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Brasile 2014: la vittoria dell’austerità

A un mese dalla fine dei Mondiali un paper dell'Istituto Bruno Leoni spiega, a mente fredda e con molti numeri, che cosa hanno lasciato in termini di impatto economico. Brasile 2014 e i conti del pallone globale.

Pubblichiamo un estratto del paper di Massimiliano Trovato concernente i lasciti economici del Mondiale di calcio svoltosi in Brasile. È vero che queste kermesse rilanciano l’economia nazionale di un paese? Qualche studio per capire di più di cattedrali nel deserto e feel-good effect.

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La tendenza non è nuova: l’utilizzo di strumenti statistici ed econometrici per l’analisi dei fenomeni sportivi; è l’era della sabermetrica o, per i non iniziati, l’era di Moneyball.  Non sorprende, dunque, che, in occasione del Campionato del mondo, gli economisti pallonari si siano sforzati di predire l’esito degli incontri. Al tema si sono dedicati, per citare solo tre esercizi, gli analisti di Goldman Sachs e Unicredit,  nonché Luciano Canova e Andrea De Capitani su LaVoce.info. Quest’attenzione ai risultati sportivi non ha, però, trovato corrispondenza nell’analisi dell’impatto della rassegna iridata sull’economia brasiliana. Invero, la letteratura sull’argomento è tradizionalmente piuttosto scarna, a differenza di quanto possa dirsi a proposito dell’unico evento comparabile per visibilità e rilevanza sociale: i Giochi olimpici.

In un precedente lavoro abbiamo cercato di riassumere i risultati di quella linea di ricerca, cogliendo lo spunto da un bilancio di Londra 2012 e dalla paventata candidatura di Roma 2024, dopo l’aborto di Roma 2020.  In quelle pagine sottolineavamo come la maggioranza degli studiosi concordasse, nonostante le inevitabili divergenze, sulla seguente conclusione: le Olimpiadi hanno per il paese ospitante un impatto economico trascurabile, nel migliore dei casi, e spesso apertamente negativo.

Naturalmente si tratta di valutazioni non esenti da una certa componente arbitraria: se le spese possono essere ricostruite con buona precisione, la misura del ritorno sull’investimento richiede un’opera attenta e pur sempre opinabile di controllo delle variabili, per non tradursi in un grossolano post hoc propter hoc; quella, inoltre, dev’essere comunque rapportata al costo opportunità degli investimenti alternativi, il che inserisce un’ulteriore livello di complessità nell’analisi. Si tratta, cioè, di svolgere una vera e propria analisi costi-benefici e non una mera valutazione d’impatto.

Tuttavia l’argomento di fondo convince ed è agevolmente verificabile nei suoi snodi fondamentali: i dossier di candidatura propongono piani d’investimenti grandiosi, sottostimano con regolarità assoluta le spese richieste e adottano assunzioni molto generose sulla ricaduta di tali esborsi.  Questi “errori” di valutazione hanno il duplice effetto di persuadere i decisori della bontà del progetto e di limitare le resistenze dell’opinione pubblica. Ciò che tiene in piedi l’edificio è, da un lato, il potere monopolistico di chi assegna l’organizzazione della manifestazione (il Cio e la Fifa, rispettivamente); dall’altro, la divaricazione tra chi ne trae beneficio (i politici che possono rivendicare l’iniziativa e i soggetti economici che saranno coinvolti nella sua preparazione) e chi ne sostiene i costi (i con-tribuenti). L’unione di queste due forze, spesso tacciate di cementarsi attraverso meccanismi opachi e ai limiti del legale, assicura continuità a un approccio ai grandi eventi sportivi non solo inefficiente, ma a tutti gli effetti insostenibile. Da questo punto di vista, le differenze tra Campionato del mondo e Olimpiadi sono marginali. L’impegno complessivo per chi organizzi i primi sarà tendenzialmente minore perché l’evento ha un calendario meno congestionato e perché il numero e l’entità delle delegazioni partecipanti non sono paragonabili. Inoltre, si potrebbe a prima vista ritenere meno rilevante il rischio di produrre cattedrali nel deserto: una cosa è trovare un utilizzo duraturo a uno stadio, un’altra garantirlo a un trampolino per il salto con gli sci. A ben vedere, questa conclusione va smorzata: uno stadio mal fatto o eretto nel luogo sbagliato può comportare lo spreco di risorse assai ingenti. Lo sappiamo bene in Italia: in previsione dei Mondiali del ’90 vennero edificati ex novo due stadi: il Delle Alpi di Torino, che fu demolito dopo nemmeno vent’anni (sulle sue ceneri sorge oggi lo Juventus Stadium); e il San Nicola di Bari, l’astronave disegnata da Renzo Piano, che oggi perde pezzi nonostante i 140 milioni di euro spesi complessivamente per la costruzione e la manutenzione – mentre il Comune, proprietario dell’impianto, si guarda bene dallo stanziare i 15 milioni richiesti per le necessarie riparazioni.

