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Better call Kafka

Lo spin-off del momento, Better Call Saul, spiegato attraverso l'analisi che Deleuze e Guattari fecero del perché Kafka, ebreo di Praga, scriveva in tedesco.

Produrre uno spin-off di discreto successo a partire da una serie Tv di enorme successo è molto difficile – mi viene in mente Frasier, spin-off di Cheers, e pochi altri, se escludiamo i vari Law & Order et similia. Il rapporto derivativo tra le due opere si fa gerarchico e il confronto impietoso. Non si può guardare uno spin-off senza ricondurlo continuamente all’originale, pratica che diventa ossessiva per i fan della serie che si sentono traditi per principio: sperano da un lato di ritrovare la grandezza precedente e, dall’altro, godono della consapevolezza che non la ritroveranno mai. Guardare uno spin-off rappresenta, per lo spettatore, la riconferma della superiorità della serie madre e questo sguardo, questo accesso allo spin-off, lo deteriora e lo rende incapace, per definizione, di raggiungere le vette già conquistate in precedenza.

Più la serie di riferimento è importante, più lo spin-off tenderà al disastro. Gli esempi sono tanti, da 90210 di Beverly Hills a Joey di Friends passando per The Cleveland Show di Family Guy e per lo storico Baywatch Nights. Tutti funzionano più o meno allo stesso modo: mantengono l’ambientazione, l’estetica e la poetica della serie originale prendendo un personaggio minore e rendendolo protagonista della narrazione. E, spesso e volentieri, vengono malissimo perché, di fatto, non sono altro che un tentativo, il più delle volte maldestro o puramente commerciale, di speculare sul successo delle serie maggiori: #sixseasonsandaspinoff.

Bene. E Better Call Saul, lo spin-off di Breaking Bad, com’è? Be’, Better Call Saul è una bomba, e non perché riesce a ricreare l’atmosfera di BB e restituircela attraverso modulazioni della sua poetica. No, BCS è una bomba proprio perché non è lo spin-off di BB. Vince Gilligan, la cui genialità evidentemente non si limita alla capacità di scrittura e inventiva, ha capito benissimo che la strada derivativa si sarebbe rivelata una dead end e ha pensato di fare qualcosa d’altro. Non un sequel e nemmeno un prequel, ché Walter White sarebbe entrato nell’empire business anche senza Saul. BCS è un’ulteriore stagione di BB in tono minore e la dinamica che si instaura tra le due serie non è gerarchica o derivativa ma di continuità. Vince Gilligan deve aver letto i pensatori francesi Gilles Deleuze e Felix Guattari, o almeno deve aver ragionato come loro, quando se l’è inventata. Ecco perché.

Deleuze e Guattari hanno scritto un libro enorme che si intitola: Kafka. Per una letteratura minore. L’idea è a suo modo semplice, ma di quelle che ti cambiano la testa per sempre, se la leggi per la prima volta a 22 anni e fai una facoltà che ti permette di bere molto vino tutte le sere: una letteratura minore non è la letteratura di una lingua minore ma quella che una minoranza fa in una lingua maggiore. Kafka era un ebreo di Praga, minoranza se ce n’è una, che scriveva in tedesco, lingua maggiore se ce n’è una. L’aggettivo «minore», in questo caso, non ha nulla a che vedere con il suo significato comune e peggiorativo. Una letteratura minore, o una serialità minore, non sono “peggio” dei corrispettivi maggiori; piuttosto sono diverse, il risultato di un’impossibilità. E allora? Allora prendi un personaggio minore, James M. McGill aka Saul Goodman, lo cali in un universo maggiore, l’Albuquerque di Breaking Bad, e vedi che cosa succede. Secondo me, succedono tre cose.

 

Deterritorializzazione

Per iniziare, Deleuze e Guattari raccontano di:

un vicolo cieco che impedisce agli Ebrei di Praga l’accesso alla scrittura e fa della loro letteratura qualcosa d’impossibile; impossibilità di non scrivere, impossibilità di scrivere in tedesco, impossibilità di scrivere in un’altra lingua.

