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Scrivere di politica, scrivere per lo streaming

Parla Beau Willimon, creatore di House of Cards, in occasione del lancio italiano su Sky Atlantic. O del perché la storia d'amore tra una coppia machiavellica è quello che il pubblico vuole, e che i politici amano.

The road to power is paved with hypocrisy – and casualties. For those of us climbing to the top of the food chain, there can be no mercy.
– Frank Underwood

Ha esordito nel cinquecentenario de Il Principe di Machiavelli e di quest’opera e del suo autore-aggettivo è quasi un aggiornamento, una rivisitazione seriale alla luce cupa e sinistra dello scenario politico odierno: House of Cards, serie televisiva targata Netflix, sarà la punta di diamante del palinsesto del nuovo canale Sky dedicato alle serie Tv di qualità (Sky Atlantic, lancio il 9 Aprile). Fatto alquanto paradossale dato che proprio la serie creata da Beau Willimon e diretta da David Fincher ha incrinato irrimediabilmente il concetto stesso di palinsesto. House of Cards ha infatti sdoganato la già diffusa pratica del binge-watching, il consumo compulsivo di prodotti seriali svincolato da cadenze lineari, grazie all’ormai nota strategia distributiva che ha visto tutti gli episodi della serie rilasciati simultaneamente.

«Il binge-watching comunque non l’ha inventato Netflix con House of Cards» ci tiene a precisare Beau Willimon, che abbiamo contattato per telefono in occasione della prima Italiana della serie da lui creata. «Con l’avvento del video on demand, la pubblicazione di cofanetti e via dicendo, lo spettatore aveva già la possibilità di guardare intere stagioni in una sola seduta, quello che Netflix ha fatto è semplicemente aver dato la possibilità di scegliere sin dal principio». La serie, i cui dati di ascolto Netflix ha deciso di non pubblicare, è valsa al colosso del noleggio a domicilio e dello streaming una fortuna, portando in poche settimane la società di Reed Hasting alla ribalta e insidiosamente all’altezza dei colossi televisivi via cavo come Hbo. In molti hanno affermato che l’innovazione distributiva di Netflix abbia causato un vero e proprio cambiamento di paradigma, nella fruizione e nella programmazione di contenuti.

È legittimo dunque domandarsi se col cambio delle modalità di fruizione, cambi anche il modello produttivo. Beau Willimon spiega invece che «la serie deve funzionare sia che venga guardata in una volta sola e sia che venga guardata puntata per puntata, il processo di scrittura sostanzialmente non cambia». A questo però aggiunge: È anche vero che, sapendo che in molti guarderanno più episodi alla volta, non siamo obbligati a concludere ogni episodio con finali forzatamente ricchi di suspense, o ripetere informazioni ad ogni puntata al fine di “riconquistare” il pubblico».

L’accordo iniziale con Netflix prevedeva inoltre due stagioni intere, senza pilot, il che «mi ha consentito di lavorare su un arco narrativo più lungo e complesso, e meno episodico». «Il successo che House of Cards ha riscosso all’indomani della sua uscita su Netflix ha superato ogni nostra aspettativa», ammette lo sceneggiatore «e ci ha in qualche modo spinti a superare noi stessi nella seconda stagione». I superlativi si sono infatti sprecati sul web come sulla carta stampata, e tutti hanno accolto la serie con toni più che entusiastici. Persino il presidente Barack Obama, alla vigilia della seconda stagione ha pregato i suoi follower su Twitter di non spoilerare.

«Vidi affilare le armi della seduzione e affondare le lame della prevaricazione, in uno spettacolo tanto cinico quanto intrigante».

House of Cards è un adattamento di un’omonima serie della Bbc del 1990 che a sua volta era basata su un libro dall’ex capo di gabinetto del governo Thatcher Michael Dobbs. Dopo aver perso il posto di lavoro, Lord Dobbs decise di raccontare, senza troppi peli sulla lingua, le sue avventure a Downing Street. «Nessuno di noi vede House of Cards come un remake, non è un semplice adattamento, piuttosto una reinvenzione, una rilettura radicale che ovviamente mantiene alcuni aspetti dell’originale ma se ne distanzia significativamente», puntualizza Beau Willimon. L’originale ammontava a un totale di dodici ore distribuite su tre stagioni, la versione di Netflix è costituita da 26 puntate di quasi un’ora ciascuna. Con la recente conferma di una terza stagione le similitudini tra le due versioni sono destinate a diminuire ulteriormente.

Prima di dedicarsi alla drammaturgia, Willimon ha lavorato, prima come stagista poi come manovale degli uffici comunicazione, alle campagne elettorali di Charles Schumer, Hillary Clinton, Bill Bradley e Howard Dean. «Fu il mio caro amico Jay Carson, adesso consulente politico della serie, a iniziarmi. Mi propose di lavorare alla campagna per il senato di Charles Schumer [il senatore democratico, nda]. Avevo appena finito l’università e non sapendo bene che fare, accettai». Quanto quelle esperienze hanno influenzato la tua visione dei corridoi del potere? «Tanto, tantissimo. Fu un’esperienza affascinante e nonostante la mia posizione di aiutante ebbi l’occasione di osservare da vicino la spietata ambizione che serpeggia tra i politici. Vidi affilare le armi della seduzione e affondare le lame della prevaricazione, in uno spettacolo tanto cinico quanto intrigante. Chiaramente il mio show si concentra sul lato oscuro di Washington, c’è parecchia gente che ci va con tutte le buone intenzioni del mondo e che tuttavia una volta inserita nei meccanismi del potere viene per così dire risucchiata».

