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Cosa spinge le persone a inventarsi bufale dopo una tragedia?

La strage di Las Vegas ha confermato che la cronaca nera alimenta le fake news: questioni di tornaconto economico, ma anche di come siamo fatti.

La sera del primo ottobre cinquantotto persone, tra uomini e donne, giovani e vecchi, sono state massacrate a un concerto country al complesso Mandalay Bay di Las Vegas: l’uomo che li ha uccisi, sparando dall’alto, appostato in una camera dell’albergo del resort, ha aperto il fuoco per ben dieci minuti consecutivi, tra le 10:05 e le 10:15 dell’ora locale. Poco prima delle 11:30 la polizia ha trovato il corpo senza vita dell’autore della strage, che si era sparato prima che lo arrestassero. Poco dopo l’una di notte è cominciato a rimbalzare sui social network l’appello, disperato, di una madre: «Non riesco a rintracciare mia figlia al Mandalay Bay. Per favore ritwittate, sono molto preoccupata, qui sotto una foto recente: Taylor Joshuas, 14 anni», scriveva su Twitter una tale @winterr, nessun altro nome associato all’account, un fumetto giapponese per avatar. Il testo, parzialmente scritto in caps lock, era accompagnato dalla fotografia di un’adolescente graziosa con gli occhiali. Quel profilo oggi è stato cancellato: s’è scoperto che non c’era nessuna Taylor dispersa a Las Vegas, l’immagine era presa dal profilo di una ragazzina che non era né dispersa né a Las Vegas. Chiunque si nascondesse dietro quell’account si era inventato/a tutto di sana pianta. Ma perché?

Il tweet sulla ragazza scomparsa non è certo l’unica bufala disseminata di proposito dopo la strage. Per esempio c’è quella storia dell’utente di 4chan che ha messo in giro, cioè online, la voce che l’autore della strage fosse un tale Geary Danley, «tesserato del Partito democratico», balla totale, perché come tutti sanno il nome dello stragista è Stephen Paddock, che non risulta fosse iscritto ad alcun partito ma anche se fosse cosa c’entra (il nome di Danley era saltato fuori perché era l’ex marito della fidanzata di Paddock, che ha mantenuto il cognome da sposata): di questo, probabilmente, avrete sentito parlare perché la notizia falsa è rimbalzata su qualche sito d’informazione e, soprattutto, per un certo periodo era in cima alle ricerche di Google; se n’è parlato molto perché il motore di ricerca è stato accusato, insieme a Facebook, di avere favorito la diffusione di fake news. Altri s’erano inventati che lo stragista fosse un giovanotto recentemente convertito all’Islam. Abbondano, poi, le simulazioni di parenti, amici e fidanzati/e dispersi che ricordano le dinamiche di cui sopra, ma che hanno ottenuto meno visibilità: per chi vuole, BuzzFeed ha messo insieme una compilation di alcune delle bufale relative alla strage.

Resta da chiedersi da dove arrivino tutte queste balle, e perché. Che le fake news infestino la rete, e pure i media tradizionali, non è certo una novità; però, come è già stato fatto notare, abbondano particolarmente a ridosso delle tragedie. Cosa spinge la gente a disseminare intenzionalmente bufale su stragisti che non lo sono e vittime inesistenti? In alcuni casi le motivazioni non sono così difficili da immaginare: chi ha messo in giro le voci su un immaginario autore del massacro musulmano, probabilmente voleva alimentare un clima da scontro di civiltà, mentre chi dava la colpa a un inesistente stragista democratico, beh, voleva alimentare un clima da scontro di civiltà pure lui. Il movente, insomma, è politico, del resto lo sanno tutti che 4chan è il regno dei troll fascisti e che l’alt-right ha fatto della disinformazione un’arma.

Las Vegas vittime

In alcuni casi, poi, può esserci un tornaconto economico. Come tutti sanno, esistono siti che traggono profitto dalla disinformazione e uno di questi, racconta Jon Christian su The Outline, è Everipedia, ufficialmente una sorta di Wikipedia dedicata alle persone comuni (cosa che già di per sé solleverebbe questioni sulla privacy), in pratica un sito specializzato nel «creare articoli sbagliati su persone comuni che attirano il traffico dai motori di ricerca dopo eventi tragici». Tradotto: c’è una strage e vedo che qualcuno s’è inventato che l’autore o una delle vittime si chiama Mario Rossi, così in due secondi creo una pagina Mario Rossi, che avrà una botta di contatti perché nelle prossime ore tutti cercheranno Mario Rossi su Google. Everipedia guadagna sia dalla pubblicità che da un servizio che permette agli utenti di avere una biografia corretta e protetta da eventuali vandalismi, che sa un po’ di pizzo, però su questo Outline non approfondisce.

Ma come la mettiamo con quelli che si sono inventati i parenti dispersi su Twitter? È un’operazione che non ha alcun impatto politico, se non quello di creare un po’ di confusione, e non si capisce come qualcuno possa averci qualcosa da guadagnare, in termini di traffico o di denaro. Allora, chi glielo fa fare?