Un altro potenziale elemento di distinzione risiede nel fatto che le Olimpiadi siano assegnate a una singola città, mentre i Mondiali prevedono il coinvolgimento dell’intero paese ospitante. Ciò può implicare una più razionale suddivisione degli investimenti nelle infrastrutture sportive, ma richiede un maggior impegno di adeguamento delle infrastrutture di trasporto. Ciò si è reso particolarmente evidente in occasione del Mondiale brasiliano, considerate le dimensioni del paese, la sua conformazione geografica, le caratteristiche dei suoi centri urbani. L’Economist ha calcolato l’entità dei trasferimenti imposti alle 32 squadre partecipanti per disputare le tre partite della fase a gironi: per Messico, Italia e Stati Uniti si parlava di circa 14.000 km, grosso modo la distanza che separa Van-couver da Nairobi. E l’adeguamento richiesto dovrebbe riguardare anche il trasporto locale, così da garantire i collegamenti agli stadi e, più in generale, da gestire senza disagi l’auspicato afflusso turi-stico.

A prescindere da queste specificità, dunque, i ragionamenti economici sui grandi eventi sportivi sembrano convergere; ciò è confermato dall’evidenza empirica raccolta nei limitati studi specifica-mente rivolti ai Mondiali. Stefan Szymanski, per esempio, ha analizzato i dati delle prime venti economie del mondo nel periodo 1972-2002, così includendo i paesi che hanno ospitato la manife-stazione nel 1974 (Germania Ovest), 1978 (Argentina), 1982 (Spagna), 1986 (Messico), 1990 (Italia), 1994 (Stati Uniti), 1998 (Francia). L’analisi è dichiaratamente elementare, ma rileva che l’impatto dell’organizzazione sulla crescita economica durante l’anno della manifestazione è negativo e statisticamente significativo. Le ricerche dedicate a singole edizioni dei Mondiali sembrano confermare tale intuizione. Nel primo studio in tal senso, Robert Baade e Victor Matheson si sono soffermati sui Mondiali statunitensi del 1994, rilevando come nove delle tredici aree municipali coinvolte abbiano fatto registrare un risultato economico negativo – la perdita complessiva è stimata in 9,3 miliardi di dollari.  Florian Hagn e Wolfgang Maennig hanno ottenuto risultati comparabili con riferimento ai Mondiali tedeschi del 1974, escludendo qualsiasi influenza positiva sull’occupazione nel breve o lungo termine.  Arne Feddersen e Wolfgang Maennig hanno misurato l’impatto dei Mondiali del 2006 – essi pure tenutisi in Germania – con specifico riguardo al settore alberghiero e della ristorazione, uno degli ambiti che maggiormente dovrebbero beneficiare dell’organizzazione di un grande evento. L’effetto rilevato è la creazione di circa 2600 posti di lavoro nel secondo trimestre dell’anno, il che pare confermare non solo che non si possono individuare effetti di lungo termine e per l’economia nel suo complesso, bensì che persino gli effetti nel breve termine e per particolari comparti industriali sono limitati.

Quest’edizione, con una spesa complessiva stimata tra gli 11 e i 14 miliardi di dollari, è stata di gran lunga la più costosa della storia – primato, peraltro, già minacciato da Russia 2018 e Qatar 2022.