Anche Vince Gilligan si trovava di fronte a qualcosa di impossibile, a una pratica definita proprio dalla sua triplice impossibilità: uno spin-off di Breaking Bad. Impossibile da non fare – troppo successo della serie originale e troppo divertente da scrivere; impossibile da fare – verrà per forza una cagata, come dicevamo all’inizio; impossibile pensare a una cosa completamente diversa – l’operazione perderebbe tutto il suo senso.  Come il tedesco di Praga non ha territorio, nel senso che non si dà né in una coscienza nazionale, né in una maggioranza linguistica, anche BCS si deterritorializza rispetto a BB, cambia statuto e, da drama diventa dramedy o, meglio, black comedy, che è tutta un’altra storia. Ma ci arriveremo dopo, parlando di rivoluzione.

Superamento del fatto individuale

Qualche pagina dopo, Deleuze e Guattari continuano dicendo che:

nelle grandi letterature, il fatto individuale (familiare, coniugale, ecc.) tende a congiungersi con altri fatti altrettanto individuali, mentre il contesto sociale serve soltanto da contorno e sfondo. La letteratura minore è tutta diversa: l’esiguità del suo spazio fa sì che ogni fatto individuale sia immediatamente innestato sulla politica.

Ecco qua. BB è la storia di un fatto individuale supremo, un pacato professore di chimica diventa un drug lord a discapito del contesto sociale di riferimento che ne prevede e ne sancisce, per differenza, la straordinarietà. Dinamica che poi, a pensarci, è il fondamento di tantissime grandi epiche. Se Walter White fosse stato un methhead, BB sarebbe una serie Tv totalmente irrilevante. Saul Goodman, invece, occupa molto meno spazio di WW, non è larger than life come lui ma, al contrario, è perfettamente inserito nel contesto sociale degli avvocatucci che vivono di espedienti, parassitando proprio quel contesto sociale che, invece, veniva masticato e scaracchiato via da Heisenberg. Non a caso il famoso «Say my name!» di Walter non è altro che il ribattimento dell’identità schiacciante e monadica del personaggio, mentre Saul Goodman prende il suo nome da un’espressione gergale, s’all good man, va tutto bene amico, la classica frase di chi ti dà una pacca amichevole sulla spalla mentre sta per buttartelo nel di dietro.

Kafka, che probabilmente ha visto BB da qualche parte nello spaziotempo, diceva proprio che «ciò che nell’ambito di grandi letterature si svolge in basso e costituisce una cantina non indispensabile all’edificio», la vita e l’ufficio di Saul in BB, a pensarci, «avviene qui in piena luce; ciò che là fa nascere un momentaneo affollamento, provoca qui nientemeno che una decisione di vita o di morte», come, ad esempio, quando in BCS Saul prova a fregare in pieno giorno l’abuelita di Tuco, trovandosi proprio in una situazione di vita o di morte o, nel caso specifico, in una meravigliosa trattativa sul numero di gambe da spezzare ai suoi poveri e improvvisati minion. Torna tutto, e non è strano, vista la caratura dei personaggi che stiamo scomodando.

Concatenamento collettivo dell’enunciazione

Qui la cosa diventa interessante, quando Deleuze e Guattari affermano che:

nella letteratura minore, tutto assume un valore collettivo. Infatti, proprio per la carenza, in essa, di talenti, non si danno le condizioni di una enunciazione individuata, che potrebbe essere per esempio quella dell’uno o dell’altro maestro e che potrebbe venir separata dall’enunciazione collettiva. […] La letteratura minore è affare del popolo.

