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Come nasce una rivista letteraria

Un'intervista ai fondatori di n+1, e poi un filmetto al cinema

Incontro due dei cinque fondatori della rivista letteraria americana n+1 a cena nel quartiere di Chelsea, dove abita Ben Kunkel, autore di Indecision (Rizzoli, 2006). L’altro è Marco Roth, che pubblicherà l’anno prossimo in patria un memoir sulla morte del padre per AIDS. A inizio intervista mi dichiaro interessato a due soli argomenti, due aspetti dell’impresa di mettere in piedi una rivista: l’aspetto ideologico, l’aspetto economico.

Partiamo dal secondo, che mi interessa da quando sono stato a due loro fundraiser. Uno era a casa di una riccona a Park Avenue (attico con terrazza, vista sul Queens e Brooklyn, giovani goffi in abito da sera), l’altro a Riverside Drive, vero Upper West Side, a casa di un ex editor del New Yorker che durante la festa metteva all’asta i quadri appesi in salotto per finanziare la rivista. Forse è solo che vengono da Harvard, ma provo sia attrazione che repulsione per il loro stile neo-formale, come se il grunge letterario non fosse mai esistito.

Dopo la parte imprenditoriale incollerò le parti ideologiche della conversazione, che sono state preponderanti, visto che la rivista si pone come culturalmente militante e nasce da passioni e odi precisi.

 

L’aspetto imprenditoriale

FP

Voglio sapere come siete arrivati ai fundraiser e all’abbonamento speciale da diecimila dollari per cinque anni per chi vuole sostenere la rivista. Cominciamo dal primo numero.

MR

Chad [Harbach, autore di The Art of Fielding, esce in autunno in America NdR] era in Virginia e non poteva partecipare troppo. Ci raggiunse tempo dopo. Noi altri quattro [devo ancora nominare Keith Gessen, Tutti gli intellettuali giovani e tristi, Einaudi, 2010, e Mark Greif, curatore del convegno e dell’antologia critica What was the Hipster. NdR], seduti in cerchio nell’appartamento di Ben a Chelsea, ci impegnammo a mettere duemila dollari a testa, in tutto ottomila. Per coprire il costo della stampa di due numeri. E poi ci mettemmo a pensare al numero zero.

FP

Avevate un art director?

MR

No, ma molto carinamente ci ospitava e aiutava la piccola casa editrice Ugly Duckling Press. Era a DUMBO, occupava uno spazio per artisti al piano terra di un palazzo che fu in seguito venduto per dividerlo in condos. E una volta venduto cacciarono gli artisti, ma il proprietario per un po’ continuò a tenerceli dentro perché il palazzo avesse un’aria fica. Ora è diventato un negozio, Zara o Zoey, non so, ma forse nel frattempo anche loro sono falliti per la crisi. Credo anzi che ora sia un mercato delle pulci al coperto.

FP

Bella storia. È anche vera?

BK

Sì, è vera. Ah, c’era anche Alison Lorentzen [oggi è editor di Harper Collins. NdR]

MR

Alison venne mentre facevamo il numero zero e fu il primo caporedattore.

FP

Avete messo ottomila dollari per due numeri. E la distribuzione?

BK

Trovammo dei piccoli distributori indipendenti, fra cui Ubiquity. I nomi non contano.

MR

De Boer.

BK

Eravamo noi quattro più Allison. E la facevamo in parte da casa mia in parte da un appartamento in affitto di Keith.

FP

Siete venuti a NY per questo?

BK

Marco è cresciuto a NY. Io ero molto ambivalente su NY. Non ero venuto qui per alcun motivo. Ero venuto per starmene seduto in casa a chiedermi se non fosse meglio andarmene.

FP

Come siete arrivati ai grossi fundraiser dai primi ottomila dollari?

BK

I grossi fundraiser non sono grossi come sembrano.

FP

Per me è interessante capire come vi siete messi a pensare: compriamoci un vestito elegante e raccogliamo dei soldi.

MR

Mark è stato la mente imprenditiva, è diventato un ragioniere, ha tenuto i libri contabili. Ben invece è diventato un economista…

BK

…che guarda dall’alto in basso il semplice ragioniere, sì… Cioè, io ho studiato dove andava l’economia. Il che significa che di base sono stato inutile, come gli economisti. Seriamente: mi sono messo a scrivere di economia per n+1: ho scritto un saggio di cinquanta cartelle sulla piena occupazione. Che sia buono o meno, nessun altro mi avrebbe permesso di scrivere un saggio così. Credo sia questa la cosa importante. Mark comunque ha tenuto i conti. Per molto tempo non avevamo idea di come stavamo andando, e non facevamo molti soldi. Ogni tanto qualcuno scopriva la nostra esistenza e ci regalava del denaro.

FP

Che genere di persone.

BK

C’è un tipo con cui andavamo all’università: ha fatto i soldi con un hedge fund. Non ce ne ha dati moltissimi, almeno dal suo punto di vista, nell’ordine delle decine di migliaia di dollari. Ci ha permesso di farci un ufficio, e prendere un impiegato a tempo pieno.