Non ci sono molte ragioni per ritenere che il Mondiale brasiliano possa discostarsi da questa tendenza. In primo luogo, per l’entità dell’impegno finanziario: quest’edizione, con una spesa complessiva stimata tra gli 11 e i 14 miliardi di dollari, è stata di gran lunga la più costosa della storia – primato, peraltro, già minacciato da Russia 2018 e Qatar 2022. Gli stadi sono stati, naturalmente, la posta più caratterizzante. Christopher Gaffney, professore di geografia in visita all’Universidade Federal Fluminense e attivista del Comitê Popular da Copa e Olimpíada, ha tracciato dal 2009 l’evoluzione delle spese di costruzione e ammodernamento degli impianti selezionati per la Coppa del mondo.  Il primo elemento da rilevare è la scarsa trasparenza che circonda gli investimenti del governo federale e delle amministrazioni statali e cittadine, impedendo una ricognizione univoca. La più recente quantificazione basata su dati ufficiali parla di un esborso complessivo di 3,6 miliardi di dollari; secondo Gaffney, una valutazione più realistica porterebbe il conto a 4,1 miliardi. Considerando una previsione iniziale di spesa di poco inferiore ai 2 miliardi, l’aumento dei costi si attesta tra l’80% e il 110%. Nella tabella seguente, i costi stimati ed effettivi degli stadi di Brasile 2014.


Dati in milioni di dollari. Costi stimati aggiornati al 2009 e costi effettivi aggiornati al giugno 2014.

Il grande sforzo organizzativo non ha evitato intoppi. L’Itaquerão, lo stadio del Corinthians designato per ospitare l’incontro inaugurale tra Brasile e Croazia, è stato ultimato con un ritardo tale da precluderne il collaudo integrale prima della manifestazione: l’unica partita ospitata si è giocata alla presenza di 40.000 spettatori, poco più della metà della capacità prevista, e solo a 5.000 tifosi è stato permesso di accedere alle tribune temporanee. È costato 459 milioni di dollari – e, incidentalmente, la vita di tre operai. Abbondano anche i dubbi sulla lungimiranza di tali investimenti e sulle potenzialità di utilizzo di molti dei dodici impianti oltre i Mondiali (o, per quelli interessati, oltre le Olimpiadi di Rio 2016). L’Arena da Amazônia di Manaus, per esempio, è un caso da manuale di cattedrale nel deserto. La città sorge nel mezzo della foresta amazzonica, nell’area nord-occidentale del paese, a quasi 3.000 km da San Paolo e Rio de Janeiro. La principale squadra locale, il Nacional, partecipa alla quarta divisione. Appare difficile immaginare un qualsiasi impiego duraturo nella sua forma attuale, tanto che si è persino proposto di farne un penitenziario. Il problema della gestione della legacy è grave e pervasivo: solo sei delle dodici città toccate dal Mondiale sono rappresentate nella prima divisione brasiliana.

L’investimento in infrastrutture generiche, in contrapposizione a quelle sportive, è tipicamente considerato come una dei vantaggi connessi all’organizzazione dei grandi eventi: si ritiene che esso andrà a beneficio della popolazione residente, oltretutto con un effetto di lunga durata. Tuttavia, sotto entrambi i profili dei trasporti di distanza e dei trasporti locali, l’impegno del governo brasiliano non ha rispettato le aspettative iniziali. Solo trentasei delle novantatré opere previste sono state completate: delle rimanenti, alcune sono in grave ritardo sulla tabella di marcia – il nuovo terminal dell’aeroporto di Fortaleza non sarà pronto prima del 2017 – ma molte sono state cancellate – tra queste, le monorotaie di Manaus e San Paolo e la metropolitana di Belo Horizonte. Rilevantissimi sono, inoltre, i costi operativi, tra cui spiccano quelli per la sicurezza, per la quale sono stati stanziati 798 milioni di dollari e impiegati 170.000 uomini.

