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Chi ha paura del Leaderellum

Gli appelli accorati, gli editoriali sdegnati, gli improvvisi paladini delle preferenze. Al di là dei tecnicismi, l'obiettivo del fronte anti Renzi pare essere uno solo: diluirne la leadership, sempre e comunque.

Roma – Appurato che nelle ultime settimane l’Italia è rapidamente passata dallo status di “semo tutti allenatori de calcio” a quello “di semo tutti costituzionalisti esperti di riforme elettorali”, c’è un dato significativo che va estrapolato dal dibattito sulla legge con cui, verosimilmente, verrà sostituito il Porcellum. Durante il weekend, penne molto raffinate hanno descritto sui giornali le varie ragioni che fanno dell’Italicum (nome orrendo) una legge obbrobriosa, terribile, anti democratica e ovviamente incostituzionale, e alcuni autorevoli pensatori, come Stefano Rodotà, hanno promosso una campagna per dimostrare che l’Italicum è persino peggio del Porcellum.

Nelle prossime ore capiremo che fine farà la legge proposta da Matteo Renzi e sottoscritta da Silvio Berlusconi e Angelino Alfano, e non c’è dubbio che i molti emendamenti presentati e il rischio (quasi certo) di votare alla Camera con voto segreto sono ostacoli da non sottovalutare per il segretario del Pd. Al di là del dibattito sulle modifiche che potrebbero essere apportate alla legge elettorale – possibili, se non ormai quasi certe, l’innalzamento della soglia necessaria per raggiungere il premio di maggioranza al 38 per cento, e l’abbassamento della soglia di sbarramento necessaria per accedere alla Camera e al Senato, che nel testo presentato in commissione affari costituzionali alla Camera sono del 5 per cento e dell’8 per cento per i partiti coalizzati e per quelli non coalizzati e che potrebbero passare al 5 per cento e al sei per cento – ciò che però costituisce, almeno a sinistra, il succo della battaglia politico-culturale su questo tema gira tutto attorno a un punto chiave: è giusto che il capo di un partito abbia la possibilità di comandare pienamente sul partito e magari anche sul governo grazie a un aiuto offerto dalla legge elettorale, oppure è giusto il contrario, ovvero che il potere esercitato dal capo di un partito sia diluito e ammorbidito da alcuni accorgimenti indispensabili a non trasformare una leadership in una tirannia? Che piaccia o no il punto è questo. E in un certo senso gli accorati appelli dei costituzionalisti (o presunti tali) che chiedono a Renzi e Berlusconi e Alfano di non far votare al Parlamento questa nuova “porcata” – e che implorano il popolo di scrivere  perlademocraziacostituzionale@gmail.com per opporsi a questa proposta che darebbe vita a “gruppi parlamentari composti interamente da persone fedeli ai loro capi” – si riferiscono a questo: diluire la leadership, circondare il capo di cuscinetti, non regalare il paese a un tiranno.

A parte le ragioni di tattica che si nascondono dietro l’accordo tra Berlusconi e Renzi, con il primo che grazie a quel “patto” è tornato al centro della scena e con il secondo che anche grazie a quel “patto” si è preso il centro della scena, la “profonda sintonia” tra il segretario del Pd e il leader di Forza Italia riguarda due aspetti non secondari sui quali sia Renzi e Berlusconi in un certo modo la pensano allo stesso modo: bipolarismo e leadership. È giusto o no imporre al paese un sistema che combatta la frammentazione e dia la possibilità a una coalizione di prendersi tutto il malloppo? La domanda sembra banale, e la risposta “certo che sì” sembrerebbe la più naturale. Se non fosse che dietro a questa domanda si nasconde un’altra domanda che suona più o meno così: “Ma siamo sicuri che vogliamo correre il rischio di regalare il paese al primo dittatore di turno?”. I sostenitori del bipolarismo a tutti i costi risponderebbero che, sì, è un rischio che vale la pena correre; e che, sì, la paura che possa arrivare l’uomo nero a governare il paese potrebbe essere un incentivo per migliorare se stessi e farsi trovare pronti all’appuntamento con le elezioni. E a questo risponderebbero che il modo migliore per dare la possibilità a un capo di comandare è quello di creare le condizioni per evitare che le correnti si impossessino dei futuri gruppi parlamentari, ovviamente necessari per trasformare in leggi le politiche di governo.

A voler essere maliziosi si potrebbe dire che le ragioni dei bipolaristi sono simili a quelle offerte qualche tempo fa anche dai più anti renziani tra gli anti renziani (“Il voto di preferenza – disse nel 2004 Massimo D’Alema – potrebbe essere superato, in molti paesi ci sono delle liste, la gente sceglie sulla base del loro valore, senza il voto di preferenza che determina una competizione all’interno dello stesso partito”). Ma alla fine della fiera, se Renzi riuscirà a imporre questa legge elettorale, non sarà certo la legge migliore del mondo ma sarà una legge attraverso la quale il sindaco di Firenze potrebbe riuscire a imporre un nuovo principio a sinistra, ancora non del tutto digerito: non bisogna avere paura dell’uomo solo al comando. L’idea può piacere o no ma il vero senso della battaglia combattuta dal segretario del Pd è anche questo, e bisogna tenerne conto.

 

Immagine Getty Images

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