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Cinema e macchina del tempo

Da Owen Wilson che in Midnight in Paris incontra Buñuel, all'invenzione del rock di Michael J Fox

L’altro giorno, sarà stato il maggio del 1987, mi aggiravo per le vie del centro di Seattle. Non sapevo cosa fare, per cui mi son fatto una bella passeggiata sotto la pioggia.  Dopo un po’ mi sono infilato in uno squallido baretto della periferia. Mi sono seduto al bancone e ho cominciato a bere. Una birra. Due birre. Tre birre. Poi a un certo punto è entrato uno tutto strano, evidentemente stupefatto dalle droghe e vestito da donna. Questo strano individuo s’è seduto proprio di fianco a me e ha ordinato un tè. Che strano, no? Ti ritrovi di colpo a Seattle, tra l’altro non si spiega come mai nel 1987, ubriaco e ti si presenta uno drogato, vestito da donna che ordina un tè. Poi ho guardato bene quel tipo strano seduto al mio fianco e, dopo un attimo di sconcerto, l’ho riconosciuto. Mi sono girato verso di lui e, non padroneggiando bene la lingua inglese, gli ho urlato in faccia: “Nana nà, nana nanna nanà, nana nana nanà, tu-pa tu-pà tu-pa!”. Lui mi ha guardato con quegli occhi tutti stralunati, s’è come pietrificato per un secondo e poi se n’è andato di corsa dal locale. Immagino sia volato a casa a scrivere Smells Like Teen Spirits. Dovreste ringraziarmi, insomma. Il merito se l’è preso tutto Kurt, ma in realtà se non fosse stato per me…

Quante volte vi è capitato di vedere in un film una sequenza del genere? Questo venerdì esce il nuovo film di Woody Allen, Mindnight in Paris. Io l’ho già visto, sempre perché ho da poco vinto questo potere di viaggiare nel tempo. Voi ne leggete da mesi perché per 5 minuti scarsi di film si vede Carla Bruni. In realtà in pochi sanno  cosa racconta esattamente questo film. Voi lo sapete? Ve la metto giù nel modo più semplice possibile: parla di viaggi nel tempo. In uno di questi, Owen Wilson incontra un tale signor Luis Buñuel e gli dice: “Luis ho un’idea per un film: ci sono delle persone che si ritrovano per una cena, ma una volta finito di mangiare, non riescono più a uscire da quella stanza. Semplicemente non riescono più a oltrepassare quella porta”. E Buñuel guarda questo strano personaggio, fa la faccia tutta un po’ corrucciata, si gratta il mento ispirato e chiede: “Non capisco. Perché non riescono a lasciare quella stanza?”. E Allen, giuro, fa dire a Wilson: “Quando sono costretti a rimanere insieme, l’apparente civilizzazione sparisce e tutto ciò che resta è quello che sono realmente: animali.” A quel punto il regista spagnolo si illumina. Si capisce che qualcosa dentro di lui è scattato e che L’Angelo Sterminatore in quel momento ha preso forma nella sua testa. Il problema – lo stesso che s’è presentato poi con me e la famiglia Cobain – è uno e uno solo: a chi vanno i diritti? Cioè, a chi spetta il primato? Owen Wilson suggerisce la trama del film a Buñuel, solo perché conosce già L’Angelo Sterminatore, l’ha già visto. Buñuel d’altra parte è in grado di immaginare quel la storia solo perché gliel’ha suggerita uno strano sconosciuto comparso dal nulla. Questo corto circuito crea un classico paradosso temporale, ovvero “una conclusione assurda derivata da premesse corrette”. Mi spiego meglio: il più famoso esempio di paradosso temporale vuole che io viaggi indietro nel tempo per uccidere mio nonno. Il quale ovviamente non potrà dare alla luce mia madre che a sua volta non incontrerà mio padre e che quindi non potranno procrearmi. Per cui, se io non esisto, com’è possibile che io sia tornato indietro nel tempo? Come detto, una conclusione assurda derivata da una premessa corretta.

