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Film piangerissimi che non funzionano

Colpa delle stelle, il successone della stagione, non convince e non riesce nemmeno a commuovere, soffocato com'è da uno strato di canzoncine indie e lutti zuccherosi.

L’anno scorso ho inaugurato un cineforum tra amici. Funziona così: ci troviamo al sabato sera a casa di una splendida coppia, Lucio e Flavia, che ha la fortuna di avere una casa gigantesca dotata di proiettore. Prima si cena, poi si procede con una double feature di film. Rigorosamente horror. Il primo giusto così, per scaldarsi. Il secondo invece, per sferrare il colpo di grazia. L’ho organizzato perché mi sono drammaticamente reso conto che l’80% dei miei amici non vede film di quel genere: “Guarda, io mi vedo di tutto, eh. Sia chiaro. Tranne gli horror!”. Che poi non è vero, perché poi diventa la stessa cosa anche per: “Mah, direi tutto. Tranne i musical. Ah, e anche i film orientali. Ora che ci penso bene, non sopporto i documentari. E poi ovviamente evito tutti quelli quelli in bianco e nero. E quelli con Nicolas Cage”. Gente difficile, insomma. Comunque, se si parla di horror, siamo messi proprio male. Il motivo principale è che questi film, semplicemente, fanno paura. Se in quell’unica sera della settimana che riesci a stare a casa da solo, hai la malaugurata idea di vederti, faccio per dire, Insidious, è chiaro che poi non dormi bene. Ti tocca accendere la luce per andare in bagno, ogni innocente rumore casalingo ti sveglia con promesse di Morte e Sofferenza, hai gli incubi… Un inferno. Ed è proprio grazie a questo che sono riuscito, dopo mille sforzi, a convincere i miei amici a fare questo sforzo. Dopo tutto, se si condivide la visione, se si assaporano quelle emozioni con al fianco i propri amici che, dopo aver urlato di terrore, scoppiano in una risata liberatoria, la cosa diventa molto più sopportabile. E ha funzionato. Ha funzionato alla grande. Tra poco inauguriamo la seconda stagione e sto già ultimando il cartellone per questo 2014/2015.

Perché il piangerone si nasconde ovunque: nel film di cassetta, come nei titoli più altisonanti dei festival. Non c’è speranza, non c’è rifugio. Piangerete. Piangerete tanto.

Il trucco è proprio questo: la condivisione dei sentimenti. La facilità con la quale il gruppo sopporta visioni che altrimenti, singolarmente, verrebbero saltate a piè pari. Il terrore si stempera se il tuo vicino di divano, dopo essersi spaventato a morte per una porta scricchiolante, esplode in una risata liberatoria. Per questo mi è venuta un’idea, a mio avviso straordinaria, ma che per ora mi è stata bocciata. Basta con gli horror. Facciamo un cineforum solo sui “film piangerissimo”. Il neologismo, me ne rendo conto, non è tra i più chiari del pianeta, per cui ecco una rapida esposizione del genere in oggetto. Il film piangerissimo è quel film che racconta storie pensate, scritte, dirette e interpretate solo ed unicamente con il preciso scopo di far piangere lo spettatore. Titoli che non esitano a scorretti colpi bassi pur di portare il fruitore oltre quella soglia di sopportazione da cui nascono le lacrime. Ne abbiamo in parte già parlato proprio in questa rubrica, partendo dall’analisi di uno dei capisaldi del piangerone – il leggendario Io & Marley, quello col cagnolone tenerone – fino ad arrivare all’esempio forse più autoriale del genere, ovvero Dancer in the Dark di Lars Von Trier (dove, per esigenze di copione vi ricordo che c’era Catherine Deneuve che lavorava in fabbrica). Perché il piangerone si nasconde ovunque: nel film di cassetta, come nei titoli più altisonanti dei festival. Non c’è speranza, non c’è rifugio. Piangerete. Piangerete tanto. Da questa sicurezza matematica, la mia idea: vediamoci i piangeroni insieme, così possiamo poi condividere i nostri pianti, esorcizzando quei ricatti morali a cui siamo così spesso sottoposti. Abbracciamoci tutti su un lungo divano dell’amore assistendo muti alla morte di Maculay Culkin in Papà, Ho Trovato un Amico. Guardiamo morire Christian Slater con il cuore di babbuino in Qualcuno da Amare. Sarà bellissimo.