Più fumosa, come dicevamo, l’indagine sui benefici. Nel 2010, Ernst Young ha diffuso stime fantasmagoriche, ipotizzando che i Mondiali avrebbero garantito all’economia brasiliana una ricaduta complessiva di 63 miliardi di dollari, con un incremento del prodotto interno lordo pari al 2,2%, e generato 3,63 milioni di posti di lavoro l’anno nel periodo 2010-2014.  Una recente ricerca di Euler Hermes ha ridotto l’impatto sul prodotto interno lordo allo 0,2% nel 2014 e quello sull’occupazione a circa 700.000 posti di lavoro complessivi nel periodo 2009-2014, rilevando peraltro un contributo consistente e sostenuto nel tempo all’inflazione. Alcuni autori sostengono l’opportunità d’investire nei grandi eventi sportivi non per inseguire un mitologico impulso all’economia, bensì in funzione del feel-good effect, un aumento del livello di felicità sovente testimoniato dalle popolazioni dei paesi ospitanti. Si tratta di un argomento molto diverso e non immune da difficoltà metodologiche. Anche questa strada, però, pare condurre a conclusioni pessimistiche con riguardo al Mondiale brasiliano. In apparente contraddizione con la popolarità del calcio nel paese, la manifestazione è stata preceduta e accompagnata da intense proteste, che hanno messo in evidenza gli ingenti costi sociali connessi all’organizzazione – basti pensare alle almeno 250.000 persone rimosse dalle proprie abitazioni per far spazio agli impianti.

Parafrasando Lineker, potremmo evidenziare un’altra regolarità: il Mondiale è quella manifestazione in cui i paesi ospitanti investono miliardi e alla fine incassa la Fifa.

I sondaggi confermano che non si è trattato di frange isolate. I favorevoli alla manifestazione sono scesi dal 79% del 2008 al 48% dello scorso aprile; nello stesso periodo i contrari sono passati dal 10% al 41%. Il 55% dei brasiliani riteneva che il costo dei Mondiali ne avrebbe superato i benefici; e, secondo un’altra rilevazione, la maggior parte degli intervistati affermava che le somme destinate all’evento sarebbero state meglio investite in altri programmi, come l’istruzione e la sanità. C’è da scommettere che tali numeri siano peggiorati ulteriormente in seguito alla bruciante eliminazione dei verdeoro. Il quadro precario del paese ospitante stride fortemente con l’innegabile salute di cui gode la Fifa. Nel 2013, l’organo di governo del calcio mondiale ha registrato ricavi per 1,4 miliardi di dollari e utili per 72 milioni, con un incremento delle riserve a 1,4 miliardi di dollari. Il budget per il qua-driennio 2015-2018 toccherà i 5 miliardi di dollari – un aumento di quasi venti volte in vent’anni, rispetto ai 257 milioni del ciclo 1995-1998. Il tutto a dispetto delle accuse di corruzione, della preoccupazione degli sponsor, degli attacchi dei media – il New York Times si è chiesto se il calcio abbia bisogno della Fifa. Secondo Gary Lineker, celebre attaccante inglese degli anni ’80, il calcio è il gioco in cui «ventidue uomini inseguono la palla per 90 minuti e alla fine vincono i tedeschi». Parafrasandolo, potremmo evidenziare un’altra regolarità: il Mondiale è quella manifestazione in cui i paesi ospitanti investono miliardi e alla fine incassa la Fifa. Come superare questa situazione? Una proposta originale è giunta dall’Economist: quella di assegnare alla squadra vincente il diritto di ospitare il secondo Mondiale successivo all’affermazione, diritto che il paese in questione potrebbe anche cedere al miglior offerente. In questo caso si potrebbe limitare il potere d’intermediazione della Fifa, con la sua aura di malcostume, ma non necessariamente si ridurrebbe l’entità degli investimenti. Occorre, allora, rifarsi al risultato del campo e spe-rare che la vittoria della Germania faccia scuola: insegnando una maggior disciplina non solo tattica, ma anche finanziaria.

 

Nell’immagine in evidenza: veduta dell’Arena Amazonia di Manaus durante Inghilterra-Italia, 14 giugno 2014 (Warren Little/Getty Images).

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