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Cinema, razzismo e schiavitù

Come parlare dell'argomento più delicato e tragico? I due approcci diversi (ma non così tanto) di The Butler e 12 Anni Schiavo, e un possibile "errore" stilistico.

Mentre quest’anno è impegnato a chiedere scusa per aver fatto quello che ha fatto con il suo remake di Oldboy, l’anno scorso Spike Lee era molto più aggressivo. Se vi ricordate bene ha passato gran parte del suo tempo a prendersela con Quentin Tarantino e il suo Django Unchained. Il regista de La 25° Ora evidentemente ha un problema con Tarantino, visto che già all’epoca di Jackie Brown, straordinario omaggio di quest’ultimo alla blaxploitation, si disse profondamente contrariato dall’insistenza con cui in quel film veniva pronunciata la parola “nigger”. Nel caso del (finto) remake della pellicola di Sergio Corbucci, Spike Lee dichiarò che non sarebbe andato a vedere il film perché, a suo dire, non si può ridurre lo schiavismo a tematica da Spaghetti Western. Aggiunse anche: «Non andrò a vederlo. Tutto quel che posso dire è che vedere quel film è un atto irrispettoso verso i miei antenati… Non posso mancare di rispetto verso i miei antenati… Questa è la mia opinione: non parlo a nome di nessuno se non di me stesso». Polemica sterile e, a ben vedere, anche discutibile. Poco discutibile invece il fatto che il tema dello schiavismo sia, perdonate l’espressione, tornato di moda. Dopo l’uscita di Django Unchained infatti, abbiamo avuto due film molto diversi tra loro, entrambi importanti a livello produttivo, che hanno detto la loro sull’argomento.

Lo scopo di The Butler è di raccontare i rapidi cambiamenti sociali di una nazione attraverso gli occhi di una persona, che per definizione, ha passato gran parte della propria esistenza dietro le quinte

Il primo titolo che vogliamo citare è The Butler di Lee Daniels. Il regista, per chi si fosse perso un pezzo, è colui che abbiamo imparato a conoscere grazie a Precious, film uscito nel 2009 e che s’è portato a casa ben due Oscar. Per chi scrive Precious riusciva ad alzare l’asticella del masochismo cinematografico, prendendosela e infierendo sulla sua protagonista, Gabourey Sidibe, come neanche Lars Von Trier nei confronti di Bjork in Dancer in the Dark. Eppure il film è stato un enorme successo negli Stati Uniti sia di successo sia di critica e ha regalato al regista la qualifica di Autore. Successivamente ha presentato alla penultima edizione del Festival di Cannes The Paperboy, titolo di cui abbiamo parlato brevemente proprio la settimana scorsa. Anche in questo caso la questione razziale era centrale: nella Florida della metà degli anni Sessanta, due investigatori tentano di scoprire la verità sull’omicidio da parte di un uomo di uno sceriffo, colpevole di aver ucciso ben 16 persone di colore. The Paperboy non ha avuto lo stesso successo di Precious ma ha potuto contare su un certo passaparola che si basava in larga parte sulla torbida storia d’amore tra Nicole Kidman e Zac Efron. Dopo questa mezza delusione è stata la volta di The Butler – Un Maggiordomo alla Casa Bianca, uscito nelle nostre sale il primo gennaio del 2014. Tratto da A Butler Well Served By This Election e basato in parte sulla vita di Eugene Allen, il film racconta la storia di Cecil Gaines, interpretato da Forest Whitaker, che ha lavorato come maggiordomo presso la Casa Bianca sotto ben sette Presidenti degli Stati Uniti d’America. Lo spunto iniziale è decisamente interessante: lo scopo è di raccontare i rapidi cambiamenti sociali di una nazione attraverso gli occhi di una persona, che per definizione, ha passato gran parte della propria esistenza dietro le quinte. Testimone muto e ininfluente, Cecil Gaines vive a però a un passo dal centro del Potere, lavorando a stretto contatto proprio con gli uomini che hanno cambiato la (sua) Storia. Lee Daniels decide di porre il fuoco della narrazione sull’integrazione, sulla conquista dei diritti civili degli afroamericani, partendo da una piantagione di cotone in Georgia nel 1926 e arrivando fino all’elezione di Barack Obama nel 2008. Per chi se lo ricorda, The Butler assomiglia a Bobby, film diretto da Emilio Estevez nel 2006. In quel caso si raccontava molto dettagliatamente l’assassinio di Robert Kennedy, morto il 6 giugno del 1968 a seguito di un attentato avvenuto durante il suo discorso per festeggiare la vittoria alle primarie del Partito Democratico. Temi differenti e, in parte, periodi differenti. Cos’hanno in comune dunque i due film?

