Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Studio!

Attualità Cultura Stili di Vita

Seguici anche su

+60k
+16k
+2k
Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Contro i commentatori

Perché non provare ad alternare opinioni e editoriali dei "soliti" noti con voci differenti? Iniziamo noi, dal prossimo numero di Studio.

Tra le tante cose che colpiscono, della palude italiana, ce n’è una che mi è sempre parsa emblematica: la persistenza dei commentatori. Nei grandi giornali del mondo, gli editoriali dei quotidiani tendono a dividersi in due categorie. Da una parte ci sono quelli scritti dai columnist, i collaboratori regolari della testata, quelli che ne incarnano la voce e, in una certa misura, l’identità. Accanto a questi, però, i grandi giornali internazionali si aprono anche a una serie di voci diverse: articoli firmati da personaggi – ricercatori, scrittori, rappresentanti di ong, imprenditori – che cambiano di volta in volta, portando esperienze e punti di vista molto diversificati. Chiunque, in pratica, può inviare un pezzo alla redazione dell’Herald Tribune o di Le Monde con la speranza di essere pubblicato: non tra le tristi missive dei lettori, ma proprio nelle pagine dei commenti, accanto a Nicholas Kristof e a Paul Krugman.

Nei giornali italiani questa possibilità non esiste (e le rare volte che un direttore prova a introdurla viene immancabilmente crocifisso dal comitato di redazione). Il risultato è che le voci sono poche e sempre le stesse. Provate a dare un’occhiata agli editoriali dei grandi quotidiani: le firme sono le stesse da decenni, e le new entry si contano sulle dita di una mano. Non abbiamo solo la classe politica più inamovibile dell’occidente. Abbiamo anche i commentatori più immarcescibili. E tra le due cose, tutto sommato, è probabile che una relazione ci sia. In una situazione del genere, il problema non si risolve con l’avvento di una nuova generazione di editorialisti che prenda il posto della precedente. Quella, sia pure tra mille difficoltà, sta cominciando a emergere – e una rivista come Studio ne è la dimostrazione. Il punto è che, se vogliamo un dibattito pubblico meno asfittico, serve un radicale ampliamento della platea dei partecipanti. Non solo su Twitter. Ma anche sulle auguste pagine dei grandi quotidiani.

Che senso ha che, ad esprimersi su tutte le questioni – dalla politica alla scelta del nuovo Papa – sia sempre la solita ventina di persone? Per quanto brillanti, è chiaro che ognuno di loro tenderà a riproporre più o meno gli stessi schemi mentali: ciascuno di noi, in fondo, non fa altro che girare attorno a tre o quattro idee di base. Non è complicato: basta togliere qualche slot ai commentatori fissi e metterlo a disposizione di contributi qualificati, ma occasionali, che allarghino la prospettiva e moltiplichino gli stimoli. Cominciamo noi a dare il buon esempio. Nel prossimo numero di Studio, niente da Empoli. Sceglietevi un argomento e inviate i vostri articoli di 3000 battute al direttore f.sarica@rivistastudio.com. Il migliore sarà pubblicato sul prossimo numero, tra i Dispacci, al mio posto.

 

Una nota sul tema – Studio, nel suo piccolissimo, ha cercato di spostare il baricentro affiancando a voci più note, alcune penne meno conosciute al grande pubblico ma altrettanto brillanti. Facciamo quindi nostro l’appello, sacrosanto, di Giuliano. Ma con una piccola differenza: sul prossimo Studio un dispaccio lo scrivete voi, vero, ma lo pubblichiamo di fianco a quello di da Empoli, voce a cui teniamo molto e che quindi non salta un giro. Aspettiamo i vostri pezzi. Fs

 

 

Dal numero 13 di Studio
Nell’immagine, John Lithgow interpreta il ruolo di Joseph Alsop in The Columnist

54da1fe3c06675ff4ccfe97c_undici-logo-white.jpg