Sia chiaro: il film piangerone nasce da precisi calcoli matematici. Nulla è lasciato al caso. Tutti noi siamo spettatori ormai smaliziati: conosciamo le storie, i trucchi, le scorciatoie e tutti gli ingredienti del film piangerone. Ne abbiamo visti e amati a centinaia. Si potrebbe obbiettare che dipende poi dal grado di sensibilità personale (io non faccio testo, visto che ricordo distintamente di aver pianto per una puntata di Baywatch in cui la soglia del ricattatorio s’era infranta, spappolata, contro la storia d’amore tra due ragazzi down che correvano mano nella mano al ralenti sulla spiaggia presidiata da Mitch Buchannon), ma diciamo che non è facile riuscire a farci piangere. È tutta una questione di equilibrio, di sottili giochi di prestigio fatti da un mago capace di non farsi mai scoprire dal proprio pubblico. Ogni tanto ci si può permettere qualche azzardo; nelle sequenze finali, quando ormai tutti stanno già piangendo, si può premere forte l’acceleratore e esagerare con archi e campanellini, ma se si spezza quel patto tra film e spettatore, finisce tutto. Il risultato è che ci si ritrova a ridere, cinici fino al midollo, di cose insopportabili, quasi indicibili. Esattamente quello che mi è accaduto guardando Colpa delle Stelle.

Prima mi informo sul fenomeno Colpa delle Stelle perché sempre l’amico di cui sopra mi dice una frase del tipo: “Tu immagina, a livello di successo tra i ragazzini, una cosa tipo Twilight ma con i tumori al posto dei vampiri!”.

Non avete idea di quanta voglia avevo di vedere Colpa delle Stelle. Dopo aver visto il trailer e sentito un paio di volte la colonna sonora – un concentrato di pezzi teneroni indie rock da ritiro della patente – leggo un paio di recensioni. Ne scrive bene un amico e critico cinematografico di cui mi fido quasi più che di me stesso. Mi sento in una botte di ferro. Avevo bisogno di un bel film piangerone, di un guilty pleasure in piena regola. Anzi, prima mi informo sul fenomeno Colpa delle Stelle perché sempre l’amico di cui sopra mi dice una frase del tipo: «Tu immagina, a livello di successo tra i ragazzini, una cosa tipo Twilight ma con i tumori al posto dei vampiri!». Scopro che il film è tratto da un libro omonimo di enorme successo. Si tratta del sesto romanzo di tale John Green, di anni 37 (qui il profilo dell’autore). Cerco la pagina wiki dell’autore e, al di là delle informazioni canoniche, trovo goffe traduzioni dall’inglese all’italiano che mi mandano in uno stato di felicità quasi irreale. «Durante il ritrovo live su Google+ dell’autore con il Presidente Barack Obama del 14 febbraio 2012, Green ha annunciato l’arrivo di un secondo figlio chiedendo al presidente come dovesse chiamare la figlia, se Eleanor o Alice. Il presidente non ha risposto alla domanda, ma ha detto a Green di ricordare alla figlia di non dimenticarsi di essere meravigliosa (“not forget to be awesome”), con sorpresa dello stesso Green e della moglie». Oppure, riferito proprio al libro Colpa delle Stelle: «Tutta la prima edizione, 150.000 copie, è stata venduta e Green ha autografato ogni copia. Sua moglie e il fratello hanno inoltre collaborato al processo facendo su ogni copia i loro simboli, rispettivamente uno yeti e un pesce chiamato rana pescatrice (in inglese anglerfish, chiamata Hanklerfish dal nome del fratello Hank)». Obama che cita le sue frasi (e che frase…). Sua moglie yeti. Suo fratello rana pescatrice. Mi rendo conto che c’è qualcosa di gigantesco dietro a tutto questo. Scopre che esistono fan duri e puri del libro che vivono citando le frasi dei due protagonisti. Lo snodo centrale, di cui ancora non posso capire l’importanza, sembra essere questo fulminante scambio di battute tra i due: «Okay?». «Okay». Esistono anche dei gadget legati al film che riportano gli Okay; braccialetti, anelli, tazze, felpe, scarpe, di tutto.

Scopro che nel cast del film c’è Laura Dern, Willem Dafoe e questi due protagonisti giovani, belli e bravi. Lui è un bellone di quelli dal sorriso capace di  far innamorare una media di dieci, quindici ragazze per minuto di pellicola. Risponde al nome di Ansel Elgort e l’abbiamo visto nella parte del buonissimo Tommy Ross nel recente remake di Carrie – Lo Sguardo di Satana e, anche se  brevemente, in Divergent, sorta di wannabe The Hunger Games piuttosto stantio e noioso. Lì Ansel interpretava proprio il fratello di Shailene Woodley, che ritroviamo qui nella parte di Hazel Grace. La Woodley in questo momento a Hollywood è lanciatissima: oltre al progetto Divergent (è ovviamente una trilogia: i due prossimi capitoli si intitoleranno Insurgent e Allegiant), pare vestirà i panni di Mary Jane Watson nel franchise The Amazing Spider-Man. Ma non solo grandi titoli: la Woodley l’abbiamo scoperta in Paradiso Amaro di Alexander Payne, cosa che le ha aperto le porte del cinema “indipendente” statunitense. Eccola dunque in The Spectacular Now e anche nell’ultima fatica di Gregg Araki, White Bird in a Blizzard. Dopo aver messo tutti questi pezzi insieme, mi autoconvinco che Colpa delle Stelle sia un capolavoro annunciato. Sì, certo, un film per ragazzini ma ben fatto e soprattutto emozionante fino alle lacrime. Per cui con una certa sicurezza e tracotanza, mi armo di fazzolettini per asciugare le lacrime e vado al cinema.

