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Carney e la City

Mark Carney, il canadese che dirige la Bank of England con un approccio poco mainstream. C'è chi dice: è una trovata pre-elettorale di Cameron.

Si mormora che nel tempo libero ami canticchiare le canzoni degli AC/DC e saltellare per casa imitando il passo dell’anatra del leggendario chitarrista della rock band australiana, Angus Young. E con il suo sorriso da star hollywoodiana – ogni due per tre qualcuno fa notare la sua somiglianza con George Clooney –, mezza stampa anglosassone scommette già su un suo brillante futuro politico. Intanto però Mark Carney è stato chiamato a svolgere un compito arduo: è il nuovo governatore della Banca d’Inghilterra e dovrà tentare di rivitalizzare l’esangue economia di Sua Maestà. Il canadese, definito dal Cancelliere dello Scacchiere George Osborne «il più eccezionale banchiere centrale della sua generazione», si è insediato il primo luglio, prendendo il posto di Mervyn King.

Per mesi Carney era stato oggetto quasi quotidiano delle critiche feroci della stampa del Regno Unito. Il motivo non è la sua predilezione per l’hard rock, né l’eccentrica moglie ambientalista – inglese, peraltro – che sostiene apertamente Occupy Wall Street e detesta gli ambienti finanziari, accusati di essere «corrotti e inadeguati». L’ex dirigente di Goldman Sachs nato 48 anni fa in un paesino di 2500 anime nel nordovest del Canada, Fort Smith, è stato accusato di prendere tre volte lo stipendio che spetta all’attuale governatore: oltre 800mila sterline l’anno. Ed era emersa anche una vacanza trascorsa a casa di un leader politico liberale canadese,Scott Brison. Per gli inglesi è grave che il timoniere della sterlina sia stato per un po’ di tempo in odore di diventare il leader dei progressisti canadesi. Guai, però a chiederglielo: «Perché non mi domanda se voglio diventare un clown da circo?» ha risposto a un giornalista che ha osato tanto.

Quando ancora era governatore della Banca centrale canadese, aveva fatto una dichiarazione sulla politica monetaria che ora intende applicare anche a Londra, e che ha fatto cadere dalla sedia mezzo establishment britannico.

La pietra dello scandalo, ufficialmente, è anche un’altra. Il fatto è che, quando ancora era governatore della Banca centrale canadese, aveva fatto una dichiarazione sulla politica monetaria che ora intende applicare anche a Londra, e che ha fatto cadere dalla sedia mezzo establishment britannico. Carney ha detto che se i banchieri centrali hanno esaurito la possibilità di tagliare i tassi, dovrebbero impegnarsi a tenerli bassi un periodo prolungato, ponendosi anche un obiettivo, ad esempio finché la disoccupazione scenda sotto un certo limite. Se anche questo tentativo non dovesse andare a buon fine, occorre porsi un obiettivo di crescita nominale, abbandonando quello dell’inflazione (dal 1992 è fissato al 2% per la Banca d’Inghilterra). Un’eresia, per l’ortodossia monetarista europea.

Carney sembra un guardiano della moneta aggressivo e molto “bernankiano”, hanno commentato in molti, in procinto di portare una gestione “americana” della moneta anche al di qua dell’Atlantico. In realtà, è stato proprio il canadese l’avanguardia di alcune scelte ultra-accomodanti della Federal Reserve: è stato lui, nel 2009 a impegnarsi a mantenere i tassi bassi per un periodo prolungato e ad ispirare successivamente Ben Bernanke. Com’è noto, il crinale tra obiettivi dichiarati e nascosti, per una banca centrale non è sottile, e Carney è un grande innovatore anche in questo.

Gli analisti e gli economisti britannici hanno accolto con entusiasmo la svolta. I commentatori politici meno: per loro il canadese è la clava per rivitalizzare l’economia che Cameron vuole usare per garantirsi una campagna elettorale in discesa nel 2015. Una scelta certamente più intelligente di quella del referendum sulla permanenza nell’Unione europea, vien da dire.

Paolo Guerrieri, tra i più attenti esperti di economia europea, invita a riflettere sul fatto che non è scontato che le ricette canadesi funzioni anche nel Regno Unito. «Lo stimolo di Carney», osserva, «potrebbe funzionare se il Regno Unito avesse un problema sul lato della domanda. L’attuale governatore King è convinto tuttavia del contrario: che il punto debole dell’economia britannica sia l’offerta». Se avesse ragione King, è la chiosa dell’economista del College of Europe di Bruges, «una politica monetaria troppo aggressiva rischierebbe di creare inflazione, invece di stimolare la crescita».

