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Book of Mormon

Dopo South Park, Trey Parker e Matt Stone tornano con un musical. Che prende in giro i missionari mormoni, eppure ai mormoni piace parecchio.

Arriva un momento, nella vita di ogni giovane mormone, in cui si è chiamati ad agire.

La Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni richiede – ma non impone – ai membri (maschi) della propria congregazione di recarsi, per due anni o diciotto mesi, in un angolo di mondo prestabilito e diffondere il messaggio della propria Chiesa.
Ogni giovane mormone è accompagnato da un secondo giovane mormone e, per la durata della missione, i due sono invitati a non trovarsi mai a una distanza che impedirebbe all’uno di sentire la voce del compagno.

[Una parentesi personale: la presenza dei giovani mormoni ha segnato ormonalmente la mia adolescenza; ogni anno, di primavera – quella stessa primavera che vedeva i protagonisti di Bambi cresciuti e inebriati dalla scoperta della fica – nella mia città arrivavano due nuovi giovani mormoni; erano belli, sebbene la loro bellezza scemasse di anno in anno] [Si è invitati a supporre che la loro bellezza fosse inversamente proporzionale al mio senso critico].

Elder Price ed Elder Cunningham non vengono mandati in Svezia, non vengono mandati in Francia, in Giappone, in Messico o a Orlando. Vengono mandati in Uganda. Questa è la premessa a The Book of Mormon, che è il titolo del testo sacro dei mormoni ed è anche il titolo del nuovo musical di Trey Parker e Matt Stone, meglio noti per essere i creatori e continuatori di South Park, e di Robert Lopez, già noto nel mondo del teatro musicale per aver creato Avenue Q.

Il musical ha debuttato lo scorso febbraio in Europa al Prince of Wales Theatre di Londra. Inutile specificarlo, è stato un successo. Che sia per i nove Tony Awards e il Grammy, per il seguito che South Park si è guadagnato in Gran Bretagna, o per l’ignominiosa campagna pubblicitaria strabordante di hashtag e di trascurabili post di Twitter (cari amici che magnificate l’estero: i poster pubblicitari della metropolitana di Londra sono più anziani e imbarazzanti dell’uso di Twitter da parte di Repubblica.it).

Convertire gli abitanti del villaggio a suon di Mordor, Guerre Stellari, e un adattamento della storia dei Santi degli Ultimi Giorni ai bisogni degli africani: bugia per bugia, che male c’è.

I membri della Chiesa, dalla loro, l’hanno presa nel più nobile dei modi, hanno accettato il musical come punto di partenza per offrire una nuova prospettiva ai futuri proseliti, e se ne sono impossessati per farsi pubblicità. «Avete visto lo spettacolo, ora andate a leggervi il libro» recita uno dei poster pubblicitari. Non altrettanto bene l’hanno presa i cattolici, che incitano i mormoni a «riconoscere il dileggio della fede e delle credenze Mormone (sic) che il musical gli scaglia contro» (tra i commenti a questo post, pubblicato da una donna della Chiesa ed entusiasta del musical).

Ma la reazione più soddisfacente è giunta dalle piccole facce compunte e tiratissime degli inglesi di mezza età, vestiti da sera e con la passione per il teatro musicale, al sentire il verso «Fuck you God in the ass, mouth and cunt». Cantato, in versione Hakuna Matata, da un gruppo di ugandesi con l’AIDS.
Lo spettacolo si apre con l’assegnazione delle missioni. Elder Price è un giovane religiosamente arrivista, il cui sogno è andare a diffondere il Verbo a Orlando, in Florida. Elder Cunningham è un nerd grassoccio con la tendenza a mentire. Non ha mai finito di leggere Il Libro di Mormon, ma in compenso ha letto un sacco di fantasy. Elder Price non è molto contento alla notizia che andrà in Uganda. Elder Cunningham è contento di avere finalmente trovato un migliore amico. Il villaggio, non lontano da Kampala, è flagellato da carestie, AIDS, infibulazioni e un generale sanguinario, General Butt-Fucking-Naked. Dopo un brusco periodo di assestamento e una (letterale) discesa all’inferno per Elder Price, spetterà a Elder Cunningham convertire gli abitanti del villaggio e far loro sognare Salt Lake City, a suon di Mordor, citazioni di Guerre Stellari, e un adattamento della storia dei Santi degli Ultimi Giorni ai bisogni degli africani. Bugia per bugia, che male c’è.

Checché se ne dicaSouth Park è piuttosto lontano dal flusso di incoscienza dei Griffin grazie al suo attaccamento viscerale all’attualità e grazie al processo di censura che Trey Parker (ideatore dei soggetti degli episodi) attua sistematicamente su se stesso. Eppure, quello del teatro musicale è notoriamente un territorio dotato di un pubblico verticale (è accessibile ai fan di South Park così come agli inglesi compunti) e basato su un umorismo gridato a pieni polmoni. Gli autori di una canzone nominata all’Oscar nel 1999 lo sanno bene: e così, Trey Parker allenta le redini all’autocensura e permette l’intrusione di frasi ricorrenti (il medico del villaggio ha i «vermi nello scroto», e lo ripete), facilonerie nerd (la comparsa di Yoda, uniformi della Flotta Stellare) e riferimenti al Re Leone. Il tutto, nel contesto del musical, funziona gloriosamente. La scenografia in continuo movimento lavora con i testi per creare un’atmosfera iperreale, a metà tra la nostra stereotipatissima concezione dell’Africa e l’Africa come in effetti è.

Trey Parker piace ai mormoni perché i mormoni piacciono a Trey Parker: prende di mira gli atei liberali (e Scientology) più di quanto non prenda di mira i religiosi.

Ed è sempre su questo livello che i creatori di The Book of Mormon giocano, sfottendo lo stereotipo e l’essenza reale delle cose. Ma Trey Parker piace ai mormoni perché i mormoni piacciono a Trey Parker. Quella del mormonismo è un’ossessione antica: prima di The Book of Mormon c’era l’episodio di South Park sui mormoni, prima dell’episodio di South Park c’era Orgazmo, il film del 1997 in cui un missionario mormone – interpretato da Trey Parker – diventa, per sbaglio, una stella del porno. Ma Trey Parker prende di mira gli atei liberali (e Scientology) più di quanto non prenda di mira i religiosi.

Il messaggio di The Book of Mormon, come quello dell’episodio di South Park, è chiaro, e somiglia molto al piglio sentimentale alla fine degli episodi di South Park con «Oggi ho imparato qualcosa»: credere nel Libro di Mormon equivale a credere che Gesù abbia trasformato Boba Fett in una rana prima che compisse un atto malvagio infibulando una donna mormona (sic), ma se credere nel Libro di Mormon significa essere persone decorose e dotate di una moralità, se mentire può aiutare qualcuno a migliorare la propria condizione, alla fine che male c’è.

 

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