In realtà così, sfortunatamente, non è. Colpa delle Stelle è uno dei piangeroni più sbagliati che mi sia mai capitato di vedere. È un film dove quell’equilibrio di cui si parlava prima, quel sottile gioco di pesi e misure che portano poi lo spettatore a piangere nel finale, crolla quasi subito. Vediamo la storia e, ve lo anticipo, ci sarà più di uno spoiler: Hazel Grace è una ragazza di 16 anni, gravemente malata di cancro alla tiroide. La madre, la povera Dern, obbliga la figlia a partecipare a dei gruppi di supporto. Nella terza sequenza del film, al minuto 7 di 126, inciampa in Augustus, diciassettenne ex sportivo che ha perso una gamba a causa di un tumore alle ossa. Lei è timida e introversa. Lui un ciclone di sorrisi e simpatia. Colpo di fulmine immediato, e dal minuto 8 in avanti i due passano le serate a mandarsi sms. Questi messaggini vengono visualizzati dagli spettatori sul grande schermo grazie a un font carinissimo che, secondo una ricerca scientifica condotta dall’Università dello Utah, non viene visualizzato correttamente da chi ha più di 18 anni. Come quei suoni che le nostre orecchie non percepiscono più quando invecchiamo, avete presente? Ecco, una cosa del genere. Scopro il perché i gadget legati al film riportano il famoso dialogo: “Okay?” “Okay”. Augustus ha un amico, anch’esso malato di cancro, fidanzato con una ragazza. I due si baciano senza sosta e continuano a dirsi l’un l’altro: “Per sempre?” “Per sempre!”. Al che Augustus propone ad Hazel Grace di mutuare il “Per sempre” con un “Okay”. Nel frattempo lo spirito dello sceneggiatore Charles Brackett organizza un campionato mondiale di capriole carpiate nella sua tomba.

Ogni volta che i due ragazzi si incontrano, si mandano dei messaggi, si telefonano, si pensano, FANNO QUALSIASI COSA, parte un pezzo indie di quelli con il ritornello con la droga dentro, che ti ritrovi a cantare a memoria sotto la doccia senza sapere il perché. La storia procede senza sorprese (grazie all’entusiasmo di lui, Hazel ritrova un po’ della sua voglia di vivere) e, anche se c’è la malattia e la morte dietro l’angolo, tutti ridono, si abbracciano, si vogliono bene, si emozionano, dicono serissimi delle frasi talmente belle e perfette che comincio ad immaginarmele incise su ogni albero del pianeta, scritte con una bomboletta spray sul muro di fronte casa del proprio amore, vergate sulle pagine di milioni di Smemoranda. Hazel Grace, anche se evidentemente innamorata di Augustus, decide di non farsi coinvolgere da una storia d’amore. «Sono una granata!», dice. La malattia della povera ragazza infatti non accenna a scomparire e il suo stato di salute non può che peggiorare da un momento all’altro. Per questo motivo frustra Augustus ripetendogli all’infinito: «Siamo solo amici!». In uno di questi ritrovi tra «amici. Ho detto solo amici»,  lei gli presta il suo libro preferito, quello che ha letto milioni di volte, quello con cui si identifica. Si intitola An Imperial Affliction e parla di Anna, una ragazza malata di tumore. L’ha scritto tale Peter van Houten che, dato il cognome, vive ad Amsterdam e non vuole incontrare nessuno. August legge il libro e ovviamente se ne innamora a sua volta. Grazie all’innocenza e all’arroganza dei suoi 17 anni manda due mail, riesce a contattare l’agente dello scrittore e, sorpresa, organizza una visita ad Amsterdam. Per lui e Hazel Grace (e Laura Dern). Per incontrare il oro scrittore preferito di sempre. Per sapere che fine hanno fatto i personaggi del suo libro. Per chiudere un cerchio. Parte una scarica di pezzi indie a un ritmo che non pensavo possibile.

