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County of Marcelo

La storia di un uomo, Marcelo Burlon, e del suo brand che ha conquistato la moda, partendo dalla Patagonia.

Marcelo Burlon mi fa aspettare pochi secondi prima di arrivare, poi mi dà la mano dicendo soltanto «ciao, come stai?» con un sorriso gentile e mi porta nella grande sala affrescata della sede di County of Milan, in un palazzo settecentesco di via Manin, affacciato sui giardini dedicati a Indro Montanelli. È un mercoledì pomeriggio di metà marzo, la luce nel cielo resiste in un crepuscolo allungato che sembra più una speranza che la fine di una giornata. Marcelo, vestito interamente di nero, inizia a parlare senza aspettare le domande. Prima mi fa vedere il soffitto, gioca con il sistema d’illuminazione, vuole farmi godere della migliore esperienza possibile. È fiero di quel soffitto e si vede, spegne i fari di luce gialla che illuminano la stanza e accende altri fari più piccoli, una luce non invasiva che illumina soltanto gli affreschi e fa risaltare soprattutto il punto di blu di certe parti, un blu cobalto intensissimo che mi ricorda le volte del Famedio di Milano, ma qui ci sono i rack e gli appendini e la collezione Fall Winter con i motivi geometrici ispirati ai nativi della Patagonia al posto delle tombe di Mazzini, Cattaneo, Munari, Quasimodo, Rovani.

La storia di Marcelo e di County of Milan è stata raccontata di recente anche dalle testate italiane più tradizionali, che sono pachidermi lenti a muoversi e goffi a maneggiare gli argomenti, ma è una storia che era diventata troppo grande per poter essere ignorata, una storia che racconta di un brand che in due anni è arrivato a fatturare 20 milioni di euro e ad avere quasi 500 negozi nel mondo. È anche una storia che ha un intreccio particolare, con decine di protagonisti secondari e un eroe sempre in primo piano. Che è Marcelo Burlon, naturalmente. E che fa cose rocambolesche: partire dalla Patagonia da bambino e arrivare nelle Marche negli anni Novanta; fare l’operaio in un calzaturificio dopo la terza media; scoprire la scena di club della Riviera e in breve diventarne uno degli animatori più conosciuti; partire per Milano; fare il P.R.; fare “le porte” dei Magazzini Generali, un club storico e fondamentale in questa storia; mettere insieme una mailing-list variopinta e preziosissima (è la chiave di tutto); organizzare (esatto: grazie alla mailing-list) feste in cui fa incontrare i mondi della borghesia, della moda, il jet set e le drag queen; fare il dj; fondare County of Milan; spiazzare l’establishment da sempre. Mi viene da pensare, ora mentre lo scrivo, a Martín Fierro, l’eroe epico argentino: il gaucho solitario che si rifugia presso gli indios e fugge dal mondo civilizzato.

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L’Argentina e la Patagonia, ecco. Marcelo parla spesso dell’Argentina. In Argentina ci è nato e in Argentina torna spesso. E poi l’Argentina e la sua cultura nativa sono alla base dei disegni geometrici che danno a County of Milan quell’identità immediatamente riconoscibile. Parla con la sua voce calma, che tradisce un accento sudamericano molto leggero, che esce allo scoperto quando pronuncia la parola «pazzesco». Pazzesche le situazioni giovanili in Riviera, pazzesche le feste che ha organizzato, pazzesco come ha cambiato il concetto di entertainment nella moda, pazzesca la sua casa dietro Corso Italia in cui mi invita il giorno dopo, pazzesco quello che sta succedendo con County. È una parola che pronuncia spesso. «County è nato nel 2012 come un marchio di magliette, non sapevo che la mia vita sarebbe cambiata, non avrei mai pensato di fare il total look». L’ha fatto. Ha debuttato alla Fashion Week di gennaio 2015 a Milano, e ci ha messo dentro l’Argentina. Ha fatto introdurre la sfilata a tre gauchos, un ballo fatto di stivali, colpi di tacchi sulla passerella e bolas fatte roteare. Quando gli chiedo (una delle poche cose che gli chiedo, perché parla tantissimo, però con una cadenza affascinante, musicale) come nasce l’idea di fare moda mi dice: «È stata un’evoluzione naturale. Penso che venga dalla mia storia, dall’essere un po’ gipsy, nel senso di migrante. Ho un continuo bisogno di fare cose nuove». Dice migrante perché il senso di migrazione ce l’ha nelle radici familiari. Il cognome è italiano, come suo padre. La madre è libanese. Succede una cosa divertente, quando gli chiedo se si ricorda il giorno in cui è arrivato in Italia, a 14 anni. Mi dice «Certo. Mi ricordo tutto. Sono arrivato in Italia il 17 marzo del 1990. Atterrato a Fiumicino. Con pentole, coperte. Il viaggio di quattro ore da Roma alle Marche. Era… 25 anni fa. Esattamente 25 anni fa». È vero: oggi è il 17 marzo 2015.

