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Chris Ware

L'uomo che ha contribuito a ridefinire il concetto di graphic novel e il suo ultimo capolavoro (chiamarlo libro è riduttivo), Building Stories.

Chris Ware è l’autore di quel che è considerato il più bel graphic novel di sempre da alcuni, uno dei più belli da tutti. Si chiama Jimmy Corrigan, The Smartest Kid on Earth. In Italia è uscito per Mondadori, curato da Coconino, e io ho partecipato alla traduzione. Ciò non rende questo pezzo una marchetta: l’avrei tradotto gratis, essendo una delle opere di narrativa più interessanti di sempre, e ne parlo con lo stesso trasporto insistente con cui un Testimone di Geova parla della fine del mondo.

In questi anni Ware ha continuato a pubblicare cose più piccole e si attendeva “con ansia” il nuovo graphic novel. Per cose piccole si intende la sua Acme Novelty Library, una serie di volumi (siamo arrivati a venti, finora) cominciata nel 1993 e attraverso la quale, a scadenze più o meno annuali, Ware ha pubblicato prima le “puntate” in progress di Jimmy Corrigan e poi quelle di Rusty Brown, non ancora raccolto in volume, e della storia di una ragazza a cui hanno amputato metà di una gamba.

Se compilo queste liste senza ancora dir nulla della sua arte è per due motivi: Ware, per chi non lo conosce, è una scoperta da fare a colpo sicuro, perfino a prescindere dalla propria conoscenza dell’inglese: le sue storie spesso miniaturizzate, in cui geroglifici di vita contemporanea (una gamba con una certa scarpa, uno spermatozoo che entra in un uovo, il dettaglio di un libro su un tavolino) delle dimensioni delle icone delle app di un’iPad si rincorrono sopra disegni più grandi e tradizionali di situazioni suburbane americane, permettono un’esperienza così inusuale e riconfigurante di cos’è seguire un discorso/racconto che la comprensione delle parole è secondaria.

Alcuni mesi fa, l’annuncio dell’uscita di un nuovo graphic novel di Ware, dal titoloBuilding Stories, ha prodotto la stessa trepidazione che avrebbe suscitato l’uscita di un romanzo di David Foster Wallace – cui Ware è stato paragonato – se Wallace non fosse morto e Il re pallido non fosse uscito postumo e parzialmente indigeribile. Ho preordinato Building Stories, e infine a metà ottobre l’ho trovato con la posta.

Quando arriva a casa il pacco ordinato per trenta sterline su Amazon Uk, nell’imballaggio non c’è un libro ma una scatola rettangolare, piatta, alta sui cinque centimetri: grande grossomodo come quella del Monopoli. La faccia superiore è un rompicapo di font che compone il titolo. Apri la scatola e trovi i quattordici elementi in cui è divisa la storia. Sono di dimensioni diverse: due libri rilegati con copertina rigida, una storia in formato giornale, vari fogli sparsi, alcune strisce lunghe e strette piegate in più parti, libretti spillati di varie dimensioni, e infine, come è lecito aspettarsi da una scatola da gioco da tavola, una tavola di cartone piegata in quattro che contiene un racconto per immagini piccole, sempre più piccole e astratte, della vita in uno dei buildings di Chicago che sono tra i protagonisti principali della storia. BS è una storia di palazzi e di chi ci abita dentro. Nel palazzo raccontato nella tavola di cartone, abitano la giovane senza gamba di alcuni volumi della Acme Novelty Library, che scopriamo essere la vera protagonista dell’opera; una vecchia smemorata, padrona di casa; una coppia di giovani. Da anni Ware rimescola con naturalezza lo spazio-tempo del graphic novel, e anche qui troviamo, utilizzata al massimo della comprensibilità, la modalità di racconto a geroglifico che ci fa volare sopra e dentro i palazzi con ingrandimenti, catturando con una parte del cervello che nemmeno sappiamo di avere le informazioni che Ware ci dà per progredire nella nostra conoscenza delle sue creature. Building Stories è una delle letture che ho fatto con maggior piacere nella mia vita.

 

Ora passiamo all’intervista via mail.

FP: Building Stories mi ha assorbito completamente. I 14 pezzi dell’opera creano una discontinuità disagevole che trovo simile al modo frammentario in cui apprendiamo le vite degli altri. Come sei arrivato a decidere che volevi raccontare la storia di questa donna e delle sue case in questa stessa maniera?

CW: All’inizio pensavo che il formato del libro si sarebbe diviso in maniera precisa e pulita per raccontare le vite dei tre residenti del palazzo da tre appartamenti (un po’ come in quel grande film di Krzysztof Kieślowski, Il decalogo, che in parte mi è stato d’ispirazione) ma mentre ci lavoravo è diventato chiaro che la cosa era tutta filtrata dalla mente della donna del terzo piano – che stava imponendosi come personaggio principale. Alla distanza mi pare che la storia ne abbia tratto vantaggio, perché il libro finisce col centrarsi sulle persone, la consapevolezza e l’empatia più che sugli snodi della trama, e la struttura è (spero) più avvincente e umana.

 

FP: Mi sono piaciuti molto i commenti in prima persona del vecchio palazzo. Come hai sviluppato questo amore per l’architettura, e quest’idea che edifici e città sono la vera fonte delle narrazioni (magari è solo una mia impressione – d’altronde è su questo che ho subito di più la tua influenza di narratore)?