Walter White è un maestro e BB è la sua completa emanazione. BB è ciò che Walter dice e fa e quello che, a cascata, ne consegue. Non c’è collettività, se non per contrapposizione, come non c’è contesto sociale, se non attraverso la sua abolizione (basti pensare all’eterogeneo terzetto Hank – Marie – Skyler). Walter funziona proprio attraverso la sua separazione dall’enunciazione collettiva, il suo essere altro, come quando, alla fine del suo arco narrativo, confessa alla moglie che «I did it for me. I liked it», l’ho fatto per me, e per nessun altro. Questa è la mia storia, non la vostra e, al contrario di voi, a me è piaciuta. Al contrario vostro, mi sono divertito.

Saul, invece, è il popolo, lo rappresenta, declina attraverso il suo personaggio la voglia di succedere dell’uomo senza particolari qualità, non tanto grazie al merito – che è appannaggio dei maestri – quanto piuttosto tramite il sotterfugio, la furbata, lo scam. Saul non è separato dall’enunciazione collettiva perché è l’enunciazione collettiva antropomorfa: l’avvocato da quattro soldi che prova a fregarti e poi la sera si dispiace di averlo fatto, bevendo gin liscio da un bicchiere di plastica. Walter invece volta le spalle alla sua categoria, quella dei professori di chimica bravi cittadini, facendola esplodere secondo le proprie regole. Ma la vera rivoluzione è sempre quella dei poveracci che vogliono affermare le proprie categorie, non negarle. La rivoluzione è propositiva. Ecco perché BCS è una serie rivoluzionaria.

Mi spiego meglio. L’aggettivo «minore», per Deleuze e Guattari, qualifica la condizione rivoluzionaria di ogni letteratura all’interno di quell’altra letteratura che prende il nome di «grande» o «maggiore». E aggiungono:

anche chi ha la sventura di nascere nel paese d’una grande letteratura deve scrivere nella propria lingua come un ebreo ceco scrive in tedesco, o come un uzbeko scrive in russo. Scrivere come un cane che fa il suo buco, come un topo che scava la sua tana. E, a tal fine, trovare il proprio punto di sotto-sviluppo, un proprio dialetto, un terzo mondo, un deserto tutto per sé.

Che è esattamente quello che fa Saul in BB: ha trovato la sua precisa collocazione, in quanto personaggio minore, nel suo buco, nella sua tana, sviluppando quell’identità minore che gli ha permesso, in seguito, di prendere chiavi in mano uno show maggiore e farci quello che vuole. E che cosa ci ha fatto, Saul, nello show maggiore, in quello show in cui ha avuto la sventura di nascere? La rivoluzione, appunto.

Proviamo a immaginarci Kafka che, da ebreo praghese, si trova a decidere come usare il tedesco. Le opzioni sono due: o farlo suo, appropriandosene arricchendolo con la propria identità culturale – ciò che fanno normalmente gli spin-off – oppure inventarsi un nuovo modo per declinarlo, a partire dalla sua estetica di riferimento. Kafka ha scelto questa via, usando la lingua tedesca di Praga così com’era, senza nessun innesto maggiore. Saul fa la stessa cosa, usa la propria estetica di riferimento: non prova ad arricchire e perpetuare la componente drama di BB, talmente potente da averla resa, di fatto, LA serie drama per eccellenza; al contrario, si inventa un nuovo modo per dire le stesse cose attraverso il suo modo di essere, senza nessun innesto maggiore. Vale a dire, la comedy. BCS è una (black) comedy, non un drama. Non prova nemmeno a essere un drama perché, se ci provasse, diventerebbe uno spin-off e rovinerebbe tutto. Il dramma è interiore, la commedia è collettiva.

«Ciò che può essere detto in una lingua non può esserlo in un’altra», dicono i nostri amici comunisti francesi. BB può essere detto come drama ma non come comedy, viceversa per BCS. Vince Gilligan è stato bravo a capirlo e a non tradire l’assunto principale dell’idea stessa di traduzione: il fatto, cioè, che è impossibile.

 

Nell’immagine in evidenza, una scena della serie
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