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Azzedine Alaïa, maestro del corpo

Si è spento a Parigi lo stilista di origini tunisine. Autore di una moda senza tempo e indipendente, è stato sarto, couturier e voce critica senza eguali.

Una delle cose che racconta bene il carattere dello stilista Azzedine Alaïa, spentosi sabato 18 novembre nella sua casa-atelier a Parigi, è l’incertezza sulla sua età reale. Business of Fashion, che per primo ha riportato la notizia, dice settantasette, il New York Times ottantadue. Non si tratta di un errore giornalistico, o perlomeno non del tutto. Perché Alaïa sulla sua età ci ha sempre un po’ giocato, ironico e riservato come lo descrivono tutti quelli che lo hanno conosciuto bene, e stabilire oggi se quel 1940 riportato da Wikipedia sia reale o meno, è assolutamente secondario. C’è di sicuro, invece, che se n’è andato un autore eccezionale, colui per il quale l’appellativo di maestro non è pomposo né retorico come lo sono spesso tutte le commemorazioni dei grandi. Di Alaïa ci rimangono le bellissime immagini di donne statuarie nei loro abiti, che lui gli cuciva addosso – letteralmente – con la perizia del sarto. Rimane la storia di un marchio, nato nel 1980, che per lungo tempo è stato il miglior segreto delle parigine che andavano a trovarlo nel suo piccolo atelier disordinato (prima sulla Rive Gauche, poi nel cuore del Marais), e da lui si facevano vestire.

E quelle sono immagini che purtroppo non possediamo, ma che possiamo immaginare: il piccolo sarto-couturier – “petit main” come amava definirsi lui stesso – che lavorava con tutti i corpi, non solo quelli straordinari di Naomi Campbell, per la quale è stato una figura paterna, di Grace Jones o di Greta Garbo, e che per ognuna delle sue clienti sapeva realizzare l’abito giusto. «La mia base di partenza è sempre la donna, il corpo che vesto. Non penso mai a essere di moda o rivoluzionario. Non penso mai a fare qualcosa che sia “Alaïa” (…) Non mi è mai interessato essere un famoso designer o couturier», ha detto in un’intervista del 2016 a Susanne Frankel, su AnOther Magazine. Un atelier, il suo, che è stato boutique, abitazione privata e showroom allo stesso tempo, dove Alaïa ha sempre lavorato secondo il suo tempo, che non è mai coinciso, volutamente, con quello di tutti gli altri. Non ha mai lavorato sulla tendenza quanto invece su tutto quello che è “intemporelle” e pur rimanendo al di fuori dei ritmi insensati della moda degli ultimi anni, si è sempre messo in discussione. Ai moodboard ha sempre preferito le fotografie appese delle persone che conosceva, uomini e donne, e dalla cui personalità si sentiva ispirato. Le sue sfilate erano eventi privati per pochi tra clienti, giornalisti e buyer selezionati, le sue collezioni notoriamente arrivavano, ai distributori che potevano vantarsi di venderle, secondo una stagionalità tutta sua. «Io sono come un frutto, sono pronto quando sono pronto», ha ripetuto spesso nelle interviste.

A portrait dated 03 September 1989 of Tunisian-bor

L’ultima collezione l’ha presentata lo scorso luglio durante la couture, con uno show aperto e chiuso, naturalmente, dalla sua Naomi. Non ha mai fatto pubblicità. Lavorava fino a tarda notte mentre la tv era sempre accesa, preferibilmente sintonizzata su National Geographic o sui canali di documentari, sia storici che di viaggi. Cresciuto a Tunisi dai nonni materni in una grande famiglia numerosa, era solito cucinare lunghi pranzi da almeno tre portate per tutti gli amici, i collaboratori e i giornalisti che andavano a trovarlo nel suo studio. Gli piaceva ricreare un’atmosfera intima e familiare, come quella in cui era cresciuto, regalando ai suoi ospiti gli aneddoti di quando, da adolescente, lavorava nella casa di Madame Pineau, una levatrice dal carattere risoluto che per prima lo aveva introdotto alle riviste di moda e che lui aiutava nello scegliere gli abiti dai cataloghi per corrispondeza. Chez Alaïa si potevano incontrare personalità di tutti i tipi, da Carla Sozzani, sua collaboratrice di lungo corso, a Caroline Fabre-Bazin, il suo braccio destro, dallo stylist Joe McKenna al designer e amico fraterno Marc Newson. Ma Alaïa è stato anche attento osservatore e critico del sistema, all’interno del quale era riuscito a ritagliarsi uno spazio tutto suo, rivendicando una dimensione privata del mestiere che in pochi possono oggi reclamare.

È stato un pensatore libero a tutti gli effetti, ha voluto fare un passo indietro quando la finanza è entrata di prepotenza nell’industria della moda ed è ritornato sulle scene quando ha trovato un partner che potesse rispettare le sue esigenze, prima Prada, nel 2000, da cui si era ripreso tutte le sue quote, e poi Richemont, con cui ha siglato un accordo nel 2007 e che ha compreso subito che ad Alaïa si lascia fare Alaïa . È sempre stato pienamente in controllo della narrativa del suo marchio (e del suo personaggio) e ha mantenuto lungo tutta la sua carriera quella curiosità intellettuale che lo aveva fatto arrivare da Tunisi dove, giovanissimo, era già entrato nelle grazie di tutte le signore più eleganti, all’atelier di Christian Dior – correva l’anno 1957, su questo le biografie concordano – che morirà poco dopo e verrà sostituito dal suo assistente, Yves Saint Laurent. Con Azzedine Alaïa se ne va un protagonista straordinario della moda del Novecento. Fortunati quelli che hanno potuto sedere alla sua tavola e godere della sua compagnia.

In apertura: Azzedine Alaïa con la sua musa Naomi Campbell nel 2011. Nel testo: un ritratto dello stilista del 1989 (Getty Images)
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