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Cattivissimo Shkreli

"L'uomo più odiato d'America", quello che ha alzato arbitrariamente il costo di un farmaco per l'Aids, fa sul serio o sta solo giocando?

Martin Shkreli, prima di tutte le definizioni che gli sono stati affibbiate – “fallito sociopatico”, “tutto ciò che c’è di sbagliato nel capitalismo” – è un imprenditore americano, attivo da più di qualche anno nel settore dell’industria farmaceutica. Trentaduenne, Shkreli era considerato un genio della finanza molto prima che il suo nome balzasse agli onori della cronaca nazionale per i fatti dello scorso settembre. Nel 2014 Bloomberg Business riportava interviste di persone che ne parlavano in questi termini «Martin è insolente, ma le sue idee sono originali e possono salvare molte vite».

Dopo aver lasciato il college e cominciato a lavorare come analista finanziario (otterrà una bachelor degree solo successivamente, nel 2005) non ancora maggiorenne, Shkreli si è costruito una reputazione come venditore allo scoperto nel settore del biotech. Shkreli veniva considerato uno bravo nel suo lavoro. Bravo, ma strano. Tutto è cambiato nel settembre del 2015: pochi mesi dopo la fondazione della Turing Pharmaceuticals e l’acquisizione dei diritti, scaduti da decenni, del Daraprim – un farmaco che, tra le altre cose, serve a curare l’Aids – quando Shkreli decide di alzare del 5000% il prezzo di una singola pillola di Daraprim in un sola notte. Un farmaco molto importante e inserito nella lista delle medicine essenziali dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, in quanto capace di trattare la toxoplasmosi, una malattia infettiva che se contratto dalle donne incinta può diventare letale per il bambino. È allora che Martin Shkreli diventa per tutti “The Pharma Bro”.

GettyImages-508364492The Pharma Bro ha più di 90 mila follower su Twitter, circa 8 mila tweet scritti e un audience cresciuta a dismisura dopo la faccenda del Daraprim. Se con quella mossa Shkreli intendeva attirare l’attenzione del mondo, sembra esserci riuscito alla perfezione. Come detto viene arrestato solo pochi mesi dopo, ma non per l’aumento del prezzo del Daraprim bensì per alcune frodi perpetuate mentre era alla guida della sua precedente compagnia, la Retrophin Inc, con l’accusa di aver utilizzato fondi societari per pagare debiti della defunta MSMB Capital Management.  È accusato di aver applicato diverse volte lo Schema di Ponzi, un sistema di investimenti illegali (che si basa sul concetto di truffa) che deve il suo nome a Charles Ponzi, utilizzato diverse volte nella storia della finanza (il caso più celebre è quello di Bernard Mandoff, ex presidente del NASDAQ). Dalla Retrophin Martin Shkreli viene cacciato a seguito di alcuni tweet che non erano piaciuti all’executive board, in cui Shkreli giocava a fare il rapper gangsta. È forse la prima volta che veniamo a conoscenza della più grande passione di Shkreli.

Figlio di due emigranti europei, albanese e croato, che lavorano come bidelli a Brooklyn – nella Brooklyn pre-gentrificazione – Shkreli fa sostanzialmente parte della working class americana. Famiglia numerosa, tanti sacrifici e una storia che non esula in alcun modo dall’ordinario. È facile che quindi si sia appassionato al rap, tanti nati negli anni Ottanta hanno avuto modo di entrare in contatto con la cosiddetta golden age dell’hip hop (nel biennio ‘94/’95, considerato forse il migliore della storia del genere, Shkreli aveva 12 anni), di essere tra l’esercito di ragazzini bianchi che in quegli anni volevano essere come i neri. È praticamente la prima volta che succede nella storia degli States, un desiderio portato a massimo compimento dai Beastie Boys. Anche se in verità poi Martin suona la chitarra in un gruppo punk/rock, e tutt’ora conserva una discreta collezione di dischi.

