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Civati for Sanders

Le strane similitudini tra la sinistra americana che appoggia Bernie e quella italiana che appoggia Pippo.

Telefono a un amico che insegna a Princeton. Voglio sapere qualcosa di più sull’elettorato di Bernie Sanders. Voglio capire se è vero che piace soprattutto ai bianchi benestanti, un po’ inclini al self-hating della cattiva coscienza di classe, mentre lascerebbe piuttosto freddini tutti gli altri. Forse lui che vive negli Stati Uniti da tanti anni, che ha lo sguardo privilegiato di chi legge l’America contemporanea dalla prospettiva di uno dei campus più prestigiosi del Paese, forse solo lui, penso, può darmi una mano a comprendere.  Lui che insegna alla futura classe dirigente della nazione, ai prossimi senatori e governatori, agli avvocati della Wall Street di domani.          

«E insomma», gliela butto lì, dopo i convenevoli di rito, «ma Bernie chi lo vota… cioè, voglio dire, a chi piace davvero?». «Oh beh», fa quello, dopo averci riflettuto un attimo, «per esempio a Civati».

Okay. Io chiamo dall’Italia, dalla provincia più estrema dell’Impero, mi incasino persino con i prefissi internazionali, vinco il complesso di colpa trasmessomi da mia madre, che vedeva già in un’interurbana a Pisa la spesa folle che ci avrebbe precipitato nella miseria più assoluta, e questo mi risponde come se avessi telefonato al Pigneto.

Bernie Sanders Campaigns In Charlotte One Day Ahead Of NC Primary

«Dico da voi in America, cervellone…».

Ma mentre parliamo, ecco che mi torna in mente una conversazione analoga, avuta tanti anni fa, con un altro amico americano. Era il 1988. Gli chiedevo perché votasse Jesse Jackson, se sapeva che non ce l’avrebbe fatta. Mi rispose che non era importante vincere, per il Reverendo. Era importante dimostrare di avere un certo peso elettorale: il candidato democratico, poi, ne avrebbe tenuto conto.

Peccato però che quella volta il candidato fosse Dukakis, e che Bush gli avrebbe smontato il programma punto per punto (pare che Bill Clinton si stesse già scaldando in panchina, ma che poi avesse deciso all’ultimo minuto di lasciar perdere perché non si sentiva ancora pronto per la presidenza). Ripensandoci oggi, trovo che la mia domanda fosse davvero ingenua. Del resto, avevo vent’anni.

Comunque, il professore mi informa che secondo lui i classicisti tifano per Hillary. Probabilmente, mi spiega, perché sono abituati a pensare il nesso tra gender e power in termini non sessisti ma politici. Bernie invece è appoggiato dagli accademici di orientamento radicale, anche se è più difficile ritagliare una qualche specificità disciplinare: sono più trasversali, almeno nel variegato mondo delle humanities. Okay, di nuovo: sono riuscito a tracciare appena i contorni di una mappa dell’accademia. Sfiderei qualunque esperto ad azzardarci un’ipotesi.

«La verità», continua, «è che anche qui, a Princeton, #BlackLivesMatter, matters most… Di questo si parla… Appena sei mesi fa i ragazzi della Black Justice League hanno occupato il rettorato. Da un certo punto di vista, Obama ha rappresentato una valvola di sfogo psicologico, ma dopo la questione si farà esplosiva… a loro comunque Sanders piace abbastanza». Interessante, mi dico: forse non è proprio vero quello che mi è arrivato dai giornali.

«L’impressione dei sondaggisti più accreditati è che alla fine dovrebbe farcela Hillary, ma Bernie venderà cara la pelle»

Ma, intanto, scrivo questo pezzo contro il tempo. Ci sta persino che domani Bernie molli la corsa, e allora, di chi lo vota, non fregherà più nulla a nessuno. «L’impressione che hanno i sondaggisti più accreditati», continua il professore, «è che alla fine dovrebbe farcela Hillary, ma Bernie venderà cara la pelle».

Bernie, Hillary, Bill… intanto mi resta il mistero del perché continuiamo a chiamare per nome gente che neanche conosciamo. Ma torniamo da dove eravamo partiti: Civati. O Pippo, visto che tanto non conosco neanche lui. Il suo endorsement per Bernie è stato chiaro e deciso, simile a quello di chi votava per Jesse, pur sapendolo perdente, anche se con un margine di certo meno risicato di quello che magari strapperà il senatore del Vermont. «La presenza di Bernie Sanders ha reso più forte e più radicale il dibattito sulle questioni dei diritti e del sociale. Ed è già un risultato politico non banale», ha scritto Pippo. Che in altre parole significa che magari Bernie non vincerà, ma avrà almeno portato in agenda alcuni di quei temi che più gli stanno a cuore. Non proprio probabile insomma, ma comunque Possibile: Hillary dovrà tenerne conto quando strapperà la nomination.

US-VOTE-REPUBLICANS-politics

Immaginiamo allora che lo scontro finale sia, da una parte, fra un candidato democratico di centro, vicino all’establishment finanziario, ma costretto a strizzare un occhio a sinistra per il forte segnale che arriva dalla base, e quanto di più disinvolto e inquietante riesca ad esprimere la destra postmoderna dall’altra, ovvero un milionario scarruffato, che alterna battute sessiste a sfondoni massimalisti, che ha un’idea piuttosto sommaria della democrazia, che dipinge gli avversari in toni biecamente caricaturali, uno che, in definitiva, incarna il più tipico risentimento del White Trash, quello insomma per cui la colpa non è mai un po’ anche tua, ma sempre e solo di quelli lì al governo.

Se dunque c’era una linea internazionalista che univa fin qui il Possibile americano con quello italiano, questo è tuttavia il punto esatto in cui si biforca per mai più ricongiungersi. Perché Pippo, a differenza di Bernie, si sente più a suo agio con il milionario Grillo.

Immagini: in copertina supporter di Bernie Sanders al dibattito di Miami del Dade College. 9 marzo 2016 (Joe Raedle/Getty Images); Joseph Kelly abbraccia Farzaneh Rezaei prima delle primarie in North Carolina (Sean Rayford/Getty Images); una sostenitrice di Sanders in Ohio (Brendan Smialowski/Afp/Getty Images)
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