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Christopher P. Winner, 2a parte

Seconda metà dell’intervista a Christopher P. Winner, giornalista americano e fondatore del magazine The American, edito a Roma da sette anni. La prima parte la trovate qui.

Dopo aver discusso del progetto The American, del suo presente, passato e futuro, nonché della storia personale di Winner stesso, la conversazione si sposta, naturalmente, su questioni più attuali, o meglio dire, su interpretazioni di questioni più attuali. In particolar modo mi incuriosisce l’opinione di un giornalista americano che conosce così bene l’Italia sul classico tema politico nostrano, il piatto forte della nostra cucina da più di vent’anni. Silvio Berlusconi, of course. Come anticipato prima, Christopher Winner non è uno che si fa pregare, quando si tratta di parlare. Quindi non c’è nemmeno bisogno di formulare una domanda specifica, infatti gli presento solo l’argomento: il Presidente del Consiglio e la stampa estera. “Credo che la maggior parte dei cittadini americani che vivono in Italia, e io sono uno di questi, non siano minimamente colpiti da quello che fa o non fa Berlusconi. Non è un argomento particolarmente attuale, o interessante. Conosco persone che spesso sorridono quando notano la copertura mediatica che gli si riserva. Questo non vuol dire che non abbiano delle opinioni in proposito, ma vivono in un paese, hanno problemi quotidiani come tutti, e devono affrontare l’Italia sotto questa chiave, prima di tutto. Quando leggo il New York Times che annuncia che l’Italia è spaccata in due, o che l’Italia si è fermata per il processo a Berlusconi, Ruby e quant’altro mi viene da ridere. Perché non è così, perché la vita va avanti normalmente, nonostante le feste o i discorsi sulla moralità. È un cliché, e la stampa non fa altro che aumentarlo”.

E per quanto riguarda l’eccessiva copertura mediatica riservata a B., Christopher ci va ancora più pesante: “Devi tenere presente che per il giornalismo straniero, in particolare quello americano ma anche quello britannico, non ci sono molti argomenti, oltre a questo, sull’Italia. I corrispondenti, ormai, quasi non esistono più. Certo, quando c’è una situazione particolare in Vaticano qualcuno viene mandato. Ma Berlusconi agisce come parafulmine, altrimenti gli argomenti di cui parlare sarebbero quelli del cibo, del turismo, della mafia. Purtroppo questo è vero non da dieci anni, ma da molti di più”. Gli chiedo se, a proposito dell’anniversario dell’Unità d’Italia, abbia letto l’articolo che Tim Parks scrisse più o meno il mese scorso per il New Yorker. Un pezzo in cui lo scrittore inglese ripercorre, appoggiandosi ad altri libri, la storia dell’Italia cercando le contraddizioni di un processo mai effettivamente compiuto. Winner non ha presente l’articolo in questione, ma questo non gli impedisce di complimentarsi con mr Parks, “uno dei pochi che ha voce in capitolo, quando si parla di Italia, perché ha una vera vita italiana, da anni, ha tradotto autori italiani, è perfettamente inserito e parla perfettamente la lingua. Almeno con lui, e con pochissimi altri, si riescono a evitare i cliché in cui si cade normalmente”.

Non posso non affrontare l’argomento principe della settimana, o forse del mese. O più probabilmente ancora la notizia che, nei triti sondaggi dei quotidiani online a fine anno, verrà nominata Notizia più importante del 2011. Insomma, l’uccisione di Osama Bin Laden. Christopher P. Winner ci ha scritto un editoriale su The American, che io sono andato a leggere appena ricevuto la notizia. L’articolo inizia sostenendo che la strategia jihadista del principe del terrore, dal 2001 a oggi, è stata un fallimento. “Un fallimento come anche la reazione americana” prosegue lui. “Ho letto molti dei discorsi di Bin Laden, dagli anni novanta in poi, e il suo piano originario di andare contro la monarchia saudita, e successivamente di provocare una reazione islamica nel mondo, sono stati un fallimento. La sua morte chiude un decennio segnato da diversi tipi di fallimenti, e non c’è niente di particolarmente esaltante per quanto mi riguarda, anzi trovo volgare, volgarissima la reazione statunitense. Ma la capisco”. Quando gli chiedo un paragone tra il fallimento jihadista e il successo (apparente) delle rivolte nordafricane, Winner è come sempre chiarissimo: “Osama avrebbe voluto delle rivolte del genere, ma con una propulsione islamica. Invece non è stato così perché quello che è successo è successo per questioni politiche. Queste sono rivolte secolari”.

Un’ultima battuta la riservo alla politica interna statunitense: è di pochi giorni fa il discorso di Obama in cui, con una mossa da cabarettista collaudato (e non volgare, a differenza d’altri), mr President in persona mostra a giornalisti e colleghi il presunto video della sua nascita, per mettere a tacere le polemiche dei “birthers” comandati dal paffuto Donald Trump. Appena le luci in sala si spengono, i proiettori proiettano le immagini de Il Re Leone, il battesimo del cucciolo davanti alla fauna della savana accorsa per l’evento, una specie di natività all’africana. Grandi risate e applausi in sala, disappunto sulla faccia paonazza di Trump. “Sono i classici giochi che vengono messi a punto quando si avvicinano le elezioni nazionali” spiega Winner. “Sia i Repubblicani che i Tea Party erano molto fiduciosi fino all’anno scorso, ma ora hanno perso il loro vantaggio, non hanno un volto forte, sono divisi tra loro, questo è evidente. Spesso all’estero ci si dimentica di quanto sia difficile cacciare un presidente prima del secondo mandato, in America, anche quando il presidente ha poca popolarità. Nei prossimi mesi comunque faranno di molto peggio. La politica americana è diventata molto simile a quella italiana, è un circo, e ha sempre bisogno di carne fresca per non fermarsi. Ma con la cattura di Osama sarà molto difficile non far rieleggere Obama. Cacciare il presidente che ha catturato il nemico numero uno sarebbe un’eresia. E le elezioni sono tra quindici mesi, non tra tre anni. Tornando a Trump, siamo passati all’isterismo. Certo, se vuoi metterti in evidenza devi trovare trucchi che abbiano eco mediatica, e Trump in questo è molto bravo. Ma non ha futuro politico”.

E, per non smentire la sua loquacità, aggiunge anche un pensiero sulla politica estera e interna di Barack Obama, alla mia domanda su quanto fosse davvero liberal il presidente che sembrava il più liberal di sempre. “Lo sbaglio fondamentale è stato pensare a Obama come un grande progressista liberale. Non lo è mai stato, non lo è e non lo sarà mai. È un uomo intelligente e ragionevole. L’idea che è stata pompata nella campagna elettorale che Obama fosse il coronamento di un grande sogno della sinistra è perfettamente assurda. È sempre stato un centrista e lo sarà sempre, sia a livello di politica interna sia estera. Fondalmentalmente, è un uomo molto cauto”.

 

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