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Come scomparire dal mondo

Edward Snowden c'ha provato, è finito per rifugiarsi in Russia. Ma è possibile sparire in un mondo controllato come il nostro?

E così siete un consulente informatico che lavora per la National Security Agency statunitense e avete deciso, dopo anni di lavoro, di redimervi rendendo noto quanto di turbe avete fatto e visto nel retrobottega dello spionaggio internazionale. Contattate un giornalista statunitense che lavora per il Guardian di Londra (il suo nome è Glenn Greenwald) e cominciate a “cantare”, utilizzando un gergo da film poliziesco – film poliziesco che presto diventerà anche la vostra vita.

Se siete una persona intelligente (e, perdio, lo siete: la Nsa vi ha assunto per questo!) saprete che spifferare i segreti di una superpotenza è attività sconsigliata se volete vivere una vita serena e continuare a passeggiare per strada senza preoccuparvi di quello che potrebbe succedervi. Magari avrete fantasticato di scomparire completamente senza farvi più ritrovare: rifarvi una vita, riciclare la vostra identità da «ricercato numero uno», «traditore» e «disertore» reclinando una sdraio in una spiaggia deserta della Micronesia. Non andrà così. Perché siete Edward Snowden, il whistlebower che ha scoperchiato il pentolone della sicurezza statunitense e mondiale, e non berrete mai più un mojito in santa pace.

La domanda rimane: è possibile dissolversi nel nulla in un mondo come il nostro?

La vicenda è nota, per quanto ancora in fieri e fosca: Edward Snowden ha lavorato per anni alle Hawaii per conto della Booz Allen Hamilton, una ditta che opera nel ramo della difesa e dello spionaggio; lo scorso maggio, all’età di 29 anni, il Guardian ha cominciato a pubblicare notizie top secret sulla Nsa e il progetto Prism sulla base dei documenti svelati dal nostro, la cui storia ricorda quella di Bradley Manning, il soldato Usa che aveva consegnato a WikiLeaks materiale top secret scatenando il caso “cablegate”. Quest’estate Manning, dopo circa tre anni di detenzione, è stato condannato a 35 anni di carcere per, tra le altre cose, possesso non autorizzato di materiali di intelligence, furto e violazione delle regole sull’utilizzo dei dati informatici dell’esercito (pochi giorni dopo la sentenza l’ex soldato ha fatto sapere di essere una donna e di voler essere chiamata Chelsea). E forse proprio alla luce di questo precedente, Snowden è “scomparso” nelle ore precedenti allo scoop del quotidiano londinese ed è affiorato in superficie giorni dopo a Hong Kong, per poi riparare in Russia dopo una quarantena geopolitica nel non-luogo che è l’aeroporto di Mosca. Oggi si trova sotto la protezione di Vladimir Putin e insieme al sodale Greenwald continua a setacciare l’enorme archivio di materiale di cui ha fatto scorta (nei giorni del G20 di San Pietroburgo lo stesso Putin l’ha definito «un tipo strano» che «si è condannato a una vita davvero difficile»). Il mondo è diviso tra chi lo ritiene un eroe e chi un traditore. Ma non è questo il nostro punto, che è un altro: volevate scomparire dal mondo, e non ce l’avete fatta, siete finiti per riparare in una superpotenza dai rapporti poco sereni con gli Usa. Missione fallita. La domanda però rimane, al netto di Snowden: è possibile dissolversi nel nulla in un mondo come il nostro?

Nì.