La prima sfilata

Marcelo Burlon ha due qualità che fanno la fortuna di un giornalista e di uno scrittore. Per lo scrittore ha una grande umanità. Per il giornalista ha una grande storia. La storia inizia nel 1976, quando nasce a El Bolsón, Patagonia. Passa i primi anni di vita sotto il regime di Videla, poi arriva la guerra delle Malvinas. Mi dice: «Ricordo una sera che i miei erano al lavoro, erano le sei di pomeriggio ed era già buio. Viene il nostro vicino di casa a dirmi di nascondermi sotto il letto, stavano passando gli aerei inglesi. Dopo tanti anni me lo ricordo ancora perfettamente». Pochi anni dopo l’iperinflazione del 1989 fa decidere alla famiglia di emigrare verso le Marche, a Civitanova. Marcelo ha bei ricordi dei primi anni italiani: «La gente sapeva che non eravamo una famiglia benestante, era difficile comprare anche i libri per noi, mi ricordo che avevo delle amiche che mi portavano le penne, gli astucci. Era una comunità molto amichevole». Dopo la terza media inizia a lavorare in fabbrica. «Da piccolo volevo fare il ballerino, guardavo sempre Fame. Volevo venire a Milano a fare il MAS, questa scuola di danza e teatro, ma era troppo cara, era impossibile entrare». Allora, Marcelo va in discoteca. Ci va così tanto che inizia a lavorarci. Va a Rimini a prendere lezioni di canto perché fa il vocalist e lo vuole fare meglio di tutti. Inizia a studiare teatro. E si dimentica dell’Argentina. Dal 1994 al 2006 non torna, perché, dice, «ero lì, preso dal club, dalle droghe, dai cazzi miei». C’è una frase che Marcelo Burlon ripete più volte durante il giorno. Sono sicuro che non si sia accorto della ripetizione, ma è significativa. La frase è: «Mi sono detto: aspetta un attimo. Io cosa ho fatto fino adesso?». La prima volta che la dice è al termine dell’esperienza marchigiana. Succede che conosce – a una festa, sempre a una festa – un gruppo di Milano, suoi coetanei. Sono giovani ma hanno posizioni di rilievo in grandi marchi di moda. E Marcelo allora si dice quella frase, si «ripulisce», si immerge nel buddismo, e decide di partire per Milano. È il 1998 e ha 21 anni.

(A un certo punto, mentre siamo nel suo ufficio, in cui tutti i loghi retroilluminati dei computer Apple sono stati coperti dall’adesivo geometrico County of Milan, circondati da bottiglie di Möet et Chandon che non berrà perché astemio, entra un uomo alto, dai tratti nordici, vestito più da professore della Bocconi che da stilista, se così si può dire, e dice qualcosa a Marcelo sui costi. Esce dalla stanza. Marcelo mi guarda e con uno sguardo complice sussurra: «Quello è Alex, il nostro nuovo presidente. Viene da Blackberry», poi alza la mano per un cinque alto).

burlon-8104Un’altra chiave di tutta questa storia è la notte. Se fosse un film, le inquadrature sarebbero quasi interamente notturne, con le luci dei club a intermittenza o quelle dei lampioni che illuminano il buio dell’ingresso dei Magazzini Generali e di altri locali: il Bond, il Rocket, il Queen. Marcelo me la sta raccontando, per contrasto, in una giornata luminosa, nel salotto di casa sua, un sesto piano in una palazzina anni ’50 dietro corso Italia affacciata sulla cupola di Santa Maria presso San Celso. È un angolo di Milano verde e soleggiato e alberato, e i colori dei mattoni dei condomini borghesi mi ricordano Roma. È il giorno dopo il nostro incontro nella sede di County. Marcelo è ancora vestito di nero, ma ha i piedi nudi. Fa caldo. Mi fa vedere anche il terrazzo, con una piccola penthouse che è la sua camera da letto. È molto contento di quella casa, si vede, e dice molte volte «pazzesco». La vista pazzesca, la luce pazzesca, la televisione pazzesca, ed è vero, è tutto piuttosto «pazzesco».

