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Berlusconi ai tempi dell’assoluzione

Le conseguenze tutte politiche della fine del processo sul caso Ruby e i suoi effetti sulle riforme, il futuro di Forza Italia e del suo leader, e quel centrodestra in ordine sparso che ricorda molto l'unione prodiana.

A pochi giorni dalla clamorosa assoluzione di Berlusconi sul caso Ruby ci sono due questioni importanti che vale la pena di affrontare per capire quali saranno le conseguenze politiche e culturali di un’era politica che potremmo definire post-Mubarak (nel senso della nipote di). Il primo dato da centrare è culturale e non lo si può tralasciare se si vuole capire come un processo che in teoria avrebbe dovuto avere solo risvolti meramente giudiziari sia diventato – ancora – un grande caso politico.

La ragione appare molto semplice, e persino elementare, e va al di là del dettaglio sui singoli punti della sentenza di assoluzione. Se Berlusconi, nonostante abbia tra capo e collo altri imminenti provvedimenti giudiziari, esce rafforzato politicamente dall’assoluzione è perché i campioni delle manette, nel 2011, tutti, nessuno escluso, politici, giornali, centrodestra, centrosinistra, Veltroni, Fini, Bersani, Casini, e compagnia danzante, anche i meno sospettabili, scelsero di utilizzare un processo per ottenere ciò che per anni non erano riusciti a ottenere né con la battaglia elettorale né con quella parlamentare. Di Berlusconi si può pensare ciò che si vuole ma non si può non ammettere che l’inchiesta sul caso Ruby – inchiesta che come dimostrato dalla stessa procura di Milano si è rivelata fragile, con capi di imputazione che potevano convincere solo i professionisti del moralismo e con condotte personali che sono state spacciate per reati penali – è stata utilizzata in maniera ultra politica: e dunque è solo a causa di tutti coloro che avevano dato prima all’indagine e poi alla condanna un valore politico se la sentenza di assoluzione oggi assume un analogo valore di rivalsa politica (e, detto tra parentesi, non c’è nulla di più comico di tutti quei commentatori e di tutti quei politici che dopo aver passato una vita a sculacciare chi, come Berlusconi, commentava le sentenze e chi, come Berlusconi, accusava i magistrati di perseguire un fine politico, oggi sono lì pronti a sostenere che le sentenze si possono criticare, specie se riguardano un’assoluzione di Berlusconi, e sono tutti lì pronti a far intendere che i magistrati che hanno assolto Berlusconi lo hanno fatto solo per ragioni politiche, e insomma solo perché Berlusconi fa le riforme con Renzi).

Un partito composto e guidato da molti dirigenti che, Ruby o non Ruby, hanno avuto un ruolo di primo piano nei pessimi anni di governo berlusconiano

Fatta questa premessa bisogna andare al succo politico della questione, e il succo politico della questione ci dice che la linea di Berlusconi, ovvero quella del dialogo con Renzi, è una linea che esce rafforzata e che in questa fase costituisce l’unica direzione possibile per il centrodestra. Forza Italia – essendo un partito composto e guidato da molti dirigenti che hanno avuto un ruolo di primo piano nei pessimi anni di governo berlusconiano e che, Ruby o non Ruby, hanno avuto tutti delle grandi responsabilità nel fare affondare l’ultimo governo del Cav – non sarà il più credibile dei partiti al mondo quando parla di tasse da abbassare (considerando che il centrodestra non l’ha mai fatto), di riforma del lavoro da sbloccare (considerando che il centrodestra non l’ha mai fatto), di pubblica amministrazione da rivoluzionare (considerando che il centrodestra non l’ha mai fatto). Ma Berlusconi ha capito comunque che l’unico modo per far ripartire il pulsante start del centrodestra è fare una cosa che nel passato il centrosinistra non ha mai fatto: ragionare sul merito delle proposte (senato, riforma costituzionale, riforma elettorale) per essere considerati credibili nelle eventuali critiche su altri dossier (l’economia per esempio). È la vecchia e storica linea aziendalista (la dottrina Confaloneri) quella che oggi esce fuori dal megafono del centrodestra. Per Forza Italia, a parere di chi scrive, è l’unica linea possibile per non lasciare il pallino del governo e delle riforme nella mani degli Alfano e dei vecchi incatenati della sinistra. E in questa linea è giusto che abbiamo spazio anche i dissidenti e i ribelli e i non allineati – in fondo, la formula del poliziotto buono-poliziotto cattivo è una formula che  ha sempre funzionate bene dalle parti del centrodestra.

Dove può portare questa linea? Ha senso la riappacificazione con Alfano? I bacetti mandati alla Lega? Le carezze inviate alla Meloni? Certo che hanno senso. Oggi il centrodestra non avendo un leader candidabile ed essendo di fatto una grande federazione simile all’unione prodiana su quello può puntare: aggregare, aggregare, aggregare, e conquistare elettori con tutte le formule e i contenitori possibili. È una fase di contenimento, ovvio, una fase piena di mille contraddizioni (la Lega sta a Berlusconi come Bertinotti stava a Prodi), certo, una fase di catenaccio, politicamente parlando, ma é l’unica possibile. Riformare insieme e confrontarsi nel merito per non fare la figura dei vecchi tromboni della sinistra. Poi un giorno qualcuno dovrà pensare alla successione (e magari anche ai contenuti politici necessari per impostare una successione). Ma quel giorno, e Berlusconi lo sa bene, promette di essere ancora lontano nel tempo. Chi sarà il leader resta un mistero. Quale sarà il programma resta un mistero. L’unica certezza è che se il centrodestra vuole avere speranza di esistere deve fare due cose: continuare a seguire la linea aziendalista (dialogo sulle riforme, bastonate sull’economia) e rottamare quanto prima le vecchie cariatidi del centrodestra. Un rottamatore in Forza Italia non esiste. C’è solo Berlusconi. E il Cavaliere prima o poi dovrà rendersi conto che per costruire un futuro bisogna togliere di mezzo tutti coloro che in passato hanno contribuito a fare affondare la nave del centrodestra.

 

Nella foto: Silvio Berlusconi lascia in auto il centro di Cesano Boscone (Getty Images)

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