Il difetto principale di queste due pellicole è infatti quello di sembrare due lunghi film tv, con tutte le conseguenze negative che una definizione del genere si porta appresso. Non un’intuizione visiva, non un’idea di messa in scena, nulla

Sia Bobby, sia The Butler sono due pellicole che tentano di rileggere la Storia recente basandosi su elementi semplicistici e immediati. Entrambi scelgono la struttura da film corale: Estevez e Daniels si divertono a riempire i loro film di attori famosi, che entrano in scena senza sosta fino alla fine del film. Ma se il primo decide di raccontare la Storia attraverso gli occhi di una serie di sconosciuti – coloro che risiedevano nell’albergo dove Robert Kennedy venne ucciso – Daniels scegliere di far vedere i “veri personaggi”. In The Butler c’è Robin Williams che imita Eisenhower, Cusack che imita Nixon, Mardsen che imita Reagan, e cosa via. Ho scelto il verbo imitare perché di quello si tratta. In questo caso gli attori non recitano una parte ma ricreano i loro personaggi semplicemente aumentandone, esasperandone tic e abitudini. Una protesa di plastica al naso ed ecco Nixon, un mal di schiena per ricordare Reagan. Tutto qui? Non solo. Quello che avvicina maggiormente i due film presi in esame è una forma che ha poco a che vedere con il cinema, ma molto con la televisione: il difetto principale di queste due pellicole è infatti quello di sembrare due lunghi film tv, con tutte le conseguenze negative che una definizione del genere si porta appresso. Non un’intuizione visiva, non un’idea di messa in scena, nulla. Si tenta di mantenere il tutto sul livello estetico più semplice ed immediato possibile. Nel caso di film di Estevez la cosa ha sicuramente un suo peso, ma la questione si fa molto più spinosa quando pensiamo al lavoro di Daniels. The Butler è un film totalmente schiacciato dai temi – giusti – che vuole raccontare. Lo scopo principale del film sembra essere quello di voler mettere il pubblico di fronte a una lunga serie di ingiustizie – note o meno note, pubbliche o personali che siano – per scioccare, per indignare. Certo, quella è la reazione normale che si ha di fronte a episodi di razzismo così odiosi, ma ci sono molti modi differenti di raccontare le stesse cose. Il sospetto è che The Butler abbia consapevolmente scelto il modo più facile. Dal sospetto si passa al rischio. E il rischio è quello di far apparire il tutto come ricattatorio.

12 Anni Schiavo è sicuramente il film più “normale” di Steve McQueen ma non è questo il problema, anzi. Pur nella sua “normalità” il film è formalmente inattaccabile

Esteticamente di tutt’altra pasta 12 Anni Schiavo, ultimo film di Steve McQueen, ma dato il regista non potrebbe essere altrimenti. Come molto probabilmente sapete lo sceneggiatore e regista inglese viene dalla videoarte. Tra il 1993 e il 1997 il nostro realizza tre cortometraggi che verranno poi presentati con successo, insieme alle sue fotografie e alle sue sculture, alla 52° Biennale di Arti Visive di Venezia. Qualche anno dopo, per la precisione nel 2008, McQueen si cimenta per la prima volta con il cinema di fiction e dirige l’ottimo Hunger. Il film è fondamentalmente tutto girato in una stanza con Michael Fassbender che interpreta Bobby Sands, l’attivista politico dell’Ira., impegnato in una lunga chiacchierata con Padre Dominic Moran, interpretato magnificamente da Liam Cunningham. Hunger ha un impatto fortissimo: è un modo di fare cinema differente da quello che ci si aspetta e che soprattutto riesce nella difficile impresa di spiazzare lo spettatore sia per come tratta la spinosissima materia, sia per la messa in scena scelta, evidentemente debitrice dei suoi trascorsi artistici. Il film seguente è Shame con cui McQueen sceglie di raccontare la solitudine di un uomo, sempre interpretato da Fassbender, impossibilitato a vivere a causa della sua inconfessabile passione per la pornografia. Shame è un film molto più accessibile rispetto a Hunger e ha anzi il merito di far conoscere al largo pubblico il talento del regista, ma ha degli evidenti difetti. McQueen sembra essere molto più interessato alla forma, alla bellezza della costruzione del quadro che alla storia e, anche se il film ha molto spunti interessanti, qualcosa comincia a scricchiolare. 12 Anni Schiavo è la sua ultima fatica e, forte di ben nove candidature agli Oscar, uscirà nelle nostre sale il 20 di febbraio. Il film è tratto dall’autobiografia di Solomon Northup, pubblicata per la prima volta nel lontano 1853. Il protagonista, interpretato da un bravo ma dolentissimo Chiwetel Ejiofor, è un uomo libero che nel 1841 vive a New York con la sua famiglia. Truffato da dei balordi, finisce per diventare uno schiavo nella Louisiana di quegli anni. Il passaggio è ancora una volta evidente: è sicuramente il film più “normale” di Steve McQueen ma non è questo il problema, anzi. Pur nella sua “normalità” il film è formalmente inattaccabile e ha anzi alcuni momenti piuttosto alti. Il problema però è ancora una volta quello evidenziato nel film di Lee Daniels: c’è forse l’eccessiva voglia di spingere l’acceleratore sulle parti più truci e fastidiose della vicenda, per creare nello spettatore un forte senso di indignazione. In alcuni passaggi, come nell’insopportabile sequenza delle frustrate alla schiava Patsey, interpretata dalla bellissima Lupita Nyong’o, colpevole di essere scappata per procurarsi un pezzo di sapone con cui finalmente lavarsi, o nel viso imperturbabile di una cattivissima Sarah Paulson, si rischia il sovraccarico, l’esagerazione. Mettiamo le cose ancora una volta ben in chiaro: ovviamente l’intento del film è più che nobile. Le cose che vengono dette nel film di Steve McQueen sono giuste. Esattamente come quelle che dice il personaggio di Brad Pitt, qui anche produttore, nella piccola parte che interpreta. Forse però si può discutere sul modo con cui queste cose vengono cinematograficamente esposte.

 

Immagine: una scena di 12 Anni Schiavo (Regency Enterprises, River Road Entertainment, Plan B Entertainment)

 

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