature di una certa dimensione, un precedente simile su questo pianeta: non ci sono mai stati 7 miliardi di dinosauri, o di gorilla, o di caribù, non c’è mai stata una densità di popolazione paragonabile a quella dell’Homo sapiens. Ma per ora quella del nostro outbreak è solo un’ipotesi suggestiva: manca l’evento che la provi definitivamente.

Cioè?

[Altro sorriso] Dobbiamo collassare.

 

Illustrazione di Karin Kellner

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