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Quello che ci fanno gli algoritmi

Darius Kazemi, «un John Cage sovversivo che crea bot» seguito da pensatori e poeti, fa dei codici che regolano la rete (e non solo) strumenti tecnologici, culturali e artistici.

Dicono che Darius Kazemi, uno sviluppatore di videogiochi, è un pioniere. Che Darius Kazemi è un teorico delle nuove tecnologie, un vate della poesia contemporanea, un esperto di coding, un protégé di designer e filosofi. Di recente il Boston Globe l’ha definito «l’uomo che vede attraverso internet». Apparentemente, però, Darius Kazemi è innanzitutto una persona come le altre, che rifiuta il mito del genio-e-sregolatezza. Ha 30 anni, abita a Somerville, a 10 minuti da Boston, e fino alla settimana scorsa faceva il programmatore in un’azienda tech locale. Oggi è impegnato nella scrittura di un libro su Jagged Alliance 2, uno storico titolo dei giochi di ruolo per pc di Microsoft, dà una mano alla produzione di The Colbert Report e si occupa di (scrive sul suo sito) «qualche progetto un po’ più strano del solito su internet».

Il concetto di «strano progetto su internet» è legato a lui da un rapporto unico, non facile da descrivere senza citare almeno due premesse che sono anche frammenti della sua vita. Ai tempi della high school, da quindicenne, Kazemi comprò un sintetizzatore vocale e progettò un programma capace di ordinare la pizza da Domino’s a una determinata ora di ogni venerdì sera, quando si ritrovava con un gruppo di compagni di corso. Molti anni dopo, nel 2012, ha letto Alien Phenomenology, or What It’s Like to Be a Thing, un libro di Ian Bogost, professore di interactive computing al Georgia Institute of Technology. E ci ha trovato la sua nuova ossessione: il precetto secondo cui un aspirante pensatore può concretizzare la sua Weltanschauung in oggetti che ne incarnino i fondamenti. Da quel giorno si è dedicato ai bot – gli algoritmi che regolano una vasta parte della rete odierna generando applicazioni e semplificando processi – e non ha mai smesso di indagare lo spazio ancora poco esplorato che interseca le scienze sociali e le nuove tecnologie.

I robot sono strumenti che, pur gestendo diverse pratiche della nostra vita online (le inserzioni consigliate da Google, i prodotti suggeriti da Amazon, i contatti che appaiono sulle nostre timeline di Facebook, per citarne alcuni) e offline (basti pensare a gran parte dei sistemi di automazione smart, dagli elettrodomestici intelligenti ai semafori altrettanto raziocinanti) rimangono oggetti strani, spesso divertenti, qualche volta capaci di farci immergere nel limbo dell’uncanny valley. Ma nulla più, o quasi. Kazemi ha fatto di loro una forma d’arte, declinando i meccanismi alla base dell’Internet moderno come nuove forme d’espressione con cui misurarsi, sottolineando in controluce l’urgenza di imparare a conoscerle. La sua è una critica sociale, non un passatempo. Il web designer Andrew Simone, che lo segue da tempo, l’ha definito «un John Cage molto sovversivo che crea bot». Ho scritto a Darius – che su Twitter, l’habitat di molte delle sue creazioni, è @tinysubversions – per parlare di lui e di ciò che fa.

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AmIRiteBot si serve dei trending topic di Twitter per generare battute piuttosto imbarazzanti.

