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Caserme

L'abbandono del patrimonio immobiliare militare italiano, vera risorsa sprecata. Un punto sulla situazione interna e uno sguardo su esempi virtuosi europei.

Come vecchi dinosauri, cristallizzati nelle forme imponenti, in attesa di un impiego, di un’utilità. Gli edifici un tempo militari aspettano, smantellati dalla fine delle guerre novecentesche, dalla sublimazione (e informatizzazione) dei combattimenti odierni e futuri, dove il micro ha soppiantato il macro. Aspettano i comuni, le province, le regioni, i ministeri, qualcuno che muova le acque stagnanti, tragga uno scopo da quei soffitti alti, per non trasformarsi in musei di incuria, installazioni del nulla cui il tempo sembra destinarli, come giganti spiaggiati e goffi nel tessuto urbano che al contrario cresce veloce.

Gli archi, i soffitti, le pareti di queste foto sono quelli della Caserma XXIV Maggio di Milano, nata nel 1898 in una delle roccaforti della borghesia meneghina, tra via Monti e via Mascheroni, ex panificio militare fino al 1957, poi riconvertita ad ospitare i ragazzi dei “tre giorni”, assaltata anche in tempo di pace dalla fanteria di adolescenti all’attacco dei suoi illustri ospiti, Celentano, Renis, Rivera. Qui la Fondazione Trussardi ha allestito la prima personale italiana dell’artista francese Cyprien Gaillard, ridando vita ai corridoi vuoti e rimbombanti con video e sculture, che attireranno altre vite, persone e voci.

Per loro natura, le installazioni militari sono soggette a mutamenti ciclici, distruzione e obsolescenza talvolta, ricollocazione e ristrutturazione talaltra. La tecnologia e la didattica militari cambiano in fretta, e le strutture rimangono, tautologicamente, immobili. Per gran parte d’Europa è stata la fine della Guerra Fredda a porre il problema della dismissione di una enorme quantità di installazioni belliche, siano esse caserme, casematte, basi aeroportuali, poligoni, campi d’addestramento. Edifici di nuova costruzione, altri ereditati dalla Seconda Guerra Mondiale, altri ancora più antichi: gli ultimi dieci anni del XX secolo hanno visto una vera e propria corsa allo smantellamento, con il risultato di circa ottomila siti militari riconvertiti, per un’estensione di quasi un milione di ettari. Di questi, poco meno di 400.000 nella sola Germania: in Nord Vestfalia soltanto furono convertite 98 caserme (2.036 ettari), 7 aeroporti (1.413 ettari), 83 depositi (2.899 ettari), 34 campi d’addestramento (1.253 ettari), 49 campi missilistici (300 ettari), 22 centri d’informazioni (37 ettari). Altro esempio “virtuoso”, sempre made in Germany, è rappresentato dall’esperienza del quartiere di Vauban a Friburgo. Nato nel 1994, è sorto sul territorio di una base francese dismessa nel 1992 che ospita oggi circa 5500 residenti, con caserme riconvertite a spazi abitativi e una cura particolare per il risparmio energetico e la mobilità pubblica che ha fatto sì che, per fare un solo, significativo, esempio, il 70% degli abitanti di Vauban non possegga un’automobile. Particolarità del quartiere nella fase di costruzione (l’ultima modifica al piano generale è datata 2004) è stato il suo sviluppo avvenuto in buona parte con una spinta “dal basso”, ovvero con la collaborazione attiva e continuativa dell’associazione di cittadini del Forum Vauban e l’amministrazione comunale.

Anche la recente storia dell’Inghilterra fornisce significativi casi di studio. Sono, per citarne due, il progetto Omega di Warrington, piccolo comune in prossimità di Liverpool e Manchester, e le Chelsea Barracks di Londra. Il primo è un piano per costruire 650.000 metri quadri di spazi per uffici e altri usi commerciali, facilities, parchi e attività per il tempo libero. Il progetto Omega si sviluppa su un’ex base della Raf (utilizzata durante la Guerra Fredda dalla United States Air Force) chiusa dalla Nato nel 1994. Non dissimile è il caso della Clark Freeport Zone, ovvero la ex base aeroportuale statunitense di Clark, Filippine, chiusa nel 1991 dopo quasi cento anni di attività, che occupa un territorio di circa 4.400 ettari.

Tornando in Inghilterra, è importante la ricostruzione dell’ex complesso militare di Chelsea Barracks, caserme sorte negli anni sessanta del XIX secolo (poi “aggiornate” cento anni più tardi) definitivamente vendute dallo stato nel 2007 per 959 milioni di sterline a un consorzio qatariota. Vicissitudini sul successivo sviluppo del piano architettonico di ricostruzione portarono il caso sulle prime pagine dei maggiori quotidiani britannici nel 2009, quando una lettera del principe Carlo indirizzata a Hamad bin Jassim bin Jabr al-Thani, primo ministro del Qatar, chiese (e, successivamente, ottenne) la revoca del piano di costruzione di quello che il Principe di Galles definì senza mezze misure «brutalist development». Due anni più tardi il Westminster Council approvò il nuovo piano regolatore comprendente 448 appartamenti, un centro sportivo, varie attività commerciali.