Negli ultimi giorni di novembre il nome di Martin diventa la soluzione all’enigma che da qualche giorno sta tenendo banco in tutti i siti di settore: è stato lui a comprare Once Upon a Time in Shaolin, il disco/opera d’arte del collettivo Wu-Tang Clan, acquistato per due milioni di dollari. Lo ottiene attraverso un’asta con delle clausole particolari, tra le quali c’è la possibilità, pare, per Bill Murray di rubare in maniera assolutamente legale il disco, che è contenuto in un particolare cofanetto d’argento. Tanti fan del Wu-Tang si dicono risentiti dall’accaduto, alcuni dei membri del gruppo, in particolare Ghostface Killah, si dicono disgustati dall’acquirente. Martin Shkreli adesso non è più soltanto l’uomo più odiato dalla sanità americana, ma anche dall’industria discografica. È in possesso di un album che nessuno ha ascoltato e si comporta con la solita arroganza, «non so se lo ascolterò mai, potrei anche distruggerlo, o organizzare sessioni di ascolto pubblico. Potrei decidere di ascoltarlo se Taylor Swift volesse farlo con me». Neanche un mese dopo Shkreli ha proclamato di essere in trattativa per pagare la cauzione di Bobby Shmurda, giovanissimo e popolare rapper di Brooklyn finito in carcere per possesso d’arma da fuoco. «Sono un fan, ma anche un uomo d’affari. Non lo farò in cambio di niente, una volta libero lui dovrà fare qualcosa per me, non so ancora bene cosa, ma qualcosa», ha detto sghignazzando in un’intervista con HipHopDx.

C’è la possibilità che Martin Shkreli stia giocando a un gioco. Il gioco potrebbe essere la ricerca maniacale della popolarità

C’è la possibilità che Martin Shkreli stia giocando a un gioco. Il gioco potrebbe essere la ricerca maniacale della popolarità. A dispetto di quanto lo stesso Shkreli racconta infatti, l’idea che il suo comportamento sia quello di un «classico capitalista» non sta in piedi. In un editoriale su Science, Derek Lowe critica duramente la scelta di Shkreli, sottolineando come quell’azione non avrebbe fatto altro che mettere sotto la lente d’ingrandimento tutte le storture del sistema farmaceutico americano. Dal punto di vista legale, infatti, alzare il prezzo di un farmaco non è per niente fuori legge e, anzi, è una pratica abbastanza comune nel sistema americano quando una società acquista qualche vecchia licenza scaduta per qualche farmaco. È stato così per la cicloserina e la doxyciclina ad esempio, continua ad esserlo per il Novacort (aumentato in meno di due anni del 3000%) e per l’Alcortin A, ed è stato così anche per il Daraprim. Come evidenziato anche dal New Yorker, «un dirigente veramente avido terrebbe un profilo molto più basso di Shkreli: non ci sarebbero esponenziali aumenti dei prezzi improvvisi, ma soltanto noiosi e lenti rialzi; nessuna intervista, nessun tweet, e assolutamente nessuna faida hip hop. Un vero dirigente avido resterebbe più o meno anonimo. (Quanti nomi di Ceo farmaceutici conoscete?)». Anche su Stat si sottolinea «l’unica differenza tra Shkreli e gli altri Ceo è la velocità di questi cambiamenti nei prezzi. È questo l’elefante nella stanza».

Questa giusta considerazione conduce ad un altro elemento, forse il più importante, nell’affaire Martin Shkreli. Il “Pharma bro” che non è adesso più a capo della Turing – costretto alle dimissioni dopo l’arresto – ha più volte sottolineato come l’aumento (che è stato già in parte ridotto) del prezzo del medicinale avrebbe riguardato in realtà solo grandi aziende e ospedali. E anzi, che questo gli avrebbe permesso di poter garantire il medicinale per un costo bassissimo, o addirittura gratis, ai privati cittadini che ne avessero avuto bisogno. In una video-intervista molto illuminante rilasciata a Vice qualche settimana fa, Shkreli ha ribadito ancora una volta la sua volontà di investire i ricavi dei Daraprim in ricerca e sviluppo per curare il cancro infantile e altre malattie dei bambini. Dice queste cose in t-shirt, giocando a scacchi con la giornalista, dopo averle mostrato casa a bordo di un hoverboard. In quelle riprese si riconoscono alcuni dei tic di Shkreli: quando in difficoltà (o quando forse gli pongono proprio la domanda a cui voleva rispondere) piega le mani, gira la testa e contorce la bocca in qualcosa a metà tra un sorriso amaro e un ghigno.