MR

Le cose poi ci sono un po’ sfuggite di mano: la gente si abbonava alla rivista, uscivano degli articoli su di noi. Per il primo numero abbiamo avuto 250 abbonati, per lo più amici e parenti. Abbiamo adottato un modello organizzativo evangelico: uscivamo e chiedevamo a chi conoscevamo di abbonarsi. Abbiamo stampato mille copie del primo. Il primo è andato esaurito. Stessa cosa è successa col secondo numero.

BK

I distributori si occupavano delle librerie, ma agli abbonati spedivamo noi le copie: imbustandole a casa della madre di Marco.

MR

La prima spedizione è stata da casa di mia madre. La seconda mi pare da casa di Keith.

FP

Quindi dei primi ottomila dollari siete rientrati.

MR

Sì.

FP

Come raccogliete il denaro?

MR

Per un po’ abbiamo venduto la rivista senza però pagare nessun collaboratore. Abbiamo avuto da subito molti abbonamenti. Poi abbiamo raggiunto una stabilità e volevamo cominciare a pagare qualcuno che stesse in ufficio a tempo pieno. Poi abbiamo trovato un generoso sostenitore che da solo paga il nostro caporedattore. Abbiamo solo una persona pagata a tempo pieno. No, anzi adesso ne abbiamo due. Il sostenitore scommette su di noi: lui pensa che possiamo crescere e a un certo punto sostenerci da soli. Lui vuole aspettare che ci arriviamo. Il problema è per quanto tempo ci starà dietro.

FP

Quanti anni ha?

MR

È giovane.

FP

Giovane?

MR

Più giovane di me. [Roth è del ’74. NdR]

FP

Più giovane di te?

 

L’aspetto ideologico

MR

Abbiamo diversi punti di partenza. All’università, avevamo la sensazione che potevi scrivere di storia ma non critica, fare lavoro di studio ma senza impegnarti in società, e senza poter usare una scrittura vivace. Potevi scrivere per la New York Review of Books ma lì non potevi fare battute. Potevi scrivere per il New Yorker ma non è detto che lì potessi mischiare generi. Dovevi fare una cosa molto riconoscibile. E poi un’altra cosa: c’era questa cultura dell’approvazione dei pari, per cui se eri uno scrittore scrivevi per altri scrittori. E gli scrittori fra loro si apprezzavano sempre e nessuno criticava nessun altro. E gli scrittori dovevano sostenersi gli uni con gli altri, erano una comunità. E questo era il mondo di McSweeney’s [La grande ambiziosa rivista fondata da Dave Eggers, che ha unito grafica, fumetto e narrativa nel più bello e duraturo progetto di rivista mai realizzato. NdR]. Quando preparammo il primo numero, qualcuno lo fece vedere a Paul Auster e lui disse: Oh, è bello, perché è politico e letterario ed è letterario e politico. Cioè stavamo facendo simultaneamente letteratura e politica. I pezzi politici erano letteratura. Volevamo creare un misto di saggio e racconto che mischiasse i due generi. Che fosse aperto. Nel secondo numero c’è un bel racconto di Ben: “Diana Abbott”, parla di una donna che sta scrivendo una recensione di Elizabeth Costello di J.M. Coetzee. È una storia di crisi, la donna va in crisi perché sta scrivendo una recensione. Ecco cosa volevamo fare: far vedere che il pensiero è parte della vita.

BK

Mia madre viene dal Massachusetts. Ogni tanto andava su Harvard Square, e diceva, per spiegare perché si era trasferito in Colorado. “A Cambridge nessuno metteva i tronchetti di cioccolato nel gelato senza tirare in ballo Kierkegaard”. Ma io sono diventato editor di una rivista il cui approccio alla vita è esattamente quello. Comunque: fra noi non rispettavamo le distinzioni fra letteratura, politica, teoria, storia, saggio, fiction, quanto sono rispettate altrove.

FP

Diciamo che il modo in cui voi non rispettate le distinzioni e mischiate i generi è diverso, meno giocoso di com’è per esempio sul Believer [rivista di critica letteraria fondata da Dave Eggers, è la pubblicazione sorella di McSweeney’s, che si occupa di fiction. NdR].

BK

Tutta quella sensibilità giocosa in effetti non ci attraeva.

FP

Però di fatto non riuscite a superarla del tutto la giocosità. McSweeney’s e The Believer hanno cambiato le cose. Non si può prescindere da loro.

BK

Ok ma non è un gioco divertente davvero se nessuno si fa male.