La riqualificazione di una struttura militare non è impresa semplice: ci sono insieme leggi statali severe – in particolare per quel che riguarda la bonifica del territorio (Dlgs 152/2006) -, strette norme nel caso l’edificio presenti una particolare importanza storica e, dall’altro lato, l’impossibilità di stilare una “ricetta” che valga per tutti i casi, a causa della varietà di casi non uniformabili gli uni agli altri. In Italia, però, il processo è estremamente rallentato se confrontato con la situazione di molti stati “colleghi” di Unione. L’esempio tedesco ha mostrato quanto pesi l’importanza di un ente superiore. Riccardo Pollo, professore del Politecnico di Torino – Dipartimento di Architettura e Design, spiega: «In Germania sono stati create da subito agenzie ad hoc con la capacità di coordinare i diversi attori del processo di riqualificazione. In Italia la normativa è invece piuttosto complessa, è stata cambiata più volte, e non c’è mai stata la capacità di affrontare un processo nel lungo periodo. Il Bicc (Bonn international convertion centre), è un centro studi che si occupa specificatamente del tema della riconversione, con un forte investimento sia dal punto di vista conoscitivo che amministrativo e legislativo». E il Bicc, oggi impegnato anche nella ricerca in campi come “peace and conflicts”, nasce infatti nel 1994 con l’intento di sviluppare e convertire le moltissime aree ex militari sul territorio tedesco, non a caso su iniziativa di Kofi Annan e Johannes Rau, ex ministro-presidente della Vestfalia settentrionale.

Il giudizio di Gabriele Tagliaventi, attualmente insegnante di Architettura Tecnica all’Università di Ferrara (già vincitore del primo premio all’International Competition for the Reconstruction of the Warsaw City Core, nel 1992), è simile. «Ci vorrebbero poche leggi chiare, e invece ne abbiamo tante non chiare, e manca un’agenzia indipendente che a livello nazionale si occupi del problema. È necessario investire per far sì che più persone vogliano abitare in questo paese, in queste città. Dei dati: Bologna oggi ha una superficie urbanizzata di 9.000 ettari, su cui risiedono 375.000 abitanti. Sulla stessa superficie, a Parigi, ci sono due milioni di abitanti. Questo significa che le nostre città hanno enormi possibilità di sviluppo nei prossimi 50 anni, senza rubare un metro quadro di territorio agricolo, solo recuperando aree militari e altre abbandonate. Un paese che ha insegnato a tutto il mondo a costruire città sembra incapace, oggi, di fare o pensare qualsiasi cosa».

La parola d’ordine dovrebbe essere una sola, impegnativa, sì, per tutti: semplificazione. Perché la riconversione è fonte di guadagno per lo stato, e di risparmi per il contribuente. Carlo Stagnaro, dell’Istituto Bruno Leoni, spiega: «Nella situazione attuale il cittadino sta pagando due volte, perché paga per mantenere strutture inutilizzate, e oltre a questo paga un costo opportunità relativo al fatto che questi edifici potrebbero sì essere frutto di reddito, ma questo reddito non viene cercato né realizzato. Il pubblico, quindi la politica locale, può avere una vaga idea di cosa sia meglio fare, ma non ha un particolare incentivo a fare la scelta migliore, e penso neanche le informazioni». Migliaia di immobili sono stati trasferiti all’agenzia del Demanio con un provvedimento contenuto nella finanziaria del 2007. Che relazione può avere questa operazione con il modello tedesco del Bicc? «L’operazione realizzata con il demanio» continua «è la classica operazione che… bisogna capire cosa sia. Se è meramente cosmetica o se è funzionale a centralizzare la proprietà di immobili che prima appartenevano a diverse amministrazioni allo scopo di creare condizioni più favorevoli alla privatizzazione e valorizzazione. Però, a me, non è molto chiaro in quale dei due scenari ci troviamo. Per quanto riguarda un’agenzia sul modello tedesco, o inglese, il discorso è simile: non essendo noi né in Germania né in Inghilterra è lecito avere qualche surplus di attenzione. In astratto va benissimo, in concreto bisogna poi vigilare in modo che non diventi una fabbrica di poltrone o un distributore di stipendi, o l’ennesimo ente inutile. Da questo punto di vista è essenziale che un’agenzia di questo genere abbia spiccate caratteristiche di indipendenza rispetto alle posizioni politiche del governo, per esempio con un processo di nomina sfalsato rispetto al ciclo elettorale, con delle forme di impedimento del conflitto di interessi».

Nel frattempo caserme, poligoni e altri giganti delle guerre del passato rimangono lì, addormentate sul territorio con costi che, per il pubblico, sono da due a tre volte superiori a quelli che affronterebbe un privato. «In fondo» conclude Stagnaro «non è tanto un tema di norme, ma di volontà. È la volontà di cambiare le cose che è mancata, ed è mancata dichiaratamente».

 

Dal numero 11 di Studio. Fotografie di Giovanna Silva

 

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