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Chi fa gol non muore mai

Giorgio Corona è l'attaccante più vecchio ad aver segnato tra i professionisti, eppure non si è ancora fermato: 11 squadre, tutte al sud tranne la parentesi mantovana, serie A, B, C e ora D, dove veste la maglia del Messina da 4 anni. Senza smettere di segnare, anche a 40 anni.

Quaranta anni, quattro mesi e diciannove giorni. Più cinquantacinque minuti di partita, un movimento astuto, l’appostamento rapace sul pallone sputato dalla traversa, l’equilibrio trovato prima dell’arrivo degli avversari, il gancio, il gol arpionato, il sorpasso dei suoi e soprattutto suo. Giorgio Corona dura più di Silvio Piola, dice adesso la speciale anagrafe del pallone, la contabilità degli inossidabili del gol tornata peraltro di moda. Invecchia meglio, perché ha segnato contro il Lecce e ha dato dieci giorni di distacco (per ora) al bomber dei record. A quello che ha segnato più di tutti in totale, in carriera (290 gol) e in una partita (6, con Sivori), ma non più a lungo di Corona.

Giorgio non invecchia e se lo fa gli riesce benissimo, sposta l’argomento di discussione dalla grazia per Corona (copyright Celentano) alla grazia di Corona, postura da leone e agilità da gazzella, esibita come fosse una dimostrazione al pubblico proprio nell’ultimo gol, nello stadio di Messina, ultima tappa del suo giro del sud (unica eccezione: Mantova) che è un po’ un lungo ritorno a casa del bomber con la valigia, di Palermo ma a Messina per la prima volta tra i pro sedici anni fa, e una cospicua rendita (212 gol in carriera) garantita.

Ha lasciato la dimensione ibrida di calciatore nel tempo libero solo a ventitré anni, quando ha scelto di cominciare da Milazzo, in serie D, con Pasquale Marino in panchina.

Non c’è a memoria città toccata (Milazzo, Messina, Tricase, Campobasso, Giugliano, Brindisi, Catanzaro, Catania, Mantova, Taranto, Castellammare di Stabia) che nutra risentimento: Corona non briga per farsi amare, però mostra gol (obiezione: anche altri sanno segnare) e carisma (ecco: questo non ce l’hanno tutti), e quindi scala naturalmente il gradimento fino ad arrivarne in cima, facendosi amare senza aver brigato. Infatti è Re Giorgio, qualunque maglia vesta. Perché un po’ Re Leone, soprattutto perché Re, anche se la sua monarchia si insedia in silenzio apparente: è una figura pesante, ma non lo fa pesare. Sa che il giudizio è appeso ai gol, e ora per questo ha trovato un posto da incorniciare, nonostante i quarant’anni, quattro mesi e diciannove giorni. Meglio hanno fatto solo Brevi, Costacurta e Carrera, primo perché in gol a quarantuno anni compiuti, non si senta al sicuro perché Corona ha ancora gambe, fiato e testa. Non sverna, è ancora in Lega Pro: non è andato a ricoverarsi nei luoghi dove giacciono gli elefanti intenti a non arrendersi alla noia di una vita senza pallone o alla possibilità di strappare contratti lucrando ancora un po’ sul proprio curriculum. Fosse così, Re Giorgio avrebbe iniziato molto prima, a guardare sul serio al pallone. Invece ha lasciato la dimensione ibrida di calciatore nel tempo libero solo a ventitré anni, quando ha scelto di cominciare da Milazzo, in serie D, con Pasquale Marino in panchina. Prima, pensava ad altro: faceva il cameriere, aveva un progetto di vita diverso da quello che poi ha gioiosamente realizzato. «Per molti anni non ho pensato che il calcio potesse diventare un lavoro. L’ho capito tardi, ci ho provato, sono contento di come è andata. Prima studiavo, lavoravo, avevo una fidanzata e con lei volevo mettere su famiglia, quindi dovevo guadagnare e da cameriere ci riuscivo, da calciatore non lo immaginavo. Dormivo con la palla, come tutti gli adolescenti sognavo di fare il calciatore, ma pensavo a lavorare».