Possiamo anche sospendere, in questa sede, il giudizio su Midnight in Paris. Per quanto mi riguarda, è un film che si può permettere solo ed unicamente un Autore come Woody Allen. Avrà una lunga serie di ammiratori incondizionati, che troveranno questi continui giochini tra passato e futuro, “assolutamente esilaranti”. E poi ci saranno anche quelli che invece lo troveranno imbarazzante. Quello che a noi qui interessa è vedere quante volte il cinema è caduto in questo tranello temporale. Il primo esempio che ci viene in mente è ovviamente il grandissimo Ritorno al Futuro di Robert Zemekis. A dire il vero, tutti e tre i film sono pieni di questi piccoli rimandi, ma c’è un episodio del primo film particolarmente esplicativo. L’anno è il 1955. Il set è il ballo Incanto Sotto il Mare. Qui, Marty McFly, teenager del 1985 sedicente musicista, sale sul palco e raggiunge i Marvin Berry & The Starlighters, la band locale, per suonare un’incendiaria versione di Johnny B Good. Durante il pezzo, vediamo uno sconvolto Marvin chiamare al telefono suo cugino: “Chuck, sono Marvin. Tuo cugino Marvin Berry! Sai quel nuovo sound che stai cercando? Bene, senti questo!”. Sono poi andato a controllare e i tempi coincidono. Chuck Berry scrisse la canzone subito dopo, sempre nel 1955, ma la pubblicò solo tre anni dopo, nel 1958. Forse per non destare troppi sospetti. La domanda però  è sempre quella: cosa sarebbe successo alla storia del rock n’roll se non fosse stato per i viaggi nel tempo di Michael J. Fox? Chi ha scritto realmente Johnny b Good?

Rimanendo in tema musicale, è bene ricordare i goffi tentativi di seduzione da parte di Massimo Troisi in Non Ci Resta Che Piangere, film diretto dall’attore napoletano insieme a Roberto Benigni nel 1985. I due viaggiano inspiegabilmente nel tempo e dal 1984 si ritrovano “a Frittole, nel 1400, quasi 1500”. Troisi, nella parte di Mario, si innamora della bella Pia (Amanda Sandrelli), la ragazza più ricca del paese. La ragazza lo crede un’artista per via del suo strano modo di vestire e Mario, per non deludere le aspettative della ragazza, si finge un musicista. “Fatemi sentire qualcosa” lo incalza Pia. E Mario, coraggioso, si lancia in una versione a cappella di Yesterday dei Beatles. Difficile immaginare che la canzone sia giunta fino a Liverpool nel 1965 grazie a una lunga tradizione orale cominciata dalla Sandrelli, ma rimane comunque un esempio interessante. Troisi e Beningni, sempre nello stesso film, sono stati molto più bravi a influenzare la creatività di Leonardo da Vinci che, nel finale del film, si presenta a bordo di un treno, “invenzione” suggerita al genio da due viaggiatori del tempo durante un precedente incontro. Leonardo non riesce a capire le regole base della scopa, ma riesce a costruire una locomotiva funzionante.

Anche la televisione vuole la sua parte. Durante la quinta stagione di Lost, quando ormai gran parte delle idee sembravano essere scritte con il pilota automatico di un trattore rotto, gran parte dell’attenzione degli sceneggiatori era rivolta ai viaggi nel tempo, tema caro a J. J. Abrams che l’ha poi inserito intelligentemente nel suo reboot di Star Trek. Parte dei sopravvissuti allo schianto del volo Oceanic 815 si sposta indietro nel tempo, per l’esattezza nel 1977. Ed è qui c’è un esilarante momento tra Hurley e Miles. Come sappiamo Guerre Stellari è uscito nei cinema americani il 25 maggio del 1977. Hurley, grande appassionato della saga, fa quindi questo ragionamento: “Fra poco George Lucas comincerà a mettere insieme delle idee per il sequel. Io ho visto L’Impero Colpisce Ancora almeno 200 volte. Per cui ho deciso di facilitargli la vita e di inviarli la sceneggiatura. Con qualche miglioria.” Questa forse potrebbe essere quindi una delle spiegazioni del successivo deterioramento di Lucas che non solo non s’è mai più espresso a livelli così alti come con L’Impero Colpisce Ancora, ma che anzi successivamente ha solo fatto mosse – diciamo così – discutibili. Ovviamente ora la palla sta a voi: segnalateci nei commenti altri paradossi temporali di questo tipo. Così poi io torno indietro nel tempo, li aggiungo al mio pezzo e risulto molto più colto e preparato.

 

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