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Calcio alle mandorle

I nuovi oligarchi cinesi provano a rilanciare il football mandarino. Ma basteranno gli scarti dell'Europa?

Avevamo appena finito di parlare dei nuovi ricchi russi – ormai ci abbiamo fatto l’abitudine, agli oligarchi à la Abramovič -, stavamo scrutando il panorama del Calcio Che Conta – europeo, of course – in attesa di sapere quale sarebbe stata la prossima squadra a venire rilevata da uno sceicco, che arrivano i ricchi nuovissimi, così nuovi che sono pure un po’ acerbi ancora. Se il magnate del Chelski è riuscito a riportare i blues sul tetto d’Inghilterra (leggenda vuole che abbia scelto di comprare i londinesi soltanto perché, sorvolando la città, gli piacque Stamford Bridge), se Mansour si diverte nel mercato estivo come Macaulay Culkin in Richie Rich, se Suleyman Kerimov ha regalato al suo Anzhi nientemeno che Roberto Carlos ed Eto’o, l’ultimo arrivato nello speciale club, Jun Zhu ovvero il presidente degli Shangai Shenhua F.C., si è assicurato tre anni di prestazioni di Nicolas Anelka.

Il 32enne francese ribelle, catastrofico flop a soli vent’anni al Real Madrid, non è certo il primo Marco Polo a esplorare la terra dei fiumi Giallo e Azzurro: prima di lui Gazza Gascoigne, ma anche il nostrano pretino neo-sindacalista Damiano Tommasi. Nessuno, però, aveva speso come Jun Zhu – proprietario della The9 Ltd., ricchissimo unico distributore di World of Warcraft in Cina -, che assicurerà ad Anelka (aka Abdul-Salam Bilal, da quando nel 2004 scelse di seguire la strada di Cat Stevens) uno stipendio di circa 230 000 euro settimanali. Altri rumors accostano allo Shenhua i nomi di Didier Drogba per l’attacco e Jean Tigana per la panchina. Tutto pronto per portare lo “scudetto a mandorla” a Shangai, dopo l’undicesimo posto dello scorso campionato? Forse no. I campioni del Guangzhou Evergrande hanno, anche loro, il portafogli facile: il semi sconosciuto argentino Darío Conca venne pagato, lo scorso anno, 8 milioni, con uno stipendio mensile di quasi 900 000 euro. Il compagno brasiliano Muriqui venne pagato invece 7,5 milioni l’anno precedente, prelavato dall’Atletico Mineiro dopo che aveva cambiato, in sei anni, dieci maglie.

Nuovi ricchi per rilanciare il calcio cinese? Certo i soldi lo permetterebbero, o di certo aiuterebbero. La competitività della lega e il lustro, più probabilmente, remerebbero ancora contro. Inutili i paragoni con la Major League Soccer, per le evidenti divergenze civili e commerciali tra i due paesi. Ma. L’economia cinese, dal 1978 a oggi, è cresciuta a un ritmo annuale del nove per cento circa. Un dato impressionante. Eppure, nonostante ciò (e nonostante il fatto che, in paesi comunisti come la Urss staliniana, gli sport erano la più potente arma del soft power) la prima lega professionistica cinese nacque solamente nel 1994. E come la stessa ex-Urss-ora-Russia insegna, un paese che si arricchisce a certi ritmi è un paese con un rischio corruzione elevatissimo. E la bolla è esplosa nel 2009, coinvolgendo anche i già citati Guangzhou Evergrande, retrocessi nella Serie B mandarina. Altro punto importante è il dato riguardante gli spettatori, o lo “share”: molte partite di campionato si giocano in stadi pressoché deserti, e la lega più seguita, grazie anche al grande network CCTV-5, è quella inglese, seguita a ruota dalla Liga, la Serie A e la Bundesliga. La stessa rete televisiva, fino a due anni or sono, non trasmetteva in diretta i match della prima divisione cinese.

Il livello internazionale del paese, poi, è deprimente: qualificatosi una sola volta ai campionati mondiali (con Bora Milutinovic come allenatore), persero tutte le partite con un passivo di 9 goal subiti e zero realizzati. Nel 2008 la nazionale subì una dura contestazione dopo una sconfitta con il Qatar, un paese con circa mezzo milione di abitanti, contro il miliardo e mezzo cinese.
Insomma, oltre ai ricchi, agli Anelka, ai misconosciuti funamboli carioca, ci vuole ben altro. Una radicale riforma nelle istituzioni? Sicuramente. E pazienza se il popolo di Hu Jintao reclama ancora di aver inventato, sotto la dinastia Hai, nel 210 a.C. circa, il glorioso Football: una diffusa barzelletta mandarina conferma l’attuale, inevitabile (non ce ne vogliano i Tommasi e i Darío Conca del caso) destino del calcio cinese. «Ci sono soltanto due cose che impediscono ai giocatori cinesi di farsi strada fuori dall’Asia nei campionati internazionali: il loro piede sinistro e il loro piede destro».

 

Photo: Peter Parks/AFP/Getty Images

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