La porta scorrevole poi si è aperta, il cameriere Giorgio Corona è diventato un attaccante da grandi numeri e buoni contratti, di lotta e anche di governo: è cambiato tutto, tranne la fidanzata. Rita, conosciuta quando aveva diciassette anni, è sua moglie anche ora che ha quaranta anni, quattro mesi e piu di diciannove giorni (tali erano sabato): quando alcuni puntini si uniscono esce fuori la pozione per l’eterna giovinezza e anche un po’ il segreto di una professionalità così vistosa; banale, ma avere una vita normale, casa, sorrisi e pallone spesso finisce sul campo. E Corona per primeggiare preferisce i gol al gossip: «Rita l’ho conosciuta mentre lavoravo e di questo sono fiero. La logica vede le donne attratte dai calciatori e lei fu attratta da un ragazzo che faceva il cameriere. Fino all’anno di Mantova mi ha seguito, ora vive a Palermo e la raggiungo appena posso, per stare con lei e i nostri tre figli». Uno dei quali gioca a pallone: dieci anni, va a calcetto, accompagnato pazientemente da mamma Rita. Poche altre informazioni: «È malato per il calcio, ma non vi dirò mai se è bravo o meno, perché i genitori sono la rovina dei figli che sognano da calciatori. Si diverte, questo è sicuro. E questo deve fare».

Quando il calcio apre il suo scrigno, scopre tesori spesso mascherati da eroi normali. Quelli che scrivono pezzi di storie, hanno record da dichiarare eppure nemmeno lo farebbero. Anche se la carriera, una volta rotta la timidezza e compreso che il pallone può essere un mestiere, ha portato il nostro in giro dalla D alla serie A, anche se il nome adesso sarebbe spendibile per tenere duro e provare ad arrivare a Carrera, quindi a un gol oltre i quarantuno anni. Al record assoluto: «I record sono dati personali, mi piace l’idea di essere già l’attaccante piu anziano ad aver segnato, visto che gli altri hanno ruoli differenti. Ma in uno sport di squadra non si può vivere con l’ossessione del traguardo personale, non l’ho mai inseguito. Né posso dire che segnerò a quarantuno anni: perché non so cosa c’è domani». Di certo domani non c’è un contratto assicurato. Non c’è da tempo: Giorgio Corona vuole diventare Re Giorgio ogni volta, conquistare lo scettro e il rinnovo.

Sceglie, da qualche anno, contratti per una sola stagione: «Magari lo farebbero lo stesso, soprattutto ora: perché non credo che a quarant’anni ci sia qualcuno pronto a offrirti un pluriennale. Ma io lo farei con tutti, un contratto annuale. E per tutti: a obiettivo, perché gli accordi lunghi rischiano di togliere la fame necessaria, e invece le cose vanno conquistate». La stabilità personale ce l’ha, l’alimentazione sana è un dogma, la vita da professionista è facilmente riscontrabile persino a una prima occhiata, però l’elisir di lunga vita ha un altro ingrediente fondamentale, valore aggiunto: «È importante l’ambiente che ti circonda, il calore che avverti: ho giocato in piazze mai banali e questa è una spinta notevole a non tradire i propri compiti, a rispettare gli impegni», e giù un elenco di città in cui il pallone è cosa seria, che Corona ha attraversato con gioia e forza fisica: «Ho tantissimi ricordi belli: la serie A, le promozioni, questi anni a Messina. E anche brutti, come quando l’anno scorso mi sono operato al menisco: una cavolata, ma la prima volta che dormivo in ospedale. No, non ho pensato di smettere in quella occasione: era un infortunio da poco. Però una volta stavo chiudendo: proprio a Messina, il primo anno del mio ritorno, partiti da meno sette, condannati a vincere sempre, con la società nel caos, dopo la sconfitta per 3-0 a Cosenza. Invece poi è cambiata la proprietà, hanno insistito, mi sono convinto, ho ripreso, non ho sbagliato. Adesso voglio lasciare il Messina in alto. Quest’anno è difficile, se non ci riusciamo, ci riproverò». Ecco, lo scivolone: forse ha ancora un altro anno davanti. Almeno un altro anno. Magari arriva a quarantuno, ha il fisico e il fiuto per battere il record di tutti. Ma non lo dice, lascia la frase da incidere nello stemma di famiglia, come ogni buon Re: «Il gol piu bello sarà il prossimo».

 

Nell’immagine, Corona con la maglia del Messina il 12 settembre 2014, nella gara contro la Reggina. Maurizio Lagana / Getty

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