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Non c’è posto per la critica su Instagram

La moda, si sa, ricalca i modelli della società, così discutere di chi è un cappello è come parlare di politica. Fino a che non lo è.

Sarà l’avvelenamento social, quello della guerra fra bandierine su Twitter e dei commenti negazionisti su Facebook, ma la sensazione di vivere in trincea di questi tempi è concreta, intacca la nostra salute mentale ben oltre il consentito, e cioè la naturale invidia per la forma fisica (eventualmente le vacanze) altrui. Succede anche dove non te l’aspetti (sbagliando), perché se l’ondata della wokeness a tutti i costi ha investito in pieno cinema e tv, è fisiologico che anche la moda cerchi di stare sul pezzo, facendo una fatica che mai in passato e che dà da pensare quasi fino a preoccuparsi, seriamente, che i vestiti non siano più espressione della contemporaneità. L’incognita del digitale, le pressioni della grande finanza, la globalizzazione del gusto e la riproducibilità automatizzata, fra le altre cose: i problemi del mondo del lusso sembrano drammaticamente simili a quelli delle democrazie occidentali, ma facciamo anche delle sinistre, non fosse altro che parliamo perlopiù di scarpe e borse, prima ancora che di abiti, e “solo” in proiezione delle persone che le indossano.

Così succede che i titoli delle recensioni della couture parigina, questa cosa qui un po’ antiquata che noi italiani non sapevamo dove mettere e infatti l’abbiamo cancellata da Roma senza troppe cerimonie, si attestino tra la nostalgia e la fobia tecnologica – “Dior celebrates haute couture as an antidote to fast fashion”, sul Guardian, “At Chanel and Dior, the Incredible Intimacy of What You Can’t Buy Online”, sul New York Times – mentre i più non sanno cosa farsene delle meraviglie che l’imperterrito John Galliano, reietto e reintegrato ma mai veramente assimilato, continua a fare da Maison Margiela, come se ancora avessimo tempo di comprenderle. È su Instagram, però, quel non luogo dove hanno convissuto per relativo lungo tempo le tavolozze pretenziose dei radical chic e quelle pasticciate delle influencer populiste, che si è fatto il passo più lungo della gamba. Passino i trilioni di account retrò che hanno recuperato praticamente tutto, passino le stories con bambini, feste, case nuove e vestiti presi in prestito da restituire con bolla di accompagnamento, passi il codice sconto goffamente inserito nella recensione di un classico Einaudi e la pastiglietta per dimagrire sponsorizzata da Kim Kardashian alle folle di adolescenti che la seguono, passi davvero tutto insomma, ma è sullo spettro dell’appropriazione che, a un certo punto, dovremmo fermarci a riflettere.

 

È un tema fondamentale, una di quelle conversazioni culturali che sta già spingendo e spingerà sempre più l’industria a rimodularsi dall’interno, facendo emergere finalmente nuove voci, visioni, punti di vista. Ne abbiamo parlato quando Naomi Campbell ha paventato l’idea di un eventuale Vogue Africa e a proposito del lavoro che Alessandro Michele sta facendo da Gucci, ad esempio, ma il rischio di appiattire il discorso a sterili dicotomie esiste. Si pensi a quello che fanno, su Instagram ovviamente, account come Diet Prada, aizzatori delle folle degli “appassionati” di moda: le loro polemiche ormai non si contano. Jacquemus condivide una foto di Bella Hadid sulla copertina di Vogue México con un cappellone che ricorda molto quelli della sua collezione La Bomba, li avrete visti, il fast fashion ne è pieno ed è da lui, a dirla tutta, che ri-nasce quell’ossessione per quel generico stile “franco-provenzale” che impazza oggi da Jeanne Damas (l’amica influencer) in giù. Lo stesso stile che, immaginiamo, renda Macron molto orgoglioso, lui che si batte per un made in France che poi è made in Italy. È una foto d’ispirazione, dice il ragazzone di Marsiglia, fa parte del “mood” del suo profilo, rigorosamente a tre a tre, è appropriazione, dice invece la fashion polizia, perché il cappello è di un marchio messicano e lui non l’ha scritto, e i messicani, lo sanno tutti, intagliano la paglia e portano grandi cappelli, dovresti saperlo anche tu razza di appropriatore francese, valli a spiegare che pure in Salento si intaglia la paglia e le borse che fanno ad Acquarica del Capo sono tali e quali a quelle della Damas e magari anche che, forse eh, “i messicani” avrebbero bisogno di essere contestualizzati meglio.

Poi Demna Gvasalia dedica la collezione couture di Vetements alla Georgia, il suo paese d’origine, e agli stilisti che non sorridono mai (al contrario degli altri georgiani, per fortuna, che per mia breve esperienza mi son sembrati ospitalissimi). Lo fa come ha sempre fatto, anche da Balenciaga, ripescando il body tatuato da Martin Margiela, con il quale ha lavorato e che chiaramente influenza tutto il suo lavoro, scavallando senza ironia il tacco a forma di torre Eiffel a Jean Paul Gaultier, prendendo in prestito lo slogan del popolo del Bassiani di Tbilisi, “We Dance Together, We Fight Together”, per metterlo su giacche che un giorno, non è impossibile, potrebbe indossare Melania Trump. A chi appartiene quello slogan? L’app per raccontarvi la storia di un conflitto e di un popolo (uno dei tanti), che i manuali europei ignorano, le reminiscenze di quel Paese verdissimo, che sembra la valle incantata (o l’Italia 2.0, come si sponsorizzano loro), da dove Gvasalia è dovuto scappare quando era bambino, le maschere minacciose delle sue donne vestite di pelle e tute, speriamo non acriliche: di cose da analizzare in quella collezione ce n’erano, eppure abbiamo scelto di accapigliarci su Instagram cercando di portare complessità a un mezzo che non la prevede. Ciò non a demerito della piattaforma, meglio specificarlo, che è utilissima e preziosa per un milione di altri motivi, ma il pensiero critico, almeno quello, lasciamo che sedimenti in altri luoghi (quali, semmai, dovremmo chiederci) e non dove tutto si cancella ogni ventiquattr’ore.

Foto Getty (dalla collezione SS 2019 di Vetements presentata l’1 luglio a Parigi)
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