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Come andare vestiti al lavoro

Come sceglie di presentarsi chi ha tra i 20 e 40 anni e fa un lavoro che non lo obbliga al vestito divisa? Lo abbiamo chiesto ad amici e collaboratori di Studio.

È il dilemma di tutti quei venti-trenta-quarantenni che hanno lavori non convenzionali, dove non è richiesto un dresscode specifico, ma dove l’abbigliamento, che sia esplicito oppure no, conta. Se appartieni a una generazione cresciuta senza gli obblighi del vestito-divisa, e se fai una professione creativa che richiede di dare una certa immagine di te, come scegli cosa metterti al lavoro? E cosa scegli? Lo abbiamo chiesto a qualche amico e collaboratore di Studio.

 

Modelli mitici onirici e musicali  

Vestirsi significa imitare ricordi e provocare possibilità. A questo scopo, imitare ed eccitare, ricordo e possibilità, mi rivolgo sempre a un muro di fotografie – fisico, a casa di mio padre, sulle ante dell’armadio nella stanza   che una volta era la mia cameretta: e successivamente ideale e fisso in testa – che rappresenta alcuni modelli vestimentari maschili:

* eccentrico estraneo ai cliché, Michael Stipe con i pantaloni corti durante gli “Mtv Unplugged” 1991;

* misterioso giocatore del fato femminile, Leonard Cohen nei primi anni ottanta, periodo “First We Take Manhattan”;

* Hip hop bianco intellettuale brooklynita, tipo Mike D dei Beastie Boys epoca 1999;

* Uomo con i maglioncini strani, pescato qua e là nelle immagini di Dazed degli anni zero.

L’insieme di questi modelli mitici onirici e musicali – unito a una semplice volontà di creare delle Rime interne al vestito, tipo strisce di colori che dialogano a distanza, fra il colletto della camicia e le scarpe – genera le fattezze del mio aspetto esteriore ogni mattina. (Gianluigi Ricuperati)

 

Vestirsi male come privilegio

Di ritorno dalla Seconda guerra mondiale, gli uomini avevano un codice sartoriale. Dalle sue rovine è emerso lo smart-casual, che Robert Armstrong, sul Financial Times, ha definito «satanico». Questo per dire che i codici sono saltati. Personalmente, mi trovo in quell’epoca delle vita in cui vorrei sembrare più vecchia per difendere il mio posto fragile nel mondo, ma l’esito della lotta con il cuore di ragazza è un’instabilità stilistica che confonde tutti, anche me. Vivo in città, a Roma e, quindi, ho pretese di superiorità intellettuale che ci tengo a comunicare al mondo, visto la fatica che faccio. Di solito lo faccio con il vintage e lo shopping online di oscuri brand di qualità dall’aria sartoriale. Funziona anche la scelta di dettagli eccentrici su fondo young-adult di jeans Zara a vita alta, camicia classica da uomo e Roshe Two nere. Poi, quando proprio non so che fare, esagero ancora un po’. Nella mia fantasia mi figuro in tailleur, ma gli unici che posso permettermi si trovano nell’infernale reparto corporate di H&M. Dubito che i colleghi, per quanto colti e sofisticati, la prenderebbero come una scelta ironicamente postmoderna. Vestirmi male è un privilegio che non posso permettermi. (Silvia Vacrica)

Kilian Kerner Backstage - Mercedes-Benz Fashion Week Berlin Autumn/Winter 2015/16

«Guarda che non stiamo a Williamsburg»

All’inizio del decennio mi fidanzai con una ragazza geniale che lavorava nel mondo milanese/newyorkese dell’arte/moda/fotografia. Mi accompagnò all’incontro di lancio di una delle migliori collane della storia recente dell’editoria italiana. Dopo un minuto uscì dalla libreria dicendo: «Non posso resistere lì dentro. C’è troppa gente vestita male». Sarebbe stato facile risponderle male e farla sentire frivola: in realtà da lei imparavo tante cose sullo spirito del tempo, e quella sera avviai una riflessione sulla nostra generazione di scrittori cresciuta col grunge a approdata – per comodità ritrosia pigrizia ignoranza – al normcore per letterati. Ho poi scoperto che esistevano siti interessanti pieni di indicazioni sul modo più facile per capire e comprare il tipo di abbigliamento che ha sostituito per quest’epoca i completi grigi di Mad Men: il mai troppo lodato “streetwear”. calzini, giacchette, scarpette, zaini eleganti pieni di tasche interne… quasi tutto nero… Prendendo l’abitudine di controllare su quei siti quale fosse il modo di vestire più rispettoso dei tempi che stiamo vivendo (la risposta è: quasi tutto ciò che si mette The Weeknd, moderato dalle cose più sobrie di Kendrick Lamar), sono finalmente arrivato a pensare che noi scrittori non dovremmo troppo cercare la nostra unicità nella bruttezza e fare invece qualche concessione al conformismo in omaggio al nostro tempo così assurdo, idiota, interessante, imprevedibile. Ci meritiamo di sembrare anni Dieci nelle foto che guarderemo da vecchi, perché aver vissuto gli anni Dieci sarà ricordata come una gran cosa, una grande merda, ma una gran cosa, e voglio sembrare sorpassato nelle foto che senza ingiallire invecchieranno nei nostri Google Photo. L’altro giorno un ufficio stampa al Salone di Torino prendeva in giro le mie cuffie conformiste e la mia barba conformista dicendo: «Guarda che non stiamo a Williamsburg». Le ho risposto: «Sì, ma siamo negli anni Dieci». (Francesco Pacifico)