Nel 1999 viene chiamato “alla porta” dei Magazzini Generali. «I Magazzini sono la chiave della mia storia, ci ho fatto tanti anni. Col vento, con la neve, col freddo. Però quello è stato il mio punto di partenza, perché lì ho conosciuto tutti». Ad esempio Róisín Murphy, che «veniva a cantare con i Moloko, e il venerdì dopo tornava a Milano ed era in fila per entrare al club». Ad esempio David Lachapelle, «che non la conosceva e io li presentavo. Capito? C’erano queste situazioni pazzesche che adesso non esistono più». È la nascita della famosa mailing list. Marcelo Burlon non è una persona modesta. Questa non è una connotazione negativa, però. È che Marcelo sa di essere bravo, a volte il migliore, a fare certe cose. Anche il tono con cui parla tradisce sicurezza ma non arroganza. È un tono musicale, in cui l’argentinità ha la sua parte: «Io ho dentro la capacità di aggregare le persone. Soprattutto in una città come Milano in cui tutti dicono io sto nel mio orto, mi faccio i cazzi miei, quello che ho fatto io, il successo dei miei eventi, è stato questo: ho aggregato persone che arrivavano da mondi diversi. Dalla strada, i figli di, le drag. La festa di Armani è stata la prima volta che si vedevano le drag queen a un evento di moda».

La festa di Armani è stato il primo evento da P.R. fuori dal mondo dei club. È arrivata nel 1999. Ripete la frase di prima. Era un momento in cui si chiedeva, come prima di partire per Milano, «cosa ho fatto fino adesso?». Marcelo si sposta ancora, dai club passa alla moda. Da questo punto in poi gli eventi si muovono più velocemente, come se la macchina della narrazione accelerasse e i cartelli sulla strada diventassero meno leggibili. Arrivano altre feste, altre collaborazioni. Arrivano nuovi modi di organizzarle, anche. Mi dice: «Ho avuto un sacco di coraggio, ho cominciato a impormi. A imporre la mia musica, a imporre un determinato tipo di dj, a portare la mia gente. Non ero io ad adattarmi al sistema, ma il sistema che si è adattato a me».  Iniziano le serate. Prima il martedì al Rocket, un piccolo club vicino la circonvallazione esterna, a Milano sud. Erano appena usciti gli iPod, mi racconta, e si inventarono le “iPod battles”. Celebrità che portavano le loro playlist e suonavano uno contro l’altro. Marcelo impara a fare il dj. Poi arriva Pink Is Punk, la serata che, dice, «ha fatto la storia». Prima al Bond, un piccolo club, o cocktail bar, sul Naviglio Grande. Poi nel Basement dei Magazzini Generali. Poi ancora al Queen, un ex strip club in via Carducci, nel centro storico.

Marcelo dice spesso anche «la mia gente». Sono musicisti, designer, modelli, modelle, tutti amici. Alcuni oggi lavorano per County of Milan. Sono ciò che rende il brand una specie di factory.

burlon-7800Gli dico che la sua storia sembra molto lineare, tutto sembra – ma è un’impressione derivata dal suo modo di raccontare, ne sono certo – puntare dritto a un obiettivo. Non si intravedono strade sbagliate, fuoripista, sbandate o incidenti. Gli chiedo se non ha paura, guardando indietro, di contemplare la possibilità di uno sliding door che avrebbe potuto portarlo da un’altra parte, una parte che oggi non vorrebbe. Lui dice: «No, non ci penso mai. In qualche modo sarei arrivato qua. Con un altro percorso ma ci sarei arrivato. Perché un po’ era questo il mio destino, chiamalo un po’ come vuoi. Le coincidenze non esistono». Quando Marcelo dice «destino» ci crede. Poco dopo, quando parliamo di famiglia, di figli, dice: «Un figlio? Un figlio sì, me l’hanno detto due veggenti, veggenti che lavorano con le energie, uno in Argentina e uno a Tel Aviv. È una cosa che raggiungerò molto presto, perché mi sento quasi pronto».

È incredibilmente gentile. È facile pensare come abbia potuto radunare intorno a sé “la sua gente” e migliaia di altri. Dice che è una cosa molto argentina. È un brand. «Sono io ad avere duecentomila follower su Instagram, non County. County ne ha sessantamila». Andiamo di sopra, sulla terrazza. Al piano sotto si sveglia Momo, un amico e dj porteño che questa sera suonerà con Marcelo al Tom, un club aperto da poco, proprio dietro piazza San Lorenzo. Marcelo mi dice di scrivergli per quella sera, di dirgli con chi verrò, che segna il mio nome sulla sua lista.

Dall’alto guardiamo intorno e sotto di noi. Santa Maria presso San Celso è splendida, a pochi metri in linea d’aria. Ci sporgiamo, cerchiamo la Madonnina del Duomo. È un po’ nascosta, ma si vede dietro la Torre Velasca. Indica i grattacieli di Porta Volta, io gli indico la torre Isozaki, nel quartiere della vecchia Fiera. Il cielo è perfettamente azzurro, ci permette di vedere le rughe delle Alpi, le spalle, le sottocime, le parti innevate e quelle nude, grigie e rosa. È come se vedesse tutto per la prima volta. Oppure è come se contemplasse qualcosa che lo meraviglia ancora. Come se fosse capace di meravigliarsi di uno skyline in cui vive da due decenni. «Pazzesco», dice.

Dal numero 23 di Studio
Tutte le fotografie sono di Piotr Niepsuj
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