 
 
Davide Piacenza: Il tuo repertorio di creazioni è praticamente infinito. Il primo bot è stato l’account Twitter Metaphor-a-Minute, che rimpasta nomi e aggettivi del dizionario online Wordnik per creare metafore strane e improbabili (finora ne ha twittate all’incirca mezzo milione). Poi sono arrivati: RapBot – un algoritmo che genera frasi in rima, sviluppando testi rap di un Eminem un po’ nerd, ma anche colto e arguto; AmIRite Bot, che riprende termini nei trending topics di Twitter e li rende automaticamente battute con un ammiccante “am I rite?” finale; Two Headlines – che sceglie casualmente due titoli di articoli su Google News e li unisce, con effetti spesso sorprendenti («Bitcoin: ‘I want to apologize’», «Google to buy Syria in $3.2 billion deal»); e ce ne sono tantissimi altri: uno dei miei preferiti è Startup Generator, che prende in giro il culto della Silicon Valley generando automaticamente idee tanto disruptive quanto ridicole («Facebook for alligators»). Qual è la tua invenzione a cui sei più legato?
 
Darius Kazemi: È curioso, mi piacciono tutte le mie creazioni allo stesso modo. Di solito se me lo chiedi ti dirò che quella a cui sono più legato è quella che ho ideato più recentemente. In questo caso, quindi, ti dirò @FMKVote, che permette alle persone su Twitter di giocare a “Fuck, Marry, Kill” [un gioco di gruppo in cui si menzionano tre persone e si sceglie quale di esse portare a letto, quale sposare e quale togliere di mezzo, NDa] con varie figure storiche e personaggi famosi. Puoi votare, e dopo quattro ore i voti sono calcolati e resi pubblici. È il mio primo bot interattivo.
 
 

Professor Jocular è un accademico che spiega le battute di Twitter. Anche quando non si tratta di battute.

DP: In un bel post incentrato sugli algoritmi di Facebook pubblicato sul suo sito, la scrittrice e critica d’arte e tecnologia Joanne McNeil cita un automa creato da un orologiaio svizzero nel XVIII secolo, un bambino fatto di ingranaggi capace di scrivere lettere d’amore senza alcun input umano. McNeil sostiene di pensare spesso a questo capolavoro della tecnica ottocentesca quando incontra i bot in ambito digitale, e aggiunge che Facebook, specie nell’atto di fare gli auguri di compleanno, la «fa sentire un bot». Gli algoritmi del social di Menlo Park possono fare molto, da predire le relazioni amorose a conoscere le abitudini e l’orientamento sessuale dei suoi utenti. Come vedi l’impiego di bot e algoritmi nei prossimi anni (e decenni)? E con quali implicazioni?

DK: Gli algoritmi sono già parte integrante delle nostre vite. Solo che non lo sappiamo. Credo che nel futuro assisteremo a un incremento di “alfabetizzazione procedurale” – sempre più persone comprenderanno questi sistemi e il loro funzionamento. Adesso molti degli algoritmi sono invisibili a noi. Per esempio, Kevin Slavin [imprenditore e divulgatore; qui il suo TED talk How algorithms shape our world, NDa] ha parlato degli algoritmi con cui operano i sistemi degli ascensori. Non pensiamo che controllino le nostre vite; eppure se lavori in un grattacielo c’è un programma che fa in modo che tu veda sempre persone di determinati piani quando prendi l’ascensore. Questo capita in nome dell’efficienza, ma riguarda le nostre vite su base giornaliera.

Perciò, credo che il futuro pieno di bot e algoritmi sia in realtà il nostro presente: è solo che la maggior parte di noi non l’ha ancora notato.

Latour Swag è una versione swag e automatica del sociologo e filosofo francese Bruno Latour.

 
 
DP: Her, il film di Spike Jonze sulla relazione amorosa tra un uomo e il sistema operativo che gestisce vari aspetti della sua vita quotidiana, uscirà in Italia il prossimo 13 marzo, ma se ne parla già da tempo. Il creatore dell’intelligenza artificiale alla base di Siri, il sistema implementato dai device Apple, ha dettoal Wall Street Journal che la tecnologia odierna non è lontana dal ricreare Samantha, l’assistente-bot doppiata nel film da Scarlett Johansson. Senza contare che, come dimostra un pezzo di Fiona Duncan sul magazine New York, oggi molte relazioni nascono, crescono e muoiono nella dimensione eterea del web. Un commento apparso su New Republic definisce Her «the scariest movie» e teme una distopia in cui le corporation schiavizzano utenti che trovano «desiderabile» essere schiavi. Tu come la vedi?
 