Perché è possibile farlo in molti casi – rimane ovviamente una trafila pericolosa, dispendiosa e complicata – e improbabile in altri, come quello in esame. Si può fare, comunque, e prova ne sia l’esistenza di Frank M. Ahearn, un signore statunitense che si è fatto una carriera scovando per conto altrui persone che non volevano farsi trovare e ha poi riciclato le tecniche imparate in quel settore per percorrere il percorso inverso: diventare uno skip tracer e aiutare i suoi clienti a scomparire. Anni fa, per esempio, un tale gli chiese di scovare una certa donna. Ahearn fece qualche ricerca – sfruttando il ventre molle della nostra privacy che sono i servizi telefonici di banche e compagnie telefoniche –, individuò il suo domicilio e parlò al telefono con l’impiegata delle pulizie spacciandosi per l’Ups. «Quando posso consegnare questo pacco alla signora tal dei tali?» «Oh, sarà qui attorno alla sei.» «Grazie». A questo punto, rigirò le informazioni al suo cliente a cui chiese chi fosse quella persona. «Stasera guarda il telegiornale e lo saprai», si sentì rispondere.

Per scomparire è preferibile smettere di vivere come un cittadino del XXI secolo

Il suo cliente era un giornalista e la donna era una stagista della Casa Bianca, tale Monica Lewinsky: quel giorno cominciava un pessimo periodo per la famiglia Clinton. Ma questa è un’altra storia. Leggendo How To Disappear (Lyon Press, 2010), il libro–guida scritto da Ahearn con la sua collaboratrice Eileen C. Horan, si scopre che per scomparire è preferibile smettere di vivere come un cittadino del XXI secolo: niente carte di credito, niente social network, attenzione a OGNI SINGOLA LETTERA che si scrive sulla dannata rete internet, girare al largo dai servizi che si presentano come troppo semplici e disponibili – per essere così efficienti devono nutrirsi dei vostri dati. Il tempo ideale per preparare la propria scomparsa è di «almeno due o tre mesi» durante i quali il candidato deve superare i tre punti della guida di Ahearn: la mistificazione (ritrovare tutte le informazioni su se stessi al fine di cancellarle o alterarle); la disinformazione (la creazione di informazioni errate al fine di “seminare” le persone dalle quali si sta scappando – tutti noi scappiamo da qualcuno, no?); la riforma, ovvero la creazione di una nuova identità.

Ogni fuga ha però due protagonisti: la persona che scappa e quella che insegue. A rendere avvincente la vicenda di Snowden è proprio l’antagonista che si è scelto, il governo degli Stati Uniti, ovvero La Cosa Più Potente Del Mondo. Metti un Davide contro un Golia e a nessuno importerà il motivo della loro disputa, ci sarà sempre e comunque epica.

«Una delle prime cose di cui discuto con i miei clienti», ha spiegato Frank M. Ahearn a Studio, «è da chi stanno scappando e quanti soldi hanno a disposizione. Se il tuo cacciatore è un autista di autobus con un salario minimo, no problem; se invece è milionario, sarà molto più difficile». E il caso in esame è appunto estremo: «Dio perdona ma il governo Usa no», continua Ahearn, «io non lavorerei mai per uno come Snowden perché mi piace essere libero e accettare un cliente simile distruggerebbe la mia carriera».

La maggior parte dei servizi di cui disponiamo oggi si basa sull’accumulo di dati e meta dati, informazioni dettagliate su di noi e le nostre abitudini: smartphone, carte di credito, siti internet e anche quell’innocuo abbonamento in palestra che avete usato appena due volte raccontano una storia, la vostra storia – le leggi a difesa della privacy ci sono ma gli ex clienti di Ahearn hanno soldi e tempo da investire per evitarle. Non sono solo i dati i vostri nemici: tutte quelle telecamere di sicurezza appese alle pareti di mezzo mondo sono guardiani vigili che possono essere interrogati alla bisogna; il cielo, nel frattempo, si sta riempiendo di droni militari e non, che sfruttano tecnologie per il riconoscimento facciale sempre più sofisticate. I filmati tratti dalle telecamere di sicurezza sono stati già utilizzati per la ricerca di sospettati durante le rivolte di Londra del 2011 e dopo l’attentato alla maratona di Boston di quest’anno; Facebook offre già da tempo un inquietante servizio di riconoscimento facciale, mentre Google sta investendo milioni nel settore e Microsoft, con l’apparecchio Kinect in uso nella consolle XBox, sta aprendo tanti occhi sempre aperti e puntati sui tinelli degli utenti, noi. A tutto questo aggiungiamo il controllo informatico che fa capo alla Nsa – al quale Snowden ha partecipato dando alla vicenda un retrogusto alla “Luke, io sono tuo padre”.