 

Raccattare pezzi vintage a caso non funziona, però è divertente

Fosse per me, andrei sempre in giro in jeans e maglietta, non per modo di dire ma proprio nel senso che mi sento a mio agio solo quando indosso il mio paio di jeans preferito (vita alta, coi bottoni), una ristretta selezione di T-shirt (un paio monocromo di Muji, una col girocollo a contrasto di & other stories, una polo senza maniche anni Sessanta ereditata, credo, dalla nonna Agnese) e le gazelle. Il problema è che faccio un lavoro che preclude l’andare in giro ogni giorno con la divisa da Muteking, perché si presume che chi scrive abbia un minimo di personalità e che questa personalità si rifletta, almeno un pochino, nel guardaroba. Entrambi gli assunti non potrebbero essere più lontani dalla realtà, ma non importa, tocca lo stesso provare a nascondere la mancanza di originalità vestiario-personale. Ho messo a punto una strategia: continuo a portare la mia consueta gamma di top iper-standardizzati, e per la parte sotto ho raccolto un po’ di pezzi vintage o usati raccattati all’East Market e, durante un viaggio a Londra, a Beyond Retro, tipo un kilt scozzese che credo facesse parte di una divisa scolastica e robe così: pensavo funzionasse, poi m’hanno spiegato che si vede benissimo che non capisco niente di moda, però se non altro ho bevuto un po’ di buone birre all’East Market, che non è poco. (Anna Momigliano)

Kilian Kerner Backstage - Mercedes-Benz Fashion Week Berlin Autumn/Winter 2015/16 Il bello del vestirsi da schifo senza sentirsi una disadattata

Da adolescente ho dovuto lottare con i miei genitori – ferocemente – per poter indossare quello che volevo. Ho colorato i capelli di rosa secoli prima dell’era Roshelle, quando per trovare la tinta Crazy Color bisognava prendere e andare a Londra. Non avrei mai immaginato di ritrovarmi a trent’anni a invidiare le donne capaci di portare i tacchi o di indossare abiti costosi e beige. Forse credevo fosse possibile rimanere dark e rifornirsi da H&M per tutta la vita. Per dire: fino all’anno scorso ho pensato che le Doctor Martens fossero ok. L’ambiente dell’arte contemporanea di Milano, quello in cui sogno – in segreto – di essere accettata, mi ha risposto con estrema chiarezza: no. Non sono ok. Forse non è soltanto questione di integrazione lavorativa e sociale, perfino sessuale (uscireste mai con una in Doctor Martens?): forse, a richiedermi di abbandonare i miei panni da tossica di provincia è anche la mia età. A salvarmi dal disagio è sempre stata la divisa da hostess: quando vado al lavoro posso felicemente vestirmi da schifo senza sentirmi una disadattata, tanto poi mi cambio e indosso Chanel. Il mio sogno, comunque, resta quello di trovare un ambiente di lavoro nel quale non sia un problema avere dei tatuaggi sulle dita. Per ora resta un privilegio dei miei amici artisti. (Clara Mazzoleni)

 

Colpa del Pci o di DFW?

Una volta ogni settimana pranzo con un amico di vecchia data che lavora in un grande studio legale internazionale. Spesso mi racconta di nuovi sarti che ha scoperto, nuovi artigiani per scarpe, vecchi e nuovi vezzi da gente-che-è-in-abito-ogni-giorno. Generalmente non sono un buon ascoltatore, tutt’altro, ma ascolto in questo caso i suoi racconti con grande attenzione e curiosità, sempre. Mi affascina la divisa da studio legale proprio per le gabbie che impone: non è consentito essere “semplicemente” dandy, ma bisogna stare alle regole, saperle trasgredire quel tanto che basta, anzi, saperle forzare, aggirarle, con una cravatta di un certo tipo, un colletto un po’ più così, e così via. Lo invidio anche, in un certo senso. Da parte mia, sono ormai un bel po’ di anni che lavoro in questa cosa chiamata industria culturale, ci sono arrivato piuttosto giovane dopo un po’ di anni passati bazzicando ambienti più vicini alla moda e ai club. Ricordo le prime presentazioni, i primi aperitivi, i primi incontri, i festival, e ricordo quanto rimasi sconvolto da quanto scrittori e giornalisti si vestissero male. Non è vero: in realtà rimango sconvolto ancora oggi, ogni volta. Mi sono chiesto spesso di chi fosse la colpa, poi ho smesso di chiedermelo. Perché la sciatteria è ancora, negli anni Dieci, simbolo intellettuale? Quanto è difficile portare dal sarto un paio di pantaloni dopo averli comprati? Quanto è difficile scegliere delle sneakers semplici e normali? Il tempo che passo da Cos è un tempo peggiore di quello passato a leggere un brutto romanzo di Jonathan Safran Foer? Perché non esistono romanzi veramente interessanti e sinceri tangenti alla moda, almeno non dopo Tondelli, in un certo senso? (disclaimer: eccetto rarissime eccezioni!) Di chi è la colpa? Del Pci o di David Foster Wallace che, per inciso, si vestiva da cani? (Davide Coppo)

 

Foto Getty.
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