DK: Abbiamo un sacco di relazioni inutili anche senza internet. Perlomeno in una grande città americana, non so nulla della cassiera del supermercato. Il nostro rapporto è transazionale: sono la tecnologia del business e il processo di compravendita a permetterlo. Attenzione a non confondersi: lo stesso business è una tecnologia, così come lo è scrivere. Tutte le volte che segui delle istruzioni stai mettendo in scena una tecnologia di cui tu sei il medium (invece degli elettroni e dei cavi). Quindi quando ti sposi a 25 anni con qualcuno che piace ai tuoi genitori perché “ti sembra la cosa giusta da fare”, ti stai comportando in maniera simile a una macchina; anzi: sei una specie di macchina che gestisce e diffonde norme culturali. Perciò no, non credo che i gadget o internet ci stiano rendendo più simili ai bot. Sono i bot che ci stanno imitando.
 
 

Two Headlines unisce automaticamente due titoli di articoli presi da Google News.

DP: Essendo tu il boss dei bot su Twitter, non posso esimermi dal chiederti un commento sulla vicenda di Horse ebooks, l’account che a settembre è riuscito a monopolizzare il dibattito culturale (qui il pezzo del New Yorker che ha svelato la sua strana storia) e far parlare di sé su tutta l’internet per i suoi messaggi random nonché spesso inspiegabilmente saggi. Dev’essere stata una conquista per  voi novelli Victor Frankenstein, immagino.

DK: Ero molto contento quando @horse_ebooks è stato scoperto essere un progetto portato avanti da persone in carne e ossa. Il suo problema era che era sempre troppo bravo in quello che faceva. Era quasi sempre arguto o profondo o strano. È uno standard quasi impossibile per un bot, perlomeno adesso, e ho detestato essere paragonato a @horse_ebooks, perché era molto meglio di qualunque cosa potessi creare.

DP: In uno dei brani della sua produzione rimasti più celebri, Kurt Vonnegut si riferiva agli scrittori di fantascienza dicendo: «siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine». Oggi grazie a te e altri sappiamo che non sono più «i soli» a farlo. Ma la domanda rimane, e credo che tu sia la persona più adatta per tentare di abbozzare una risposta: cosa ci stanno facendo le macchine?

DK: Le macchine, gli algoritmi e i bot ci fanno due cose. Innanzitutto, hanno effetti diretti: per esempio, ci sono algoritmi dietro lo spam che ricevi, e questo tocca direttamente la tua vita. Poi ci sono gli effetti indiretti: se voglio mandare un’email a 100 miei amici, ora devo usare un servizio come MailChimp, e almeno negli Stati Uniti devo includere il mio indirizzo di residenza in fondo al messaggio [è così anche in Italia, NDa] per rispettare le leggi anti-spam. E questo riguarda significativamente la mia vita, pur essendo un effetto di second’ordine di bot e algoritmi. Sono meno preoccupato delle ripercussioni dirette dei bot che di quelle indirette. A volte questi effetti sono antropogenici: in altri termini di origine umana, come la legge anti-spam. Altre volte sono semplicemente effetti collaterali degli algoritmi stessi, come quelli di efficienza che usano i moderni ascensori. D’altra parte gli esseri umani hanno subito l’influenza di processi esterni per anni. I fenomeni atmosferici, le maree e altri cicli naturali hanno reso la civiltà umana ciò che è. Mi conforta l’idea che non ci sia differenza tra ciò che è “naturale” e ciò che è “artificiale”.

Un discrimine più utile quando guardiamo a ciò a cui permettiamo di svilupparsi sarebbe: cosa ci ucciderà e cosa no?

L’immagine è tratta da Lei (Her), film di Spike Jonze in uscita il 13 marzo prossimo. Tutti i tweet presenti provengono da account creati da Darius Kazemi.
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