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Capello pro, Capello contro

Botta e risposta a quattro mani sull'ormai ex coach dell'Inghilterra: Viva Capello, abbasso Capello

Giuste o no le dimissioni di Fabio Capello da commissario tecnico dell’Inghilterra? Qualcuno è contento, qualcuno meno. Qualcuno ama Don Fabio, qualcuno lo detesta. Un collaboratore e un redattore di Studio duellano dalle opposte fazioni, dando vita a un divertissement domenicale, il giorno per antonomasia del pallone italico.

 

Premessa alla faziosità di questo articolo: sono anglomane impenitente e juventino, ormai moderatamente. Detto questo passiamo in rassegna quanto vedo di poco onorevole e ancor meno elegante, nella recente vicenda Inghilterra-Capello; in cui la prima ha dato ancora una volta prova del suo proverbiale understatement, il secondo non ha perso l’occasione per ribadire la propria capacità di non farsi amare ovunque approdi. Una dote, non c’è che dire. In Inghilterra infatti tifosi, federazione, giornali e i calciatori stessi, di Capello non ne potevano più da un pezzo, nessuno ha mai nascosto la delusione per un allenatore che era arrivato con l’idea di riportare i Lions ai fasti del ’66 e invece ha collezionato solo magre figure. Magre sono anche le recriminazioni per gli errori arbitrali costati l’eliminazione dal mondiale sudafricano. All’Irlanda di Trapattoni successe di peggio per mano della Francia. C’è voluto un coraggio, questo sì da Lions, per scrivere che l’eredità di Capello sulla panchina inglese sarà pesante per chiunque ne prenderà il posto. Eppure così parlò il Corriere della sera, 10 febbraio 2012. Ciononostante nemmeno i tabloid hanno calcato troppo la mano davanti alla dipartita (fuga?) di Capello a seguito del «negro di merda» rifilato da John Terry ad Anton Ferdinand e della conseguente revoca della fascia di capitano. Il Daily Mirror s’è tolto lo sfizio di titolare “A Fab Day For England”, per poi chiosare la vicenda così: «Nessuno avrà rimpianti per come questa faccenda è andata a finire». Mister Capello invece ha deciso di lasciare la panchina della nazionale dando persino dell’ipocrita all’Inghilterra tutta, rea di processi sommari a suo dire. Gatta ci cova…Mister Capello era arrivato a Londra forte dei successi sulle piazze di Milano (andata e ritorno), Roma, Torino e Madrid (a/r). Il suo stesso atteggiamento scorbutico passava per una mourinhata. Cioè: sono forte, vinco ovunque vada e quindi non sono tenuto alla simpatia. Per carità, la simpatia proprio no. Tanto che a Roma lo scuoierebbero vivo; alla Juve non è arrivato per volere di Gianni Agnelli e Giampiero Boniperti; il Real non lo riprenderebbe mai (ha preferito l’antipatico originale, che poi forse è simpatico) e al Milan potrebbe tornare più in quanto berlusconiano di ferro che per reali convinzioni o amore reciproco. Insomma un curriculum personale che non ha niente da invidiare a quello sportivo. Anzi. E ora che anche i giocatori e i dirigenti di Sua Maestà, davanti alla molto probabile ipotesi di un campionato europeo poco esaltante, cominciavano a lasciar intendere che la (love?) story sarebbe finita, Capello che fa? Se ne va, accusa e cerca il pretesto per uscire di scena per ragioni morali e non per demeriti sportivi come la storia di questi quattro anni a Londra avrebbero decretato. E decreterà. La differenza: a Londra scoppiano dalla gioia ma rilasciano dichiarazioni moderate e concilianti, Capello si erge a novello Robespierre. È credibile? Oppure è una ragione in più per essere anglomani. E impenitenti? A Fab Day For England…and for me.

Andrea Di Gennaro

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La mia difesa a spada tratta di Fabio Capello si basa su plurimi motivi, molti assolutamente lontani da un qualsiasi tipo di ragionamento maturo e compassato e proprio per questo estremamente validi e insindacabili. Patriottismo, bastian-contrarismo, testardaggine. Poi c’è il garantismo e ci sono i valori sportivi e il calcio di una volta e il buonsenso. I valori sportivi mi rendono, superfluo pure dirlo, ostile a qualsiasi tipo di “discriminazione razziale o territoriale” (per dirla come lo speaker di San Siro), ivi incluso il gergo forse utilizzato da John Terry nei confronti di Anton Ferdinand. Ma, mischiati con l’amore per il calcio di una volta, rendono anche insopportabile l’idea di portare in tribunale un giocatore per averne insultato un altro. Non si tratta di omicidio, rapina a mano armata, truffa, furto con scasso: cosa può fare un tribunale, in mancanza di indizi materiali e prove fisiche? Non era più semplice, per la bacchettona FA, multare l’ormai ex capitano e tanti saluti? Se poi le scuse non sarebbero arrivate allora beh, vorrà dire che Terry avrà una mano in meno da stringere dopo quella di Bridge. In Premier League di questo passo non si stringerà la mano più nessuno (anche i bambini ormai hanno preso l’abitudine), ma a chi interessano i cerimoniali d’altronde? Poi c’è il garantismo, invocato da Capello stesso. Volete fare il processo? Fatelo, ma la fascia di capitano rimarrà a J.T. fino alla decisione dell’albocrinito giudice. Il buonsenso mi porta poi a trovare assurda la decisione della federazione di passare sopra l’autorità del manager per un capriccio da signorine. In “fuckin’ black cunt” (e non “negro di merda”) il termine black è aggettivo. L’insulto razziale, insomma, dove starebbe? Non significa questo sminuire l’importanza della lotta al razzismo, ma l’Inghilterra è un paese abbastanza civile per passare sopra a questi bisticci, valutare all’unanimità o quasi che Terry si è comportato comunque da cretino fatto e finito e tante grazie. Non nascerà una sezione del KKK intitolata a John Terry. E invece no, a loro (gli inglesi) proprio di avere un allenatore straniero non andava giù. Dopo aver massacrato Eriksson hanno voluto buttar giù dalla torre anche Capello, quello che li ha portati all’Europeo come si porta qualcuno a fare una passeggiata, quello che stava per mettere la Germania sotto di tre goal in Sud Africa se l’arbitro avesse fatto il suo lavoro per bene (e no, non sono minuzie). D’altronde se la Regina non vede un trofeo dal ’66 un qualche motivo ci sarà, sarà mica sempre colpa del mister. Che ci provi Redknapp, allora, a vincere una competizione con un parco punte formato da Bothroyd e Heskey, con un Lampard leone a Stamford Bridge e pecora se portato in un Wembley qualsiasi, con a difendere i pali una statuetta da Subbuteo senza nemmeno il manico verde per poterla muovere. E in ultimo c’è il patriottismo, quello che mi fa dire, al cospetto del mondo estasiato dal giovanotto di Setubal, che il Mourinho italiano c’è, si chiama Don Fabio, ed è pure più bravo. La storia lo dice, gli inglesi lo ignorano. Buona fortuna allora, non ci saranno sempre dei maradona di turno a farvi recriminare per un secolo passato in sordina.

Davide Coppo

 

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