MR

Ecco, stavo per dire: noi vogliamo giocare seriamente. Su McSweeney’s si gioca così: quando hai veramente qualcosa di grosso da dire, una posta in gioco, invece trattieni il colpo, e prendi una piega sentimentale. C’è un pezzo di Wesley Yang che dice tutto di cos’è n+1. C’era stata un’ondata di gente che sparava sulla folla. Quando succedono quelle cose senti esprimere compassione quasi automatica per le vittime e altrettanto automatica condanna dell’assassino. Stavo parlando con Wesley del tipo che aveva sparato a Virginia Tech e gli avevo detto, per provocarlo: Non ti immedesimi un po’ in quel tipo? Gliel’avevo chiesto perché da un po’ andava dicendo che in quanto maschio asiatico americano si sentiva anonimo, non riconosciuto, non rispettato. E anche il tipo di Virginia Tech era asiatico. E insomma mi ha risposto: sì, mi immedesimo, provo pena. Gli ho detto di scriverne. L’ha fatto. “The Face of Seung-Hui Cho”. Insomma, era un’eresia, ma volevamo trovare eresie contemporanee.

FP

La cosa bella della vostra rivista secondo me è che mette un po’ a disagio: non sembrate per niente fichi. Non siete un modello cui aspirare. Quelli di McSweeney’s erano fichi. Crescere con loro è stato bello. La controcultura era il posto migliore del mondo. La vera realizzazione letteraria di tutti i miti di purezza degli anni Novanta, Kurt Cobain, Eddie Vedder, l’epoca d’oro di George Saunders, Dave Eggers, Rick Moody e David Foster Wallace… era una vittoria della controcultura. Mentre leggendo n+1 ho la sensazione di trovarmi con i brutti. Wesley Yang. Marco Roth. Non avete la bellezza interiore manifesta. Questa è la cosa affascinante che avete voi.

MR

Non volevamo essere fichi.

BK

Io un po’ volevo essere fico. Diciamo però che n+1 non è mai stato patinato [Translation fail: la parola usata è “slick”. Per capire la differenza tra Mc Sweeney’s e n+1, diciamo che un numero di McSweeney’s lo potresti portare in regalo a qualcuno. N+1 è solo una rivista. NdR].

MR

Uno dei momenti chiave per noi è stato quando A.O. Scott del New York Times ha deciso di scrivere del Believer e di noi, perché noi ci opponevamo al Believer. East Coast contro West Coast. Nel primo numero avevamo scritto una cosa forte contro il Believer. Ma anche contro New Republic.

BK

Del Believer abbiamo detto che il loro criterio per fare critica letteraria era l’Entusiasmo più che la Competenza. E ciò, nonostante io avessi scritto per loro. Ci siamo bruciati ponti che non avremmo dovuto bruciarci, anche perché pubblicano roba ottima.

MR

In effetti non li avevamo stroncati, era una critica approfondita, non abbiamo detto che erano cattivi o che avevano torto, abbiamo solo detto qual era secondo noi la strada che avevano scelto.

FP

La strada dell’entusiasmo.

MR

E che per noi era un po’ un atteggiamento anti-intellettuale.

BK

E la strada della naiveté deliberata.

MR

Non hanno avuto una buona reazione.

BK

Ma neanche troppo pessima, nel senso che… non direi che abbiano trovato devastante la nostra critica.

FP

Ma cos’hanno detto?

BK

È questo il punto. Parte della cultura che criticavamo era quella in cui c’era troppa poca disputa letteraria. E si diceva solo: io amo questo autore, io amo quest’altro autore. E non c’era nulla per cui valesse la pena litigare, e noi pensavamo che le dispute fossero una parte importante della vita intellettuale di quanto non sembrasse ad altri.

MR

E in un certo senso la cosa che loro stavano inconsciamente replicando era uno stile capitalista, neoliberale, anything-goes.

FP

Quindi voi dite che nonostante io li percepissi come l’underground contro il capitalismo… Comunque ci hanno dato cose bellissime con cui vivere.

MR

E infatti sono una specie di lifestyle magazine.

BK

McSweeney’s e Believer all’inizio davano la sensazione di pensare che la letteratura fosse in un momento difficile in America e andasse salvata a tutti i costi rendendola appetibile. A noi interessava un’altra cosa: per noi i dibattiti erano più parte della natura della letteratura. Sembrava che per loro non fosse così. Il loro spirito di cooperazione lo impediva.

MR

Ma ti devi chiedere: lo scopo della letteratura è raggiungere molta gente?

FP

Che domanda poco interessante. Non voglio saperlo. E comunque, voi siete dalla parte di Jonathan Franzen, che ha quest’idea, anch’essa per me pochissimo interessante, che lo scrittore debba essere rilevante. No?

MR

Boh… lo scrittore può anche essere irrilevante…

FP

No, basta, è un argomento troppo noioso, finiamo qui.

[Poi andiamo a vedere Bridesmaids, una commedia poco brillante prodotta da Judd Apatow. Mentre raggiungiamo il cinema, Roth, riferendosi a un libro di uno scrittore del New Yorker, fa un commento che nel bene e nel male dice tutto dello stile secchione di n+1: “I find his pragmatism so unctuous!” NdR]

Pubblicato sul Numero 3 di Studio

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