Tuttavia, le minute della riunione della Bank of England (Boe) di febbraio hanno rivelato che King ha votato per un aumento del quantitative easing, cioè degli acquisti dei titoli, nonostante l’inflazione viaggi ben al di sopra dell’obiettivo del 2 per cento. Segno, secondo gli analisti, che il governatore sta cambiando idea sui motivi strutturali della crisi e che potrebbe ritenerla anche in parte una crisi di domanda. Sopratutto, l’atteggiamento di King è il sintomo del fatto che la Boe e il suo governatore stanno spianando la strada al prossimo guardiano della sterlina. «Questo voto significa chiaramente che l’asticella per ulteriori mosse di quantitative easing è più bassa di quanto pensassimo» ha riassunto Simon Hayes, economista di Barclays Capital. Non a caso, dopo la pubblicazione delle minute con la notizia sulla decisione di King, la sterlina ha subito un tonfo ai minimi da 15 mesi contro l’euro.

Un banchiere centrale all’avanguardia sulle politiche monetarie ma severissimo, dunque molto poco mainstream anche sulle regole bancarie.

L’arrivo di Carney potrebbe rivelarsi meno traumatico del previsto anche per un altro motivo: è certamente un banchiere all’avanguardia, ma aveva cercato di smorzare un po’ le aspettative su un esordio troppo scioccante. Intanto, il sospetto è che il motivo vero dell’accanimento di alcuni commentatori britannici contro Carney sia un altro. Forse l’ex giocatore di hockey sul ghiaccio che ai tempi dell’università lavorava per pagare la retta ai meno fortunati, sta spaventando la piazza finanziaria più grande d’Europa non tanto per le sue ricette monetarie, ma per il trattamento riservato nel suo paese d’origine alle banche. Insomma, perché è un banchiere centrale all’avanguardia sulle politiche monetarie ma severissimo, dunque molto poco mainstream anche sulle regole bancarie.

In Canada, sotto la sua mano fermissima e in virtù di una supervisione ferrea e di regole sulla patrimonializzazione degli istituti di credito tra le più severe al mondo, la grande crisi da subprime è passata come un temporale estivo. Secondo un rapporto del Forum mondiale dell’economia (Wef) il sistema bancario canadese è addirittura il più solido del mondo. Ed è il quarto rapporto di seguito del Wef che incorona il paese nordamericano come regno assoluto della stabilità creditizia.

Sotto la gestione Carney, e grazie a 47 miliardi pompati dal governo Flaherty nell’economia, nel suo paese d’origine non è fallita neanche una banca e lo tsunami da subprime americani ha avuto effetti limitati. Un articolo della rivista The American edita dal prestigioso American Enterprise Institute ha scritto nel 2010 che «mentre circa 200 istituti di credito sono falliti dall’inizio della crisi del 2008 negli Stati Uniti, il Canada resta l’unico paese industrializzato che è sopravvissuto negli ultimi due anni di tensione finanziaria ed economica senza un solo fallimento bancario».

Oggi qualcuno teme gli effetti di una bolla immobiliare, ma intanto Carney ha ricordato i benefici delle azioni coordinate del governo canadese e delle sue mosse sull’economia. Davanti al Parlamento inglese ha sottolineato che «la Banca del Canada ha raggiunto il suo obiettivo di inflazione e l’economia canadese è cresciuta al ritmo più sostenuto e ha creato più posti di lavoro dei Paesi del G7». Non solo.

Il Paese nordamericano, osserva Paolo Guerrieri, «è la dimostrazione che il problema delle cosiddette “banche sistemiche” è relativo: se sono solide, non fanno paura». E da capo del Financial stability board, l’organismo che sta approntando le riforme finanziarie globali e che interagisce con il G20, Carney ha pubblicamente polemizzato con il guru di Wall Street Jamie Dimon, il potente capo di JP Morgan. Gli americani hanno appena rinviato l’applicazione delle regole di Basilea 3, quelle che Carney vorrebbe vedere applicate a livello globale per mettere le banche al sicuro. E quando Dimon un anno fa lo ha attaccato, il canadese ha risposto, laconico, che «se alcune istituzioni sono sotto pressione, oggi, è perché hanno fatto troppo poco per troppo tempo, e non certo perché sia stato chiesto loro di fare troppo, troppo presto». Forse è questo che spaventa gli inglesi, costretti a nazionalizzare alcune banche e notoriamente riluttanti a mettere le briglie al sistema finanziario.

 

 

Una versione precedente di questo articolo era stata pubblicata sul numero 13 di Studio.

 

(Photo by Jason Alden – Pool/Getty Images)

 

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