Se prima il tenore delle dichiarazioni era più spavaldo, arrogante, sul genere “capitalista avido”, Martin Shkreli adesso ci tiene a sottolineare che se la Turing ha agito come ha agito, lo ha fatto perché le regole della Food And Drug Administration glielo permettevano. Adesso c’è un’altra azienda, la piccola Imprimins, che ha deciso di produrre il Daraprim, e venderlo a solo un dollaro. Perché i costi di produzione unitari sono effettivamente molto bassi (nel Regno Unito il farmaco viene venduto ad una cifra quasi irrisoria) ma quelli di inizio produzione sono mediamente alti, e il mercato del Daraprim è così piccolo che non conviene a nessuno provare a produrlo se c’è già un’azienda produttrice sul mercato, che diventa di fatto monopolista. Almeno fino all’arrivo di Martin Shkreli. E di Martin Shkreli hanno cominciato ad occuparsi anche i candidati americani. Ognuno, cogliendo la palla al balzo, ha detto la sua. Ognuno secondo il suo stile. Trump l’ha chiamato «bambino viziato». Bernie Sanders gli ha scritto una lettera e anche Hillary Clinton è intervenuta sull’argomento. Il candidato più a sinistra in particolare ha rifiutato una donazione di circa 3 milioni di dollari da Shkreli, donandoli a una clinica di Washington DC. Per tutta risposta Shkreli ha delegato ancora una volta a un tweet la sua idea in merito.

«Apprezzo che @BernieSanders abbia usato il mio contributo come una continuazione della mia filantropia». Ha poi scritto una specie di lettera ai due candidati democratici rivolgendo loro domande ben precise (e tutt’altro che folli): «Preferireste (1) un prezzo più basso per la nostra medicina, cosa per cui la ‘corporate America’ e i suoi assicuratori (che stanno riportando profitti record) pagherebbero oppure (2) che usiamo le nostre risorse per ricercare un nuovo farmaco per le forme resistenti di questa malattia dimenticata. Ha senso usare un medicinale vecchio di trent’anni per trattare un organismo in continua evoluzione?». Insomma, se il dibattito sulle corporation farmaceutiche non si deve interamente a Martin Shkreli, poco ci manca.

Controversial Former Pharmaceutical CEO Martin Shkreli Testifies On Oversight In Drug Market

Pochi giorni dopo le domande ai candidati, Shrkeli ha deciso di distogliere l’attenzione dalle sue parole, rifugiandosi ancora una volta nella musica. Con un’altra lettera indirizzata, su Twitter, a Kanye West si è offerto di acquistare il nuovo disco della superstar per 15 milioni di dollari, in modo da poter essere l’unico detentore. C’era un’attesa febbrile intorno a The Life of Pablo, il disco della conversione di Kanye, e Pharma Bro ha deciso di ingannarla provando a recitare ancora una volta la parte del cattivo: «Se anche la mia offerta non dovesse interessarti, so per certo che i dirigenti della tua label saranno costretti a prenderla in considerazione, e questo ritarderà l’uscita del disco». Non c’è un singolo motivo per cui Martin Shkreli debba comportarsi così, se non l’esasperazione della figura del bad boy che cerca di creare (per rinforzarla ha assunto anche lo stesso avvocato di un vero bad boy: Puff Daddy). Il disco è poi uscito ma Shkreli non si è rassegnato, reclamando d’aver subito una truffa da qualcuno spacciatosi per Kanye West, e d’aver effettivamente versato 15 milioni nelle casse di questo qualcuno, chiedendo a Twitter e all’intero popolo americano di aiutare “l’uomo più odiato d’America”. Si è scatenato in una valanga di tweet, che hanno fatto il paio con quelli in cui Kanye West chiedeva aiuti economici a Mark Zuckeberg.

Nel lungo ciclo di interviste che l’ha visto protagonista ha più volte raccontato la storia di come si è avvicinato all’industria farmaceutica: è una storia intrisa di buoni sentimenti, che parte da un’infezione contratta dalla sorella da piccola, che per molto tempo non sono riusciti a curare. Martin quindi avrebbe deciso di dedicarsi alla ricerca di nuovi metodi di cura per i bambini. Una frase, una storia, in pieno stile Martin Shkreli, un uomo che sembra condannato a giocare a Dottr Jekyll e Mr. Hyde. Da una parte Pharma Bro, dall’altra Martin delle case popolari di Brooklyn. Tutta la sua vita sta diventando un docu-reality. La sceneggiatura viene scritta su Twitter e tutt’intorno, da sfondo, c’è l’America. Anche per la colonna sonora non dovrebbero esserci problemi: c’è un intero album mai ascoltato da nessuno, e che forse nessuno ascolterà.

Immagini: Martin Shkreli testimonia a Capitol Hill. 4 febbraio 2016, Washington (Mark Wilson/Getty Images)
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