Il meglio lo si raggiunge dopo l’incontro con Van Houten, l’autore del libro che fu galeotto, interpretato da Willem Dafoe in pigiama e spettinato di fresco da Orea Malià.

Siamo oltre la metà del film e sono ancora fiducioso sulla riuscita del mio pianto. Certo, c’è stata quella sequenza in cui Augustus ha spiegato a Hazel Grace che lui tiene una sigaretta spenta tra le labbra tutto il giorno «è una metafora, sai. Ti metti la cosa che ti uccide proprio tra i denti, ma non le dai il potere di farlo», ma per il resto mi godo lo spettacolo e comincio mentalmente a prepararmi al funerale di uno dei due ragazzi. Il tutto però peggiora fino al punto di non ritorno nel momento in cui i due arrivano effettivamente ad Amsterdam. Tralasciamo tutti vari i vari stereotipi sull’Europa in un film del genere (che comunque sono tanti e fanno piuttosto ridere), il meglio lo si raggiunge dopo l’incontro con Van Houten, l’autore del libro che fu galeotto, interpretato da Willem Dafoe in pigiama e spettinato di fresco da Orea Malià. Lo scrittore, evidentemente ubriaco e deciso a tenere fuori dalla porta tutto il mondo esterno (gli artisti, si sa, sono così), maltratta i ragazzi che ovviamente se ne vanno sconvolti. Una volta fuori, vengono raggiunti dalla compagna di Dafoe, una donna sulla quarantina, che propone a due adolescenti malati di tumore americani in visita in Europa di tirarsi su il morale facendo una visita alla casa di Anna Frank.

Ed è proprio qui che tutto si rompe. Per raggiungere la soffitta dove la Frank si nascondeva dai nazisti, Hazel Grace e Augustus devono salire una lunga serie di scale ripidissime. Per lui non è un problema, ma per lei che solo trenta minuti prima abbiamo visto quasi svenire per aver fatto una dozzina di gradini in discesa, la cosa potrebbe addirittura essere letale. Alla seconda rampa di scale infatti cominciano i problemi. Hazel Grace comincia ad essere molto stanca, le se annebbia la vista ed è sull’orlo dello svenimento. Augustus è preoccupatissimo ma non osa fermare l’amore della sua vita perché ha capito che lei sta combattendo la battaglia più importante della sua vita. Cominciamo a intuirlo anche noi perché il tappeto sonoro che accompagna questa sequenza si alza e, insieme alla musica, cominciamo ad ascoltare degli estratti da “Il Diario di Anna Frank”. Insomma, in questo parallelismo tra tumore e nazismo, Hazel Grace riesce a vincere la sua sfida: arriva fino alla soffitta della casa di Anna Frank. Ed è qui che finalmente realizza. Realizza cosa? Tutto. Che la vita va vissuta fino in fondo anche di fronte a orrori indicibili, anche se l’inevitabile ci attende. Che non importa se il proprio scrittore preferito s’è rivelato essere una persona orribile. Perché forse, in quelle frasi senza senso pronunciate da Willem Dafoe in pigiama, una lezione c’era. Ma soprattutto Hazel Grace capisce che Augustus è lì per lei. Capisce che quello è l’amore e allora, si gira, lo abbraccia, lo guardo negli occhi e lo bacia. Di fronte a tutti! Basta nascondersi! Il mondo, la soffitta di Anna Frank, deve sapere! E infatti tutti gli altri turisti si accorgono di questo bacio e, mentre la colonna sonora sfodera degli archi capaci di raggiungere note altissime, celebrano la nascita dell’amore con un bel applauso.

Ed è stato qui che ho visualizzato il regista e lo sceneggiatore in camice bianco, in un laboratorio, tra provette e microscopi. “Vedi, caro il mio amico regista, se qui noi aggiungiamo un pizzico di nazismo o alziamo il volume della musica, creiamo una reazione chimica ben precisa che conduce inevitabilmente la nostra cavia al pianto!”. E invece no. Da qualche parte s’è commesso un errore: forse i pezzi indie, i genitori troppo simpatici, il cameriere saggio, l’amico hipster spalla comica cieco. Non lo so, ma qualcosa ha fatto sballare la formula. Dalla sequenza della soffitta di Anna Frank in avanti, Colpa delle Stelle perde tutta la sua credibilità, non riesce più a tornare in carreggiata e inanella una serie di scene che ottengono l’effetto contrario rispetto a quello desiderato: si scoppia in una fragorosa risata. Anche di fronte alla tragedia. Ah, io sono cinico? Non chi ha messo insieme tutti questi elementi per farci disperare a comando. Adesso viene fuori che il cinico sono io.

 

Immagine: una scena di Colpa delle stelle

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