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Blue Monday

Sentire i colori, vedere i suoni: la sinestesia è una condizione neuronale molto particolare di cui si sa ancora poco. Quello che conosciamo è qui, insieme alle esperienze di alcuni sinesteti narrate da loro.

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«Conosci la canzone Come As You Are, dei Nirvana? Dalla prima volta che l’ho ascoltata, il giro di chitarra che c’è all’inizio e che dura per tutta la canzone, beh, sa di Chinotto». Sono a Torino, seduto in un bar di piazza Vittorio Veneto, e Virginia ride un po’ imbarazzata subito dopo averlo detto. «È un po’ ridicolo, lo so. E ha anche un colore, rosso scuro, vellutato». Virginia è interessata (non si dice “affetta”) da sinestesia, che non è una figura retorica ma una particolare condizione neurologica che fa sì che le aree sensoriali non operino l’una indipendentemente dall’altra, ma comunichino, provocando l’attivazione di determinati sensi laddove non dovrebbero essere direttamente stimolati. Così capita che per Virginia le canzoni abbiano un colore, e anche un sapore. Non solo: esistono molti e diversi tipi di sinestesia, alcuni soggetti possono sentire il gusto di un volto, altri di un nome, altri ancora riescono a sentire la presenza fisica di un poligono, la sua forma e la sua consistenza e i suoi angoli, come se lo tenessero in mano o in braccio, in conseguenza di un sapore. C’è anche chi vede oggetti tridimensionali fluttuare nello spazio in seguito a note musicali o altri stimoli. Virginia ha anche creato un gruppo su Facebook per raccogliere sinesteti e studiosi. Alla community aderisce qualche centinaio di persone, ed è attraverso di essa che sono riuscito a entrare in contatto con altri sinesteti ed esperti della materia.

È stato difficile, per me, capire quello che intendeva Virginia quando mi diceva che il 7 è un maschio

La sinestesia è una scoperta molto recente nel campo della neurologia, anche se è meglio dire che è l’interesse specialistico che la medicina ufficiale ha dedicato alla sinestesia a essere recente: nonostante le prime pubblicazioni e i primi studi siano datati 1880 circa, l’ascesa nella prima metà del Novecento della corrente del Comportamentismo in psicologia ha finito per relegare “l’unione dei sensi” (questa la traduzione di syn-aisthesis, dal greco, l’esatto contrario di anestesia) a una specie di capriccio individuale, uno stato mentale, concetto particolarmente avverso ai comportamentisti. Lo studio della sinestesia è così tornato nei bassifondi della psicologia, e lì è rimasto fino agli anni Ottanta, prima di tornare in auge grazie al lavoro di, tra gli altri, Lawrence Marks, Richard Cytowic e Simon Baron-Cohen. Eppure ancora oggi, nonostante i progressi e gli strumenti e le tecnologie a disposizione della medicina, le zone d’ombra sulla sinestesia sono molte: non esiste ad esempio un dato certo sulla sua diffusione, e se da un lato ci sono teorie che parlano di un caso ogni duecento, dall’altro alcuni ne ipotizzano uno ogni venticinque mila. Il problema principale, in questo, è la diagnosi.

La sinestesia non è un disturbo propriamente detto, ma una condizione. Condiziona sì la vita dei soggetti interessati, ma non ostacola il normale compimento di attività ordinarie. Per questo molti sinesteti vivono un’intera esistenza senza conoscere la particolarità delle loro percezioni, e altri scoprono della loro situazione molto “in là” con gli anni: reputano l’associazione dei sensi un fatto normale, non ne parlano con altri, anzi le statistiche dicono che tutti si stupiscono nello scoprire che la condizione “normale” dell’essere umano non comprenda la sinestesia. O meglio: non riescono a capirlo, proprio come non riescono a capire che un 5 sia un mero concetto numerico, senza un colore e senza un gusto e senza una personalità. Così come è stato difficile, per me, capire quello che intendeva Virginia quando mi diceva che il 7 è un maschio, è molto autoritario e non è il caso di contraddirlo. È stato difficile trovare un terreno linguistico comune. Forse, ora che ci penso, è stato impossibile, o quasi.

