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Berlino va a Est

Secondo un sondaggio, più di un tedesco su due dichiara di «empatizzare con il punto di vista di Putin sulla Crimea». In Germania ne è nato un dibattito che vi raccontiamo.

«Putin teme che quanto avviene in Ucraina si faccia strada fino a Mosca. Nella sua prospettiva di leader che ha ereditato le proprie “lenti” dal secolo scorso ha paura che una Kiev in orbita UE finisca col corrodere il suo potere al Cremlino», mi dice un giorno Lucian Kim mentre pranziamo in un ristorante di Berlino. Lucian è un giornalista americano con sangue coreano e svizzero, ha vissuto per molti anni a Mosca, parla perfettamente il russo e scrive o ha scritto per Slate, Moscow Times, New York Times e Buzzfeed. Quando ci incontriamo è appena rientrato da un mese speso in Crimea, dove è stato tra i primi corrispondenti stranieri a giungere sul posto. A proposito della capitale ucraina aggiunge: «Se il clima non si rasserena, Kiev rischia di diventare una specie di Berlino Ovest, il confine di una tensione che potrebbe durare molto a lungo».

Se alla fine andrà effettivamente in questo modo, i corsi e i ricorsi tra Putin, Kiev e Berlino peraltro non finirebbero qui, se è vero, come sostengono numerosi analisti, che l’essersi ritrovato a fare da testimone inerme della caduta del Muro di Berlino, all’epoca in cui era un agente KGB di stanza in città, è uno dei vissuti da cui scaturiscono le “paranoie” del leader russo circa il potere persuasivo dei valori occidentali.

È quasi ironico che proprio in Germania Putin abbia raccolto i pochi – ma diciamo pure anche gli unici – sentimenti di comprensione espressi dagli occidentali nei suoi riguardi.

È quindi quantomeno ironico che proprio nel teatro di quello che Freud definirebbe l’ “evento traumatico”, Putin abbia raccolto i pochi – ma diciamo pure anche gli unici – sentimenti di comprensione espressi dagli occidentali nei suoi riguardi. È infatti dall’inizio della crisi ucraina che in proposito, nel mondo politico e culturale tedesco, si sta svolgendo una lotta intestina tra sentimenti contrastanti. Se da un lato Angela Merkel non ha mostrato reticenze a condannare l’annessione della Crimea, promettendo sanzioni in caso di ulteriori strappi, dall’altro non tutti i tedeschi paiono ugualmente a proprio agio con l’idea di allinearsi al resto dell’Occidente nello stigmatizzare in toto le mosse del Cremlino. In particolare, qualche settimana fa ha fatto sensazione il risultato di un sondaggio realizzato dal settimanale Der Spiegel, in cui alla domanda “Quanta simpatia provate per il punto di vista di Putin sulla Crimea?” ben il 40% degli interpellati ha risposto di provarne “abbastanza” (a cui va aggiunto un buon 15% che ha risposto “molta”, così che più di un intervistato su due ha de facto dichiarato di comprendere le ragioni del leader russo).

La pubblicazione del sondaggio ha immediatamente prodotto una reazione a catena di articoli, editoriali, dibattiti – alcuni apparsi proprio sullo stesso settimanale – che, partendo dalla nebulosa questione dei rapporti tra tedeschi e russi, giungevano a porsi un interrogativo ancora più generale e spinoso; ovvero: l’identità e la cultura tedesca sono davvero, fino in fondo, “occidentali” o esistono ancora i margini per parlare di un eccezionalismo tedesco, di un’eccentricità rispetto ai valori condivisi dal resto dell’Europa e dagli Stati Uniti?