Quando ho letto della bufala di Taylor Joshuas, la prima cosa che mi è venuta in mente è stato il delitto di Garlasco. Qualcuno forse ricorderà un incidente mediatico legato a quell’episodio di cronaca nera di dieci anni fa: le due cugine di Chiara Poggi, la vittima, avevano photoshoppato una foto di se stesse, aggiungendoci Chiara, e l’avevano lasciata, insieme ai fiori, alle candele e ai bigliettini che si usano in questi casi, davanti alla casa della ragazza; quell’immagine, falsa, era finita sulle prime pagine di molti giornali, che l’avevano scambiata per vera. Quando la verità venne a galla, le cugine vennero massacrate sul web: i social media non erano quello che sono oggi, però spopolavano i meme (si diceva già meme nel 2007?), insomma i fontomontaggi delle due sventurate in posa davanti ai peggiori disastri causati dall’uomo e dalla natura. L’accusa, naturalmente, era quella di avere manipolato la foto e averla lasciata in bella vista con l’idea precisa di attirare l’attenzione su di sé, sfruttando la brutta fine della cugina per avere un quarto d’ora di celebrità: le due erano molto carine, lo sapevano e potevano immaginare che la stampa avrebbe sfruttato quella foto.

Una storia di piccineria umana, più che di fake news. Però mi domando se quell’incidente, che risale all’era pre-disruption, così apolitico e locale nella sua natura, non racconti qualcosa anche di quello che sta accadendo oggi. Ponendosi la stessa domanda che mi pongo io, e cioè perché la gente dissemina balle ogni volta che c’è una tragedia collettiva, Stassa Edwards di Jezebel ipotizzava che forse, nella loro logica malata, i troll vogliono dimostrare quanto distorto sia il meccanismo in cui rimbalzano le notizie: metto in giro bufale per dimostrare quanto sia facile mettere in giro le bufale, la colpa è del sistema, non è mia. Persino le fake news sui parenti dispersi, aggiunge, hanno una valenza politica, perché ci fanno capire che esiste una gerarchia anche nella morte e nel dolore, che sono le cose che dovrebbero renderci tutti uguali; così la fotografia di una ragazzina bianca genera più apprensione (e retweet) di quella di un afroamericano adulto: certe vittime sono più uguali delle altre.

Vittime di Las Vegas

Quando fa notare che la disinformazione su Las Vegas ha messo in luce quanto sia fragile il rapporto tra i social network e la realtà fattuale, Edwards ha ragione. Poi è difficile darle torto quando sostiene che il successo della bufala sulla bella ragazza bianca scomparsa, se paragonato al non successo di altre bufale sui dispersi, ci dice qualcosa sui nostri doppi standard. Però, ecco, l’impressione è che tenda a sopravvalutare la coscienza politica dei troll. E se volessero soltanto attirare attenzione su di sé? So che è di una banalità sconcertante, ma spesso le cose banali sono anche vere. La gente fa cose davvero assurde pur di avere l’illusione di contare qualcosa, e non ha grandi remore a sfruttare le disgrazie altrui come scorciatoia. A volte questo avviene in modo innocuo, altre in maniera criminosa. Mai sentito parlare di sindrome di Münchhausen per procura? È un disturbo mentale che spinge le persone, in genere le madri di bambini piccoli, a fare ammalare un loro caro, in genere il figlio o la figlia, per estorcere la compassione altrui. Quelli, certo, sono casi estremi, però la tentazione di dirottare su di noi l’attenzione rivolta al dolore altrui è più diffusa di quanto non si tenderebbe a pensare.

È qualcosa che abbiamo fatto tutti da bambini, quando nostro fratello si sbucciava il ginocchio e noi c’inventavamo qualcosa perché la mamma si occupasse anche di noi, guarda sono caduto anche io. Ed è qualcosa che fanno ancora molti adulti. C’è questo video, girato da College Humor, che rende bene l’idea. In “The girl who makes every disaster about her” c’è una ragazza che, a ogni notizia tragica del momento, ha sempre un aneddoto che parla di lei («C’è stato un disastro aereo a Parigi», «Ommioddio, ero a Parigi, potevo essere io»; «È morto Robin Williams», «Robin ed io eravamo così amici, una volta ho visto la sua schiena a un diner dell’Iowa») così i colleghi, o per lo meno i colleghi meno irritabili, la devono consolare. Anzi, già che c’è, la ragazza che fa di ogni disastro una cosa che la riguarda grida il suo dolore anche sui social network, cambiando le foto dei profili e creando hashtag.

Chi non ha un amico, o un’amica, così? È un modo di fare irritante, e nulla di più, che però riflette, in piccolo, la stessa strategia di chi s’inventa bufale che lo leghino a una tragedia, photoshoppando immagini di se stesso di fianco a una vittima, o inventandosi una vittima imparentata. I troll hanno anche il privilegio di poterlo fare in forma anonima: il loro nome non apparirà sui giornali, però ottengono migliaia di retweet, scatenano un putiferio e mentre si guardano allo specchio possono dirsi “sono stato io”, e tutto questo senza rischiare linciaggi come quelli delle cugine di Garlasco. Minimo rischio, massima resa.

Foto Getty: Un memoriale per le vittime composto da 58 croci bianche
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