Uno stimolo appartenente a un’area sensoriale non viene percepito soltanto dall’area sensoriale di riferimento

I termini fondamentali per capire di cosa parliamo quando parliamo di sinestesia sono due: induttore e concorrente. L’induttore rappresenta l’evento che provoca la percezione, il concorrente la percezione sensoriale indotta. Esistono casi in cui l’induttore è percettivo, ovvero avvertito come uno stimolo (è il caso di un suono, di un odore, di un sapore), e casi in cui è concettuale, ovvero soltanto pensato (è il caso dei numeri, ad esempio, o dei giorni, dei mesi, delle date storiche che attivano poi altri sensi). Una definizione di sinestesia potrebbe essere questa: un fenomeno in cui uno stimolo appartenente a una determinata area sensoriale non viene percepito soltanto dall’area sensoriale di riferimento, ma attiva percezioni anche di altre aree. Il perché accada questo non è certo ed è ancora oggetto di studio. Uno dei massimi esperti è Sean Day, presidente dell’American Synesthesia Association, che mi spiega: «La ricerca sulla sinestesia è comparabile a molti altri campi della ricerca scientifica, come l’astrofisica o la genetica: abbiamo costantemente più domande che risposte. Oggi però sappiamo con certezza alcune cose: sappiamo che è ereditaria, ad esempio. Sappiamo che le percezioni sinestetiche sono reali percezioni con una precisa corrispondenza di attività cerebrale, il che significa che non stiamo parlando di illusioni o allucinazioni. Sappiamo che il cervello di certi sinesteti ha un’architettura neuronale differente rispetto a quello dei non-sinesteti, con una differente massa di connessioni neuronali tra le diverse aree, e queste connessioni presentano una mielinazione eccessiva». La mielina (guaina mielinica), detto con parole molto poco scientifiche, è una sorta di “sciolina” dei neuroni, una massa lipidica che cresce intorno e riveste il neurone e facilita la sua attività comunicativa.

La prima immagine che mi viene in mente, e che espongo poi a Virginia, è quella di un intricato sistema di corridoi e stanze che rappresenta il cervello. Qui, alcune porte dovrebbero essere chiuse, a tenuta stagna, come accade nelle stive delle grosse navi per favorirne l’equilibrio e il perfetto galleggiamento: e invece rimangono aperte, o non perfettamente chiuse, e i suoni che dovrebbero rimanere confinati in una stanza (zona della percezione) invadono lo spazio di altre stanze. «È una buona immagine ed è una delle ipotesi», mi dice lei. «Credo che una delle teorie più plausibili sia quella di Daphne Maurer (professore di psicologia della MacMaster University, Ontario, Canada, ndA) che sostiene l’esistenza della sinestesia neonatale. Ovvero il fatto che le aree cerebrali siano alla nascita unite, e inizino a separarsi dai tre mesi di vita in poi. In sostanza siamo stati tutti sinesteti da neonati, e alcuni lo sono rimasti».

In un caffè della periferia di Verona, con la struttura ovale enorme e grigia dello stadio Bentegodi a dominare sulle basse architetture da boom edilizio circostanti e sul verde incolto che fiancheggia i marciapiedi, Rita, psicoterapeuta trentatreenne, parla di quando ha scoperto la sua sinestesia, a ventisette anni. «Ero a casa di un’amica che aveva appena avuto il primo figlio, appena rientrata dall’ospedale. Mi ha detto: il bambino si chiama Samuele. È un bel nome, le ho detto io, sa di liquirizia. Lei mi ha guardato come se fossi pazza, e io ho ripetuto: sa di liquirizia, è piacevole. Non capiva. Allora abbiamo discusso della questione, e ho capito che lei non sentiva nessun sapore. Ne ho parlato con il mio analista, e ho scoperto la sinestesia». Rita è interessata da una delle forme più diffuse, ovvero nomi e numeri provocano in lei sensazioni al senso del gusto e all’olfatto, ma ha anche una sinestesia, mi dice, più rara e di tipo tattile. Mi racconta di quando, pochi giorni fa, ha visto uno scoiattolo in un parco che correva sull’erba per cercare, probabilmente, un rifugio su un albero. «Mi ha dato fastidio» dice «sentire i passi dello scoiattolo nello stomaco, come se fosse qualcosa che corre dentro di me». A volte sente i volumi degli oggetti e delle persone che la circondano, li avverte e li percepisce. La traduzione dell’esperienza si fa difficile. Come si percepisce un avambraccio altrui, come se ne avverte il volume? «È come se avessi una mano nell’occhio» prova a spiegarmi, «e questa mano tocca le cose, le pesa, le accarezza, saggia i lati e gli angoli e il volume e il materiale. Prima, ad esempio», mi svela, «ho “sentito” il tuo viso, la consistenza». Dove, le chiedo. «Vedi, con una mano» dice prendendo un bicchiere vuoto, sollevandolo e tenendolo sul palmo aperto «posso mappare un oggetto attraverso il tatto. Però posso farlo anche senza mani. Con gli occhi».