Riguardo ai motivi per cui apparentemente proprio i tedeschi si sono dimostrati più comprensivi nei confronti di Putin, il dibattito ha dato risultati piuttosto approssimati, limitandosi in sostanza alla constatatazione che i rapporti tra i due popoli e paesi sono da sempre all’insegna della contraddizione o, come l’ha definito lo scrittore Ingo Schulze, di «un tiro alla fune tra profondo affetto e totale avversione». Un’ambivalenza che affonda le radici nella Storia degli ultimi tre secoli, in cui numerosissimi e talvolta tragicamente colossali sono stati gli intrecci tra i due paesi. Secondo una versione di questa ipotesi, i tedeschi si sentirebbero ancora responsabili per aver causato la morte di venti milioni di russi durante l’operazione Barbarossa, e quindi starebbero espiando in qualche modo la loro colpa mostrandosi più comprensivi del dovuto oggi con Putin. Secondo altri commentatori invece, questa interpretazione farebbe acqua da tutte le parti, dato che il sacco di Berlino, la Guerra Fredda, l’esperienza della DDR, le decine di migliaia di prigionieri di guerra  morti di fame e gelo in Siberia ancora dieci anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, dovrebbero avere efficacemente mostrato ai tedeschi di cosa sono capaci i russi. C’è poi infine chi si è appellato al fascino che esercita la cultura russa sull’animo tedesco, con tutto il suo intaccato romanticismo, con l’intenso ed estremamente idealizzato rapporto che essa intrattiene con i grandi spazi della natura, arrivando spericolatamente a supporre che, in qualche modo, i russi rappresentino per i tedeschi un popolo affine, o addirittura ciò che i tedeschi vorrebbero tornare a essere – una comunità “rurale” e più “spontanea” – ma che l’adesione alla modernità e ai valori “occidentali” non gli consente più di essere.

Si tratterebbe quindi in questo caso di un sentimento, non confessabile nemmeno a se stessi e storicamente non ancora del tutto superato, di avversione nei confronti dei valori occidentali e specialmente di quelli incarnati da Inghilterra e Stati Uniti.

Si tratterebbe quindi in questo caso di un sentimento, non confessabile nemmeno a se stessi e storicamente non ancora del tutto superato, di avversione nei confronti dei valori occidentali e specialmente di quelli incarnati da Inghilterra e Stati Uniti (il cui rapporto con l’opinione pubblica tedesca è stato ulteriormente incrinato dal recente scandalo NSA); un sentimento che agisce a un livello molto profondo della cultura tedesca in favore di una ri-negoziazione di quegli stessi valori in modo da renderli più “a misura di tedesco”; un sentimento che coglierebbe occasioni come queste per trovare sfogo. È ovviamente un tema delicatissimo, dato che sull’esaltazione dell’animo “romantico” tedesco rispetto al razionalismo anglosassone si è costruita la peggiore ideologia di tutti i tempi e, seppure lo scopo era quello di confutarla, fa comunque impressione reperire ancora oggi, in un articolo apparso nel 2014 sul più letto settimanale tedesco, una citazione dal tremendo “Considerazioni di un impolitico” di Thomas Mann: «Essere tedesco significa cultura, spirito, libertà, arte e non civilizzazione, società, diritto di voto, letteratura».

In ogni caso, è certo che la reazione dell’opinione pubblica alla crisi Ucraina ha preso alla sprovvista la Cancelliera e il suo governo, rivelando un umore di fondo del paese che i progressisti più ottimisti speravano di essersi lasciati alle spalle con la fine del ‘900. Evidentemente non è così e se è vero quel che ha dichiarato lo storico Heinrich August Winkler alla edizione domenicale della Frankfurter Allgemeine, ovvero che «l’ideologia di stare nel mezzo [tra occidente e Russia, nda] ha fatto il suo tempo», allora significa che la “nuova” Ostpolitik del Ministro degli esteri SPD Frank-Walter Steinmeier – accusato in passato di essere troppo morbido con la Russia ma diventato di recente più risoluto nei confronti di Putin – ha un problema in più. E ce l’ha in casa.

 

Nell’immagine, Putin e Merkel al G20 di San Pietroburgo nel 2013. Sasha Mordovets/Getty Images

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