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Dov’è Cesc?

Fàbregas non è più quello dell'Arsenal, ma non è neanche quello di Barcellona. È cresciuto, dice di aver commesso degli errori anche se non è pentito. Ha ritrovato un ruolo più giusto, ma diverso da quello dell'altra Londra. E forse ci ricorderemo questo Fàbregas più di tutti gli altri.

Che posto dovrebbe occupare Cesc Fàbregas in un’immaginaria mappa del calcio degli ultimi dieci anni? È un “nome” da quando veniva citato insieme a Cristiano e Messi, ma nel frattempo ha vinto un Mondiale giocando poco ma facendo l’assist del gol vittoria in finale, e due Europei. Capitano dell’Arsenal e miglior centrocampista della Premier League prima di lasciarla, campione del mondo per club con la maglia numero 4 del Barcellona (anche se giocando da falso 9). Eppure non suona sbagliato quando qualcuno dice che Fàbregas è un giocatore incompleto. Perché è arrivato a Londra di poco in ritardo sugli Invincibili e poi ha fallito il rientro a Barcellona, fuori posto nella squadra di Messi, Xavi e Iniesta. Adesso trasferendosi al Chelsea di Mourinho è riuscito a rinnegare in un colpo solo l’infanzia catalana e l’adolescenza con il padre adottivo Wenger.

In un certo senso è vero che non ha ancora avuto una vera e propria consacrazione, che in questo stesso periodo è stato meno rilevante di troppi altri calciatori. E più ci penso più mi rendo conto che in un’ipotetica mappa del calcio del ventunesimo secolo Fàbregas sarebbe difficile da trovare come Wally di Dov’è Wally?, la serie di illustrazioni in cui lo stesso ragazzo con una maglietta a righe orizzontali rosse e bianche si confonde in mezzo a una folla di personaggi. Nel caso di Fàbregas però non sapremmo neanche con che maglietta cercarlo, per questo è ancora più difficile rispondere alla domanda Dov’è Cesc?

Fondamentalmente rinfacciamo a Fàbregas di essere intelligente ma non un filosofo, in un contesto che è tutto uno scontro di grandi idee.

Per capire Cesc Fàbregas, però, va detta subito una cosa: non ha mai cercato, consciamente o inconsciamente, di sabotare la propria felicità. Semmai il contrario: ha sempre messo il piacere terreno davanti alla gloria eterna. Nessuna missione, per quanto importante, o interessante, è mai stata la sua missione. Fondamentalmente rinfacciamo a Fàbregas di essere intelligente ma non un filosofo, in un contesto che è tutto uno scontro di grandi idee: Guardiola vs Mourinho, calcio spagnolo vs Resto del Mondo, la storia dell’Arsenal contro quella da arricchiti del Chelsea. Sul suo profilo Instagram posta foto di bambini africani con la sua maglia del Barcellona e da qualche parte ci sarà anche un bambino con la sua maglietta dell’Arsenal, ma il punto è che non possiamo associare Fàbregas a nessuna storia che non sia quella sua personale.

Predestinato

Il suo primo allenatore non lo faceva giocare quando sapeva che in tribuna c’erano gli osservatori del Barcellona e Rodolfo Borrell, lo scout che è riuscito a compiere l’inevitabile destino, è dovuto andare tre volte a Mataro (un comune vicino a Arenys de Mar dove viveva la famiglia Fàbregas) prima di riuscire a vederlo. Quando i suoi genitori si sono separati è stato sempre Borrell a consolarlo regalandogli la maglietta numero 4 di Guardiola con una dedica firmata: «Un giorno, sarai tu il 4 del Barcellona».

Ed è importante soffermarsi sull’inizio della parabola di Fàbregas per capire quanto è stata forte la decisione di rifiutare questo tipo di destino a sedici anni.

In un video di quando ne ha quattordici Cesc si descrive così: «Io gioco da 4, il mio ruolo è far salire la palla a centrocampo con tocchi il più rapidi possibile per dare velocità alla transizione. A palla ferma vado in avanti per vedere se riesco a tirare e fare gol. Di solito faccio l’ultimo passaggio per far segnare un compagno. Mi ispiro abbastanza ai movimenti di Guardiola». Nello stesso video dice di ispirarsi anche a Xavi per alcuni «dettagli nel suo gioco» e a Iniesta, che di poco più grande guardava allenarsi nel campo a fianco al suo.