«Mi ha detto: il bambino si chiama Samuele. È un bel nome, le ho detto io, sa di liquirizia»

Scoiattoli a parte, la sinestesia è raramente un problema per il soggetto interessato. Sean Day ha una sinestesia visiva (piuttosto rara) che gli fa vedere oggetti tridimensionali “galleggiare” nell’aria in seguito a un suono o a un sapore o a un odore. «È così da quando ho cinque anni» dice, «e adesso ne ho cinquantuno. Sono quarantacinque anni di “oggetti tridimensionali”, e non ho mai avuto problemi. Anzi sarebbe piuttosto triste se non avessi imparato a relazionarmi con la mia sinestesia dopo mezzo secolo». La sua attività con la American Synesthesia Association gli ha permesso di incontrare più di cinquemila sinesteti. Di questi, soltanto due erano in cura per tentare di alleviare la loro sinestesia, e soltanto altri due ammettevano che avrebbero preferito perderla. Ma non è possibile: la sinestesia non è reversibile, è durevole e immutabile nel tempo, anche se in determinati casi è artificialmente ricreabile. È il caso della sinestesia indotta da sostanze che alterano lo stato cerebrale, come Lsd o mescalina o ayahuasca, che però cessa nel momento in cui cessa l’effetto della droga.

Di pari passo con una ricerca scientifica che ha ancora più domande che risposte, i problemi sulla diffusione e la consapevolezza della condizione sinestetica sono presenti e in determinate aree del mondo, spesso, non da poco. «Negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito, in Australia e in Germania c’è una grande informazione» dice Sean Day. «Le cose vanno un po’ più a rilento nel resto d’Europa, ad esempio in Italia o in Spagna. Qui ci sono ancora a volte dei grossi casi di incomprensione. Il problema sono le nazioni del Sud America, dell’Africa o dell’estremo Oriente. Ogni anno ho segnalazioni di sinesteti scambiati per schizofrenici, e mi è capitato di venire a conoscenza di casi di sinestesia scambiati per possessione demoniaca. Spesso qui i bambini con sinestesia su numeri o lettere colorate vengono internati in centri psichiatrici».

Ci sono stati comportamentali che evocano rumore, e in questo caso può diventare particolarmente sgradevole avere a che fare con una persona nervosa

Oggi ci sono decine di differenti sinestesie comprovate; alcune sono estremamente diffuse, altre estremamente rare. C’è il cosiddetto udito colorato, per il quale determinati suoni, musicali o non, vengono visualizzati attraverso forme di colore (ma dove? La spiegazione più chiara che mi ha dato Virginia è stata: su una sorta di schermo interno controllato dal cosiddetto occhio della mente, inteso non come banalità new-age da insalata spirituale ma come vero e proprio computer neuronale). Queste associazioni sono involontarie, insopprimibili, immediate e non evitabili. Naturali. C’è l’associazione di una particolare emozione al gusto, o all’olfatto, o all’udito. C’è l’associazione di un suono a un movimento, come il gesto di accavallare le gambe, o incrociare le braccia. L’associazione di una personalità e di un genere, maschile o femminile o omosessuale, a un numero, un mese, un giorno della settimana. Allo stesso modo questi possono essere colorati. Ci sono sensazioni tattili. Ci sono percezioni esterne, come i poligoni che vede Sean. Ci sono stati comportamentali che evocano rumore, e in questo caso può diventare particolarmente sgradevole avere a che fare con una persona nervosa, perché potrebbe emettere un rumore forte, e fastidioso.

Ci sono, infine, eccellenti antenati e vecchi e rispettabili compagni di sinestesia. A un’impossibile cena di ritrovo di sinesteti celebri farebbe gli onori di casa Vladimir Nabokov, che nell’autobiografia Speak, memory descrive il colore (di legno rovinato) della A dell’alfabeto inglese, e il lucido ebano della A francese. Figlio di una madre sinesteta, anche lo stesso figlio di Vladimir, Dimitri Nabokov, nacque con particolari sinestesie. Oppure ci sarebbe Franz Liszt che, nominato Kappellmeister a Weimar nel 1842, pare ordinasse all’orchestra toni “più blu” o “non così rosa”, senza riuscire, inizialmente, a farsi capire. Lo studioso Francis Galton pubblicò lo studio-rivelazione Visualised Numerals soltanto trentotto anni dopo, nel 1880, e mentre scrivo questo posso soltanto immaginare le difficoltà di comunicazione incontrate da un sinesteta nel cercare un codice comunicativo comune con un non-sinesteta (e viceversa) allora. Sean Day mi informa che nei prossimi cinque anni si prevedono passi avanti enormi per la comprensione del fenomeno, grazie, tra gli altri, a un progetto internazionale coordinato dalla University of Edimburgh, e a nuovi studi ed esperimenti con la stimolazione magnetica transcranica (TMS). L’importante, dice Virginia, è pensare che la sinestesia non sia una disabilità, da un lato, e nemmeno un superpotere. Anche se sull’ultima opzione mantengo dei bonari, ragionevoli dubbi.

I nomi di Virginia e Rita sono stati sostituiti con nomi fittizi, per proteggere l’anonimato delle persone interessate. Grazie all’aiuto decisivo di Luana Donetti per la ricerca e la bibliografia.
Illustrazione di Giacomo Bagnara
Dal numero 15 di Studio
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