C’è una certa ironia in tutto questo: i migliori servizi del mondo hanno successo perché sono idrovore di dati personali e privacy, particolare che sembra piacerci un mondo; è un nuovo contratto sociale tra uomo e macchina, la cyborgisation del diritto (“ok, vi diamo una parte delle nostre identità ma vi prego migliorate le prestazioni di questo videogioco”). E per i nativi digitali che si apprestano a conquistare il mondo, la “normalità” del vivere online potrebbe riservare ancora più sorprese: ogni parola, ogni traccia sul web rappresenta un’impronta digitale, un indizio, e sarà sempre più facile ricostruire una vita interrogando un computer. È un mondo in cui la nostra privacy è sancita da “condizioni d’uso” che “accettiamo” sbuffando e in tutta fretta – quale nuovo e incredibile genere letterario il trattato scritto da un team di super avvocati e letto da nessuno.

«Il problema di Snowden è la sua faccia, che qualunque persona ha visto sui giornali o in televisione»

Ne sa qualcosa lo stesso Snowden, esperto informatico capace e puntiglioso, che non ha potuto fare a meno di lasciare impronte nel suo percorso. Lo scorso giugno Ars Technica ha pubblicato un lungo articolo sul passato delwhistleblower da accanito e avido commentatore del sito (tra le chicche riesumate: alcuni suoi commenti molto “a destra” riguardo la politica e la sicurezza nazionale, come quello in cui definiva – scherzando, pare – la XBox «uno strumento di sorveglianza della Nsa».)

In definitiva come se l’è cavata il nostro aspirante fantasma? Ahearn, che crede nell’importanza politica deiwhistleblower, sostiene «che abbia fatto un grande errore. È finito dalla padella alla brace. Al governo russo non interessa la difesa della privacy e lo ha accolto solo per i segreti che non ha ancora reso pubblici». E se in un barlume di lucidità tentasse di scomparire ancora? «In una scala da uno a dieci le sue possibilità sono ZERO», continua l’esperto. Non solo perché a quel punto avrebbe due superpotenze alle calcagna (gli Usa e la Russia) ma anche perché il suo è un caso unico, da manuale: «Il problema di Snowden è la sua faccia, che qualunque persona ha visto sui giornali o in televisione. Anche se riuscisse a procurarsi un passaporto e una nuova identità, non credo riuscirebbe a passare il controllo di alcun Paese».

E allora chi può provare e svanire nel nulla? Chi ha problemi personali limitati – evitare di tracimare nella geopolitica può essere utile – con persone non particolarmente potenti; chi ha soldi e tempo da investire in una nuova vita; chi sa di non avere lasciato troppe tracce di sé in rete, o è riuscito a smacchiarle. Insomma, l’esatto contrario di Edward Snowden, divenuto un’entità (una minaccia o un eroe, a seconda dei punti di vista, ma comunque una maschera e un marchio indelebile). Un fantasma intrappolato in un cortocircuito ontologico e geopolitico, destinato a finire nell’ennesimo mistero – squisita trippa per i gattoni cospirazionisti. «Una persona come Snowden ha i giorni contati», conclude amaramente l’esperto di disappearing: «Scappare in Islanda avrebbe avuto qualche senso ma la Russia è stata proprio una scelta stupida».

Come l’enigmatico V. di Thomas Pynchon, Edward Snowden è scomparso e tutti lo cercano. Anche se forse non è mai stato qui. Oppure è vivo e lotta in mezzo a noi. Un giorno, magari, tornerà. Oppure è già morto? Non si era mai visto uno spettro così ingombrante.

 

Immagine: Una delle pochissime immagini di Edward Snowden (Guardian / Getty Images)
Dal numero 16 di Studio
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