«House of Cards», prosegue, «non è una serie sulla politica, ma sul potere; non credo che sia la politica a essere corrotta a prescindere, è la sete di potere che la deforma fino ad allontanarla completamente dal suo scopo originario». L’efferatezza, le macchinazioni, il cinismo strategico di Frank Underwood altro non sarebbero che il backstage della politica, il ghigno alle spalle dei sorrisi rassicuranti. «Per quanto mi riguarda non è un personaggio cattivo ma pragmatico», Willimon difende il suo protagonista. « L’etica e la morale per Frank Underwood sono come sabbie mobili, qualcosa da evitare assolutamente sulla via del successo».

In House of Cards l’opportunismo politico non è una devianza ma una necessità strutturale: l’unica condotta possibile è “hunt or be hunted” per dirla con Frank Underwood. La serie smantella ogni residua traccia d’idealismo dal palazzo del potere, demistificando la vulgata che vuole la politica specchio dei politici e della loro morale. In House of Cards è vero il contrario, è la natura stessa del potere istituzionale che bandisce ogni forma di reciprocità tra i suoi ranghi e riduce i suoi funzionari al ruolo di sicari amministrativi.

«Far carriera a Washington richiede la stessa determinazione, bramosia e spregiudicatezza che ci vuole a Wall Street; sarebbe da stupidi pensare altrimenti», aggiunge deciso Willimon. È interessante come un prodotto del genere abbia intercettato il disincanto di un pubblico apparentemente meno incline a narrazioni consolatorie di quanto poteva esserlo dieci anni fa. Alpha House di Amazon, serie ambientata a Washington anch’essa ma decisamente più “leggera”, ha riportato scarso successo ad esempio. L’ottimismo tardi anni Novanta di una serie come The West Wing, poi, oggi farebbe sorridere… È pur vero che anche nel raffinato panorama della serialità televisiva contemporanea vi sono visioni meno ciniche – Scandal e Veep per esempio – però nessuna di esse ha avuto il successo e la risonanza mediatica della serie in questione. Questo è un dato significativo.

È interessante capire le circostanze che hanno permesso a Beau Willimon e ai suoi collaboratori di concepire e realizzare un prodotto all’apparenza libero da ogni compromesso o pressione censoria. La serie per altro è stata commissionata dopo che Netflix aveva attentamente studiato le abitudini e preferenze dei suoi abbonati, le linee generali della stessa (genere, regista, attori) erano state suggerite dai dati raccolti.

Ci domandavamo così se questo processo abbia interferito in alcun modo con quello creativo. «Netflix ci ha dato carta bianca, dicendoci che la nostra idea era quello che loro volevano, non ci sono state interferenze di nessun tipo. Netflix non ha mai emesso decreti riguardo a quello che potevamo o non potevamo fare, ha seguito la produzione certo, avevano anche accesso ai dailies (il materiale girato ogni giorno) ma mai si sono intromessi nel processo creativo. Abbiamo intrattenuto un dialogo produttivo e interessante con persone competenti che sono state spesso in grado di offrire spunti molto stimolanti. Tutto qui, nient’altro».

«È anche la storia di un matrimonio che, al contrario della maggior parte dei matrimoni che vediamo alla Tv di questi tempi, è solido e funziona»

L’assenza di classificazione (divieti ai minori etc.) propria dei canali via cavo così come di Netflix è uno dei fattori che permettono agli sceneggiatori americani di avventurarsi fuori dalla cosiddetta “comfort zone” ed evitare i cliché narrativi su cui i network tradizionali e Hollywood continuano a puntare.

«Non avendo mai lavorato per la televisione non ho termini di paragone a disposizione, ma non mi posso lamentare per nulla del controllo creativo che Netflix ci ha lasciato. Sia io che Fincher siamo neofiti, nessuno di noi aveva mai fatto una serie televisiva prima, di fatto non ci abbiamo nemmeno provato a farne una; quello che abbiamo fatto è più che altro un film di 26 ore diviso in 26 capitoli».

Se il potere dunque è sia musa sia oggetto della serie, la relazione tra Frank Underwood e sua moglie Claire e le dinamiche del loro matrimonio ne sono la sublimazione drammaturgica. Nelle logiche clientelari e “transazionali” (così le definisce Willimon) del loro amore di calcolo e complicità imprenditoriale, la poetica della serie si esplicita tramite il più classico degli espedienti narrativi: il rapporto tra uomo e donna. Persino il tradimento è funzionale alla scalata verso le vette del potere di Frank, così come lo è la beneficenza che Claire utilizza come un machete per spianare la strada al marito.

«Per me questa serie è anche la storia di un matrimonio che, al contrario della maggior parte dei matrimoni che vediamo alla Tv di questi tempi, è solido e funziona», dice Willimon senza alcuna ironia. La coppia ricorda molto i Clinton, che al contrario degli Obama, dove è Barack a dominare le scene, contavano su una presenza femminile molto forte, quasi fallica al fianco del mite Bill.

Che gli spettatori considerino House of Cards un film sul governo americano o sul matrimonio di Frank e Claire, quel che è certo è l’enorme favore di pubblico che la serie ha incontrato. Ma a Washington invece, cosa pensano del suo show? «So che ci sono giornalisti che hanno passato una vita intera a Washington e ritengono che la serie sia il ritratto più autentico che abbiano mai visto di quel mondo. Mentre ai politici piace specchiarsi in una fiction che parla di loro e sono disponibili a guardare al loro lato malvagio molto di più dei media, che invece la realtà cercano sempre di plasmarla o quantomeno filtrarla».

 

Dal numero 19 di Studio, in edicola

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