Lui, Piqué, Messi e  Victor Vázquez (promettente come Messi, prima di infortunarsi) saranno ricordati come la generazione dell’87: «Un gruppo straordinario, di autentici vincitori. Si capiva che erano speciali»

Lui, Piqué, Messi e  Victor Vázquez (promettente come Messi, prima di infortunarsi al ginocchio) saranno ricordati come la generazione dell’87: «Un gruppo straordinario, di autentici vincitori. Si capiva che erano speciali», come ricorda Alex Garcia che li ha allenati. Anni dopo, però, Fàbregas dirà che all’epoca non avevano la stessa speranza di giocare in prima squadra che hanno avuto le generazioni successive alla loro, e che possono avere i canterani di oggi: «Sono stati gli anni migliori della mia vita. Di giocare in prima squadra, però, non se ne parlava».

I genitori di Cesc non erano entusiasti all’idea di avere un figlio calciatore e pensavano che a Londra, quanto meno, avrebbe imparato l’inglese. Ma lui  era andato a Londra per giocare e Wenger lo ha fatto esordire subito, a 16 anni (e 117 giorni, un record forse inutile ma ancora intatto tra quelli dell’Arsenal). Con un anno di anticipo rispetto all’esordio di Messi in prima squadra, per dire. Da quel momento però la carriera di Fàbregas ha preso una piega difficile da interpretare.

DNA Barça e cuore inglese

È colpa di Fàbregas se mentre lui giocava in Inghilterra il Barcellona è diventato la squadra migliore del Mondo sotto la guida del suo ex mito d’infanzia Guardiola e gli è venuta voglia di tornare a casa?

Nel giro di due anni Cesc è diventato titolare e quando Vieira è andato alla Juventus il numero 4 dell’Arsenal è finito sulle sue palle da diciottenne (già dopo la sua prima partita da titolare il Telegraph aveva titolato: «C’è vita dopo Vieira»). Quando se ne è andato anche Henry è diventato lui, a vent’anni, il giocatore più importante dell’Arsenal; poi, per colmare il vuoto offensivo in rosa, Wenger lo ha trasformato in un trequartista. E Fàbregas è diventato uno dei migliori centrocampisti in Europa. Avrebbe potuto vincere di più negli otto anni all’Arsenal (forse la Premier League nella stagione 2005-6, o in quella 2007-8, o la finale di Champions del 2006 proprio contro il Barcellona), oppure sarebbe potuto restare anche solo per diventare una leggenda di un club prestigioso. Ma il richiamo di casa era troppo forte.

Già dopo la sua prima partita da titolare all’Arsenal il Telegraph aveva titolato: «C’è vita dopo Vieira»

Lui parlava di “sogno” da realizzare mentre i suoi compagni presenti e futuri (Vermaelen e Xavi) dicono che Cesc ha il «DNA Barça». Si è persino abbassato lo stipendio, pur di tornare al Barcellona. «La maggior parte dei giocatori dichiara di voler tornare a giocare nel club della propria infanzia», ha scritto Sid Lowe su Guardian, «Fàbregas lo farà davvero».

Intanto prima di andarsene il suo feeling con il Barcellona si manifesta in due modi. Prima l’Arsenal incontra il Barcellona agli ottavi di finale di Champions League. All’andata vincono 2-1, al ritorno resistono quasi un tempo intero sullo 0-0. Ma al terzo minuto di recupero Fàbregas sbaglia una palla al limite dell’area, un tacco decisamente evitabile che Iniesta intuisce e intercetta, prima di trovare Messi a pochi metri dalla porta. La partita finirà 3-1 e il Barcellona vincerà quella Champions League. Poi, un mese dopo, la Spagna conquista il primo Mondiale della sua storia. Fàbregas è partito sempre dalla panchina in quel Mondiale, ma ha realizzato l’assist del gol che ha deciso la finale con l’Olanda nei supplementari. Sempre per Iniesta.

Verticale

Un terzo della propria vita speso a giocare nel campionato inglese non poteva sparire prendendo l’aereo. Fàbregas pensava di dover rispolverare i concetti appresi durante il suo apprendistato culé e aggiornarsi su quelli nuovi introdotti da Guardiola; e c’è un pizzico di ironia nel fatto che Guardiola come prima cosa abbia messo il suo erede a giocare da falso centravanti. Fàbregas ha eseguito i movimenti in orizzontale tra le linee e  quelli in profondità negli ultimi metri di campo con qualità e tempismo (subito in gol nella Supercoppa Europea contro il Porto e a segno anche in finale di Coppa del mondo per club contro il Santos) ma il 4 sulle spalle aveva perso qualsiasi significato.

Ma il problema non era solo Guardiola. Anche in seguito, anche nell’ultimo anno in cui Tata Martino lo ha provato più stabilmente a mezzala, si è capito che non era più lo stesso Fàbregas di quando aveva sedici anni. Ecos del Balon dice che con al netto del talento Fàbregas lo scorso anno ha «fallito come mezzala cerebrale», di pensiero.

