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Carlo Vanzina e le aspirazioni degli italiani

È morto a 67 anni il regista romano che negli anni Ottanta portò il nostro Paese davanti a uno specchio.

Come si distinguono quelli di buona famiglia dagli arricchiti l’ho deciso qualche anno fa, ai Parioli, nello studio dei fratelli Vanzina che era stato la loro casa da bambini. Stavamo parlando di Susanna, il film di Howard Hawks, e di cosa ne pensasse il padre. Il padre era Steno, il regista, la madre lavorava al ministero degli Esteri: Carlo Vanzina li definiva «piccoloborghesi», aggettivo che applicava anche alle ambizioni della madre, «che diventassimo ambasciatori, sposassimo la principessa Colonna». Quel Vestivamo alla marinara in minore ha prodotto i creatori della migliore antropologia degli italiani che gli anni Ottanta abbiano avuto, e l’ha fatto crescendoli in una casa in cui, da piccini, si assisteva a dibattiti sulle Hepburn: Steno pensava che l’unica rilevante fosse Katharine, mi riferì Enrico Vanzina, il figlio maggiore, sceneggiatore dei film diretti dal fratello Carlo; io pensai che ecco, è quello il dettaglio che distingue gli autori dai personaggi: un qualunque ristoratore della Camilluccia da film dei Vanzina riterrebbe di darsi un tono esprimendo una preferenza per Audrey, la cravatta di Marinella delle attrici. (Il tentativo di darsi un tono è il carattere fondativo della poetica vanziniana, come scriverebbero quelli che cercano di darsi un tono. Tutti i loro personaggi tentano disperatamente di sembrare più ricchi, più eleganti, più di mondo di quanto siano: «I rigatoni, i fusilli, i bombolotti: sono cibi ordinari», spiegava la padrona di casa che offriva roba orientale nelle Finte bionde; era il 1989, e il sushi a Roma era ancora aspirazionale).

Prima di credere che Maria De Filippi avesse inventato i provinciali esibizionisti, invece d’essersi limitata a capire che erano lo spirito del tempo e a metterli in uno studio televisivo; prima di pensare che Gian Antonio Stella avesse creato il populismo, invece d’aver più semplicemente intercettato una forma collettiva d’imbecillità che era nell’aria; prima di tutto, i primi a essere travisati, in un Paese i cui intellettuali si arrendono al pop sempre con decenni di ridicolo ritardo, furono i Vanzina. Accusati d’aver creato la volgarità, mentre si limitavano a raccontarla. Accusati di somigliare agli italiani che ci mostravano: sbruffoni che si vantavano della macchina, megalomani che lasciavano conti da pagare al ristorante, millantatori d’apertura mentale finché il loro fingersi di mondo non veniva messo alla prova. «La colpa è vostra. M’avete fatto viaggiare? M’avete mandato nei collegi svizzeri? Eccallà: adesso mi trovate a letto con Leonardo Zantorlin. Papà, a te t’ha fregato il benessere: tu facevi il capomastro, invece oggi c’hai i soldi e ti scandalizzi. M’hai mandato in America, a New York: noi siamo de Frascati»: quando il padre lo trova a letto col maestro di sci (Vacanze di Natale, 1983), Christian De Sica gli tiene in venti secondi un seminario universitario sui limiti dell’ascensore sociale.

Il Paese raccontato da Carlo Vanzina è un Paese in cui le classi sociali tanto più sono esasperate tanto meno esistono: l’ex capomastro che, divenuto ricco, porta l’orologio sul polsino «come Agnelli», e sua moglie preoccupatissima dei villeggianti di borgata, «i torpigna c’invadono Cortina», non sono mica diversi dal torpigna che ha risparmiato per andare fin lì e ne è pentito, «Stavo tanto bene a Ovindoli». Sono egualmente attaccati ai soldi, egualmente smaniosi di dirti quant’hanno speso per il tuo regalo, egualmente orrendi.

La finta nobile che, tra un «oggigiorno cosa vuoi che siano 120 miliardi» e l’altro, si fa chiamare al ristorante da un complice cui si rivolge come «gioietta» per poi bisbigliare al commensale: «È Bettino» (Yuppies, 1986); la madre che incita la figlia a farsi sposare dal flirt estivo perché ha chiesto in giro e «gli escono i soldi pure dalle orecchie» (Sapore di mare, 1983); Jerry Calà che, sul pullman diretto a Zabriskie Point, tenta di convincere il prete che li porta in viaggio (Vacanze in America, 1984) a dirottare su Las Vegas, invoca l’alzata di mano, e conclude «il popolo è con me, ho vinto le primarie»: in quell’età dell’oro che sono stati gli anni Ottanta, Carlo Vanzina ci ha messo di fronte uno specchio; e noi, come quel personaggio di Benigni, abbiamo ripetuto ottusamente «non mi somiglia per niente». Avessimo osservato con più attenzione la nostra immagine riflessa, tutti i cambiamenti politici e sociali che sono avvenuti da allora in poi non ci avrebbero ogni volta presi di sorpresa.

Carlo Vanzina, che è morto a Roma a 67 anni, era un adorabile gentiluomo, e non so se soffrisse del non vedersi riconosciuto come uno che aveva pittato gli italiani ben prima di Zalone; o del non essere mai stato considerato uno di quei registi che piacciono alla gente che piace; o d’essere preso sul serio solo dai professionisti della rivalutazione del kitsch; o d’essere soprannominato «buona la prova» – un modo per dire che i suoi film non sembravano il risultato d’un perfezionismo esasperato alla Nanni Moretti, di cento ciak, o anche solo di due: buona la prima, anzi buona la prova. Mi piace pensare che non gliene fregasse niente: se tua madre spera che dal liceo Chateaubriand tu vada in una qualche università a preparare una carriera diplomatica, e invece diventi un professionista dell’intrattenimento che fa due film l’anno; se lo fai dopo aver visto papà lavorare così con Totò, un altro che da vivo non era certo considerato un venerato maestro; se lo fai perché hai ereditato consuetudine coi set cinematografici e appartamenti ai Parioli, allora non hai mica il complesso di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, e certo non a quei cinematografari arrivati dalla periferia con una valigia d’ambizioni; quelli che, poverini, non avendo lignaggio sono costretti a cercare di darsi un tono facendo vedere che sanno fare i carrelli.

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