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Le pagine di Dallas

Sono tornati i cecchini e i filmati sfocati e Dallas ridiventa la città del 22 novembre 1963: «un luogo estremamente pericoloso». La nostra bibliografia letteraria della città texana.

Dallas è ancora la città dei proiettili sparati dall’alto, di traiettorie esatte e cortei interrotti da esplosioni che stravolgono l’America. Si conferma la città in cui qualcuno spara con un fucile, spinto da forze oscure che premono su un intero Paese e si impossessano di un singolo individuo. A Dallas sono tornati i cecchini e i filmati sfocati perché Dallas resta sempre la città del 22 novembre 1963. La Lincoln Continental scoperta con a bordo il presidente americano Kennedy e la moglie Jacqueline non ha mai smesso di girare per le sue strade foderate di folla.

Durante la manifestazione di protesta del 7 luglio scorso a Dallas, protesta contro due omicidi di afroamericani avvenuti in meno di due giorni, un corteo sfila per le strade del centro, e sta per chiudersi quando la Storia della città ritorna replicando se stessa. Stavolta vengono uccisi cinque poliziotti. La polizia all’inizio parla di un commando di cecchini organizzati che ha sparato agli agenti dai tetti, poi si dirà che il cecchino ha un solo nome, Micah Johnson, unico esecutore della strage. Si parla di terrorismo urbano, ma è un ex soldato, cresciuto a Mesquite, tra i campi di basket nell’area di Dallas.

Libri che raccontano Dallas, città violenta

La Dallas del presidente Kennedy, e del suo assassino Lee Oswald, era un mondo di lavanderie, autobus, zone squallide stipate di camere in affitto e di macchine che arrugginivano tra le erbacce. La Dallas dei pioppi americani e della quiete profonda. La città in cui qualcuno si fa carico di realizzare trasversali minacce al presidente. Oswald studia gli orari degli autobus, memorizza le targhe delle auto, osservare le mappe, prepara un piano. Intanto i carrelli dei supermercati rullano fuori dai vicoli.

«Non erano soltanto Jack e Jakie, a sfilare in un incendio di emozioni. La folla stessa si caricava di calore e di luce. Una consapevolezza saturava l’aria», scrive Don DeLillo in Libra (Einaudi), descrivendo la scena che prepara l’omicidio del presidente Kennedy. «Qui c’era una città nuova, un’idea che viaggiava alla velocità del suono, che pulsava più forte del vecchio cuore ammutolito, una città di voci roboanti. Sonora e calda e pulsante. La folla continuava a spingere lungo le transenne». Il corteo svolta verso Houston Street. Il presidente Kennedy saluta tra gli applausi, nella luce piena e fortissima del Texas, con i riflessi del cofano della limousine che si spargono nell’aria. Poi gli spari, la folla che corre, le sirene, le strade che si svuotano. Pochi metri distanziano la morte di Kennedy, Dealey Plaza, da dove Micah Johnson ha aperto il fuoco.

Nel romanzo American Tabloid (Mondadori), James Ellroy arriva a Dallas dopo 600 pagine, e si viene scaraventati nel locale di spogliarello di Jack Ruby – l’uomo che uccise Lee Oswald due giorni dopo l’omicidio di Kennedy, sparandogli nei sotterranei di una centrale di polizia. Come tutta l’America di Ellroy anche Dallas trabocca di mafiosi, poliziotti corrotti, malavita. Arriva il giorno dell’omicidio: «La folla invadeva Commerce Street dal bordo del marciapiede alle vetrine dei negozi. Cartelli fatti in casa si agitavano a tre metri da terra». Anche Ellroy, come DeLillo, insiste sulla luce abbagliante di quel giorno: «Un milione di bandierine sventolavano al sole».

Più recentemente Dallas è stata raccontata dalla scrittrice Merritt Tierce. La giovane protagonista del romanzo del 2014 Carne viva (Sur edizioni) serve bistecche in un ristorante. In città sembra ci siano solo locali dove si balla e si beve, takeaway, parcheggi, lavanderie, steakhouse con cucine illuminate a neon. Negli strip club si sopravvive con le mance lasciate dai fumatori, si abita in case che fanno schifo: monolocali fra Lovers Lane e Skillman Street lerci e bui. È facile trovare cocaina, la spacciano gli aiuto camerieri e i lavapiatti messicani o salvadoregni. La Dallas di Merritt Tierce è asfissiante, violenta, senza speranza, soprattutto senza possibilità di riscatto per chi ci lavora, non si contano le frasi come: «Mi svegliai nella topaia di appartamento in cui abitavo, in mezzo alle stradine di caseggiati ispanici dalle parti di Parl Lane e Grenville Avenue». A proposito del corteo contro i neri uccisi dagli agenti, nel romanzo della scrittrice cresciuta in una cittadina del Texas si legge che a Dallas «per un nero che vuol fare strada c’è molto più spazio rispetto agli altri posti». Qui, nelle elezioni del 2012 il 57 per cento degli elettori votò Obama.

Dallas è una città violenta: libri che ne parlano

«Dallas è un luogo estremamente pericoloso», disse a Kennedy il senatore J. William Fulbright, per scoraggiarlo dalla visita del 1963. Le città hanno una memoria lunga, tendono a replicare ciò che vivono. Le ombre restano impresse sull’asfalto. Il destino ora sembra dire che se un cecchino un giorno cambia il corso della storia, sparando da un tetto, quel gesto può restare nelle vene della città, può tornare quando qualcuno che ha respirato quell’aria struttura un nuovo agguato. Dallas oggi viene chiamata la Silicon Prairie (evocando la Silicon Valley) per la quantità di aziende che si stabiliscono qui e sperimentano in ambito tecnologico. Dallas oggi è cambiata ed è nuova ed ancora la vecchia Dallas. Quella trafitta dal sole texano e traumatizzata nel profondo al punto da rivivere il suo trauma.

 

Foto Spencer Platt (Getty Images).
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