Lui ha ringraziato Wenger per averlo fatto credere in se stesso e per averlo fatto diventare un giocatore naturale: «Mi ha lasciato scoprire da solo il calciatore che sarei dovuto diventare. Oggi qualcuno dice che sono troppo anarchico. Può darsi, ma almeno sono me stesso». In Inghilterra Cesc si è abituato ad andare sempre in verticale e a fare meno attenzione alla propria posizione in campo: «Tutti i giocatori che sono stati sotto gli ordini di Wenger diranno la stessa cosa: gli occhi devono sempre guardare la porta avversaria». Lo dice in un’intervista a So Foot rilasciata l’inverno del 2012, in cui diceva anche, riferendosi a Barcellona: «Non posso giocare alla Fàbregas, o come piace a Fàbregas, è impossibile. Detto ciò, quello che mi piace di più è toccare la palla, e per questo il Barça è la squadra ideale». Da falso nove ha vinto anche il suo secondo Europeo e un’ulteriore consolazione per il suo bambino interiore rimasto culé veniva dal pensiero che: «Un giorno potrò dire di aver giocato centravanti nel Barcellona. Quando mi fermo a pensare a Romario, Kluivert e i veri campioni che hanno giocato in quel posto, wow!»

Con i piedi per terra.

Schiacciato nella morsa di due mondi così diversi può venire fuori il ritratto contraddittorio, di un uomo e un calciatore davvero incompleto. Ma Fàbregas non ha mai rinnegato le proprie scelte o cambiato versione dei fatti. Il “sogno” di tornare al Barcellona è rimasto tale anche dopo essersene andato (al passato, come sogno realizzato) e lui stesso ha fatto autocritica: «Se mi hanno fischiato ci saranno stati dei motivi», ha detto a El País, «Non ho nulla da rimproverare a nessuno e nulla di cui lamentarmi. Preferisco guardare a me stesso».

Di recente Fàbregas ha detto di star giocando il calcio migliore della sua vita nel Chelsea. Mourinho lo ha riportato nel suo ruolo originario di centrale di centrocampo, lasciandogli al tempo stesso la libertà di spingersi in avanti e giocare da numero 10 (con Oscar pronto ad abbassarsi e coprirlo). Quello del Chelsea, almeno per il momento, è un sistema offensivo e dominante, che schiaccia le squadre più deboli nella loro trequarti di campo, facendole correre dietro al pallone da destra a sinistra come una barca ferma in porto mossa dalle onde. E Fàbregas è l’uomo dell’ultimo o penultimo passaggio. Al momento è il giocatore che effettua più passaggi del campionato, che ha creato più occasioni e fatto più assist.

Da questa prospettiva sembra che la sua carriera abbia un senso, che tutti i diversi momenti abbiano contribuito a fare di Fàbregas il giocatore che è oggi a ventisette anni, con ancora qualche stagione a disposizione per mostrare a pieno il proprio valore. Chi lo sa, magari ce lo ricorderemo con la maglia numero 4 del Chelsea, e non quella dell’Arsenal o del Barcellona.

Non capiamo Fàbregas perché lui non è riuscito a dare al suo destino un senso più grande, per portarlo all’altezza di quello di Guardiola, Messi o Xavi, e non pensa neanche che dipenda davvero da lui.

Ma voglio lasciarvi con un’immagine privata di Cesc che mi fa pensare che forse non è così importante, che il vero Fàbregas non può essere una leggenda perché in fondo a lui non importa. C’è un video in cui Fàbregas porta una giornalista di Sky nella casa di famiglia di Arenys de Mar. Le vuole far vedere le medaglie ma non le trova quindi chiama sua madre. La medaglia del Mondiale non c’è, gli dice, perché sua nonna l’ha presa «per farla vedere a un’amica». Guardandolo a casa sua, mentre parla della foto con la Regina Elisebetta vicina a quella di lui e la sorella da piccoli, ho capito che noi non capiamo Fàbregas perché lui non è riuscito a dare al suo destino un senso più grande, per portarlo all’altezza di quello di Guardiola, Messi o Xavi, e non pensa neanche che dipenda davvero da lui. In questo stesso video, mentre guida per tornare nella sua prima casa, Fàbregas dice: «Il mio sogno è sempre stato fare calciatore ma non ho mai immaginato potesse accadere. Ho sempre pensato fosse per le persone speciali. Tutto è andato così veloce che anche adesso non ho tempo di guardarmi indietro e di chiedermi cosa è successo. Di chiedermi perché, perché me, e non gli altri miei compagni di squadra che pure erano bravi da giovani. Perché me e non loro? Credo sia destino, e fortuna, e duro lavoro certo, ma credo che anche la fortuna conta in questo sport».

 

Dal numero 3 di Undici

Nell’immagine, Fàbregas nell’agosto 2014. Laurence Griffiths / Getty

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