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Biutiful. Barcelona a occhi aperti

Leggendo le recensioni di Biutiful, l’ultimo film di Alejandro Gonzàlez Iñarritu, è inevitabile il paragone con la recente mistificazione cinematografica di Barcellona da parte di Woody Allen. Forse vi ricordate il prevedibile ritratto che il regista newyorkese ha fatto della capitale catalana nel suo dimenticabile Vicky, Christina e Barcelona: una pigra resort per americane annoiate, dove riscoprire il fuoco della passione grazie al satiro latino di turno. Non voglio dilungarmi sui paragoni, perché si tratta di due obiettivi (e non solo in termini di cinepresa) palesemente diversi: da un lato c’è una commedia in senso stretto, alla maniera di Allen, dall’altro una vera e propria tragedia, con implicazioni spirituali ed esistenziali da romanzo russo.

Prima di andare avanti, però, un po’ di trama. Javier Bardem (unico elemento in comune ai due film, a parte la location) è Uxbal, un maneggione locale che traffica in vestiti contraffatti, barcamenandosi tra cinesi e senegalesi, seminterrati e marciapiedi. Facendo da tramite tra queste piccole enclavi clandestine, ungendo ruote altrimenti incompatibili (tra cui anche cantieri e polizia locale), tiene in piedi un sistema sotterraneo che provvede ad un numero considerevole di famiglie. E non ultima la sua, che va a pezzi. Quando scopre di avere un tumore al pancreas e pochi mesi di vita, Uxbal non ha molta scelta: deve continuare a gestire il proprio mondo, a far funzionare una macchina che fa acqua da tutte le parti.

Per scrivere il film (il primo senza Guillermo Arriaga, il suo sceneggiatore di fiducia) Iñarritu c’ha messo diversi anni, facendo anche un sacco di ricerca sul posto ed impiegando attori non professionisti con passati coerenti ai propri ruoli. Nonostante questo, nel film Barcellona è presente più come una texture (le insegne, i muri colorati e scrostati, la carta da parati, le luci) che come personaggio. Per ammissione del regista, la scelta della location è stata dovuta più alla voglia di usare i muscoli recitativi di Bardem e risparmiarsi l’impiego di interpreti che altro. Insomma, Biutiful si poteva girare anche in un’altra città.

Non è però solo in opposizione al film di Allen (“Iñarritu mostra l’altra faccia di Barcellona”, “Iñarritu dipinge una Barcellona alla Scorsese” che la città del regista messicano è significativamente diversa. Mi viene in mente, su tutti, L’appartamento spagnolo. Film francese del 2002, racconta le avventure Erasmus di un giovane studente di economia che, tra un giro al Parc Guell ed una passeggiata per il Barrio Gotico, scopre la propria vocazione di scrittore e molla il futuro da ufficio al quale i genitori l’avevano destinato.

Rispetto all’incursione turistica delle Vicky e Christina americane, lo scambio Erasmus fa parte di quella mobilità istituzionalizzata che scava molto di più nel tessuto di una città eletta ad hub multiculturale. Se la Barcellona di Allen è una proiezione fittizia, quella del film di Cédric Klapisch è l’identità internazionale voluta dalle amministrazioni europee, nazionali e cittadine, le stesse che hanno trasformato la città in vista delle Olimpiadi. E l’internazionalità per elezione della città sta continuando a trasformarla, tramite ad esempio progetti come 22@Barcelona, che comprende la conversione dell’ex quartiere industriale di Poble Nou in un “distretto della conoscenza”. E dove molti dei blocchi residenziali che stanno spuntando come funghi sono riservati proprio agli studenti.

Rispetto a L’Auberge Espagnole, Biutiful racconta la multiculturalità vera, duratura ed effettiva, quella del sottobosco clandestino degli immigrati esclusi dai lussi e dalle vacanze studio degli studenti dell’Unione Europea. La globalizzazione che non produce business immobiliari, ma fastidiosi crocchi di venditori ambulanti. Non a caso, una delle scene più belle del film di Iñarritu mostra un gruppo di poliziotti rincorrere a malmenare un gruppo di africani intenti a vendere borse tarocche nel lussuoso e centralissimo Passeig de Gracia. L’inseguimento porta lo spettatore per la prima volta attraverso Placa Catalunya, la Rambla ed infine in Placa Reial, tutte location iconiche e landmark fondamentali per qualsiasi studente Erasmus che muova i primi passi in città. Tutti luoghi che poi nel film, guarda caso – non compaiono più.

Biutiful presenta un’altra faccia di Barcellona, questo sì, ma il suo pregio non sta tanto nella scelta delle location più malandate. Badalona e Santa Coloma non saranno il top, ma quanto a sozzura non è che i centralissimi Barrio Gotico o Raval siano meglio. I muri scrostati, gli appartamenti angusti e trasandati (ma con vista sul mare), che sono gran parte del fascino della città per gli studenti Erasmus, si trasformano – come in un’allucinazione – in sinistri e squallidi antri. Solo che la vita non è un’allucinazione, piuttosto lo è essere studenti Erasmus. Ed io, che sei mesi a Barcellona da studente privilegiato me li sono fatti, mi sono beccato la mia bella dose di sobrietà da Iñarritu. Il suo film celebra la stessa autenticità callejerache abbiamo visto altrove, ma il suo sguardo vede oltre i bordi della pellicola, raggiungendo condizioni umane ineludibili che trascendono anche i paradossi e le contraddizioni della globalizzazione. E, per una volta, fa di Barcellona il teatro di una pesante realtà, invece di una transitoria leggerezza.

 

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