CW: L’affetto un po’ ampolloso dell’edificio dovrebbe rappresentare i goffi tentativi della protagonista di scrivere narrativa al suo corso di scrittura creativa: mi ricordano le “strategie” convolutissime con cui nei primi tempi cercavo di rendere interessanti le mie storie – invece di cominciare a scrivere una storia nel modo più semplice possibile. Come nel caso di quei primi tentativi, però, la protagonista ha una certa fortuna del principiante e azzecca qualcosa dove non pensava di ottenere granché, ma riesce pure ad ascrivere personalità e significato a oggetti inanimati (che è una cosa che facciamo tutti da bambini quando cerchiamo il significato delle cose e il nostro posto nel mondo).
[Ovviamente, sbadatamente, non avevo capito che era una versione grafica degli esercizi di scrittura di lei]

 

FP: Trovo l’intrecciarsi delle diverse storie più accurato e sorprendente che inJimmy Corrigan. Senti di esser maturato come scrittore nell’ultimo decennio?

CW: Spero di sì! Altrimenti sarei nei guai. Zadie Smith ha avvertito gli scrittori di fare attenzione non solo a ciò cui stanno pensando ma anche a come stanno pensando, e ho cercato di tener fede al suo consiglio. È la mia preferita tra gli scrittori viventi ed è un genio assoluto.
E anche se non fossi maturato come scrittore penso però di esser maturato come persona, o per lo meno come genitore. È di gran lunga la cosa più importante che abbia mai fatto, e mi ha completamente riconfigurato e dato un centro come essere mano; è veramente ciò “per cui siamo qui”, se c’è mai un motivo per cui siamo qui.

 

FP: Cosa accadrà a Chalky White e Rusty Brown? Alla fine lo farai il libro su di loro? Sarà un vero e proprio libro?

CW: Sono entrambi personaggi secondari di Rusty Brown, graphic novel in corso, ma non alla maniera in cui le loro controparti più scherzose appaiono nel primo libro Acme; sono personaggi molto più complessi, spero, e la storia ruota più sul loro incontro durante l’infanzia che su qualsiasi altro tema. In effetti ho pure pensato le strisce sulla loro rivalità nel collezionismo di giocattoli nel primo libro Acme come una specie di universo parallelo, su cui splende una luce più violenta a beneficio della commedia.

 

FP: E Lint? Anche quello mi pare molto promettente.

CW: È un altro personaggio di Rusty Brown. Dopo essere stato per un breve periodo, da adolescente, il tormento di Rusty, Jordan Wellington Lint cresce e diventa una specie di capitalista, se ereditare l’azienda del padre e poi farla fallire può considerarsi capitalismo.

 

FP: Dopo Building Stories si può tornare indietro, a pubblicare un libro normale?

CW: Certo – ammesso che consideri libro normale un graphic novel.

 

FP: Quando uscirà il prossimo Acme Novelty Library? Avrà a che fare con Lint?

CW: Ci sto lavorando, e probabilmente uscirà tra un annetto – e sì, avrà a che fare con Lint, seppure indirettamente.

 

FP: Adoro quando i tuoi personaggi parlano o pensano a dio/Dio in una maniera che rende difficile capire se stiano parlando del loro autore – te – o di un Dio che potremmo condividere con loro. Ti va di risolvere l’ironia e commentare, o preferisci lasciarla così?

CW: In Building Stories questo aspetto della storia ha un lato un po’ più complicato e spero non troppo self-conscious o pretenzioso, visto che in definitiva l’autore è lei, la protagonista, ma in larga parte è un tentativo di cogliere esperienze che ho in cui le coincidenze sembrano così improbabili che la sola maniera per accettarle è considerarle “scritte male”, qualunque cosa ciò significhi, come avere un dentista di nome “Dr. Molare”, o come incontrare per caso una persona a cui stavi pensando, eccetera.
Sono convinto che nel bene e nel male quelli che consideriamo “paesi sviluppati” siano arrivati a qualcosa di simile a quell’utopia in cui la civiltà sperava di approdare da millenni, sebbene a un prezzo terribile pagato dal resto del mondo da cui ricaviamo risorse e forza lavoro. Il pezzo mancante decisivo è una sensibilità morale sviluppata nei cittadini, specialmente in America, dove ancora vige una ostinata ignoranza se non perfino un voluto infantilismo che dovrebbe davvero cessare – il che ha in qualche modo a che fare con un popolino che chiede in perpetuo l’aiuto di “Dio”.

 

FP: Ho l’impressione che la grossa sezione a forma di giornale dedicata al matrimonio della donna e alla sua vita nei sobborghi bene di Chicago è fatta apposta per essere maltrattata e stropicciata come si fa con un quotidiano. L’ho letta oggi a pranzo e l’ho sporcata di cibo. Mentre tutto il resto tende a rimanere immacolato visto che nell’insieme è un’opera così bella che non la si vuole rovinare. Mi son fatto l’idea che quella sezione ha molto a che fare con la questione se il matrimonio e la famiglia abbiano valore o meno agli occhi annoiati della madre, la protagonista, che tu vuoi che venga macchiata e stropicciata. È un po’ una speculazione da fan, lo so, ma sarei curioso di sapere che ne pensi.

CW: Non mi era venuto in mente che il giornale potesse essere macchiato o stropicciato, ma di certo un giornale è grande e più ingombrante di un libro, per cui qualcosa del genere in mente dovevo averla. Quella sezione, per lo più, deve alludere alla sensazione adrenalinica della vita della protagonista in contrasto con gli anni da single (sebbene l’adrenalina abbia poca ragion d’essere, fa una vita tranquilla). Parte di quella sezione è scritta deliberatamente male per riflettere, spero, questa sua fretta, sebbene io sappia che in tal modo ho rischiato, visto che il risultato potrebbe essere che uno la consideri, be’, scritta male e basta. Vorrei poi che riflettesse vagamente la struttura di un capitolo contenuto nel Piccolo Libretto Dorato perché ho notato che gli eventi e anche giornate intere possono sembrare echeggiarsi a vicenda, a volte in maniere strane.

 

Dal numero 11 di Studio

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