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Italia, un’autobiografia

Uno storico psicanalizza l'Italia tra fascismo e Seconda Repubblica. Autobiografia della Repubblica, una buona lettura a un mese dal voto

C’è un’osservazione di Palmiro Togliatti, datata giugno 1944, così assennata che continua a far riflettere a distanza di settanta anni: «Il fascismo è stata una cosa troppo seria perché si possa pensare di liberarsene con un volgere di mano». Che in Italia i conti con il fascismo siano invece stati fatti proprio «con un volgere di mano» e con «memoria indulgente», come annota Guido Crainz in un testo uscito per Donzelli nel 2009 e ri-pubblicato da Feltrinelli a fine 2012, è un fatto apparso chiaro appena qualche giorno fa. Autobiografia di una Repubblica, questo il titolo del saggio di Crainz che ho appena citato, è un libro scritto in uno stile chiaro e asciutto, un’ottima lettura per chiunque abbia ancora voglia di interrogarsi sulla cosiddetta «anomalia italiana» e a maggior ragione a meno di un mese da nuove caotiche elezioni. Soprattutto perché si pone l’unica domanda che conta davvero arrivati a questo punto. Ovvero: ma a questo punto come ci siamo arrivati?

Per rispondere a un quesito talmente enorme, Crainz (Udine, 1947. Un passato mai insabbiato nel direttivo di Lotta continua e un presente di docente di Storia contemporanea presso L’Università di Teramo e di critico da/della sinistra sulle pagine de la Repubblica) più che da storico agisce da psicologo e cerca di far riemergere quello che, nell’itinerario di formazione della fragile personalità del paese, è stato soggetto a tabù, rimozioni e/o storpiature nel ricordo. Dentro ad Autobiografia della Repubblica (la citazione di uno dei passi più celebri di Elogio della ghigliottina di Piero Gobetti è intenzionale) si ritrova quindi la grande matassa del “non detto perché indicibile”, del “saputo ma sempre taciuto” che ha segnato la nostra storia tra la seconda guerra mondiale e l’avvento della Seconda Repubblica. Cose che oggi sembrano oramai già bacucche ma che, in buona parte, ci hanno scortati fino a questa profonda e apparentemente inarrestabile crisi d’identità. È evidente che rovistare nella levantina psiche italiana non è un’operazione semplice e dal punto di vista della storiografia richiede fin da subito una scelta di campo. Quella di Crainz è implicita e comporta una rinuncia in parte alla postura smussata e composta dello storico per assumere quella più militante e acuminata del critico culturale. Per destreggiarsi nel racconto di quest’ultimo mezzo secolo, Crainz utilizza materiali anche molto diversi e uno stile “polifonico” che, come ha scritto Nicola Lagioia su Minima&Moralia poco dopo l’uscita della prima edizione Donzelli, presta «continuamente la voce a tutti gli attori capaci di restituire una forma al pozzo nero in cui siamo stati capaci di infilarci, contrappuntando la propria ricostruzione dei fatti con fonti che vanno dalle bibliografie degli altri storici ai dati degli istituti di statistica, dal giornalismo alla letteratura, dal preciso termometro sociale che spesso è stata la musica leggera allo spesso inquietante apparecchio radiografico». È una polifonia in cui soffia la brezza dell’onestà intellettuale e tanto mi basta. Dopodiché starà al lettore.

Qui di seguito alcuni dei passaggi che più mi sono rimasti impressi, riguardo a vari aspetti del nostro comune passato.

Sulle continuità tra fascismo e Prima Repubblica:

«È difficile sostenere che sia scomparso senza lasciare tracce all’indomani della Liberazione il carattere “onnivoro” del Partito nazionale fascista o quel suo contornarsi di istituti ed enti in cui collocare gli elementi fedeli; esasperando la pratica della discriminazione in base all’appartenenza. Quel suo porsi come strumento di mobilitazione e al tempo stesso come dispensatore di favori, capace di fornire sicurezze ideali e vantaggi materiali […] Non era scontato neppure il permanere degli enti creati dal fascismo, che erano venuti a presidiare ampie aree della vita sociale: intere politiche pubbliche erano state poste infatti sotto la loro egida, e si pensi solo al ruolo dell’Imi e dell’Iri» (Pg. 27 – 29)

Sulla ghettizzazione, sostanzialmente anticostituzionale e puramente idiosincratica, di tutto ciò che è politicamente e culturalmente connotato e connotabile come “comunismo”. Un processo sulla cui base si innesca la cosiddetta “egemonia culturale” di sinistra, in seguito uno dei più grossi malintesi e freni a uno sviluppo normale del paese, almeno a giudizio di chi scrive.

«Fra il 1954 e il 1955 sono ben quattro i consigli dei ministri che discutono i provvedimenti da adottare nei confronti dei comunisti e lo spirito che li anima è sintetizzato dal capo del governo, Mario Scelba: “occorre partire da una precisa constatazione, e cioè che il Partito Comunista agisce fuori dalla Costitutizione […]  contro la democrazia e contro lo Stato democratico servendosi dell’appoggio di una potenza straniera. Se si accetta questa impostazione, ogni provvedimento diventa logico”. Ne seguono iniziative concrete che violano apertamente i diritti costituzionali e il quadro è completato poi da altri atti, sui terreni più diversi: ad esempio le discriminazioni nei confronti dei film “di sinistra”, cui si aggiunge una censura che colpisce metodicamente i migliori registi italiani. Viene consegnata così nelle mani del Partito comunista la bandiera della libertà d’espressione: stanno qui molte ragioni della sua “egemonia culturale”, e anche del suo orientarsi a sinistra di molti dei giovani degli anni sessanta» (Pg. 51 – 52)

Sulla gestione del boom economico, citando un articolo di Scalfari del 1994:

«La grande mutazione genetica si colloca alla fine degli anni sessanta e coincide con la prima vera fase di benessere che il nostro paese abbia mai vissuto. Ci sarebbe voluta una classe dirigente moralmente e professionalmente capace di utilizzare quella ricchezza per costruire una società giusta, civile e agiata. Abbiamo invece partecipato ad una grande abbuffata nel corso della quale tutte le regole sono state calpestate» (Pg. 74)

Sul frainteso concetto di “rischio d’impresa”, tra ’60 e ’80, e sulla via “tutta nostra” al capitalismo; citando La repubblica dei partiti di Scoppola:

«Abbiamo cercato il benessere, non il senso del rischio, dell’iniziativa e della responsabilità individuale. Le imprese hanno percepito profitti crescenti ma sono state pronte a chiedere la socializzazione delle perdite, favorite in questo dai sindacati in lotta contro i licenziamenti e dalla cultura cattolico-sociale. […] Su questa realtà si sono creati circuiti di consenso e di potere che hanno coinvolto maggioranza e opposizione, sindacati, partiti politici e istituzioni, in un sistema sempre più corporativo e consociativo» (Pg. 78)

Sulle tangenti come prassi e non come anomalia:

«Nel 1974 il ministro dell’Industria Ciriaco De Mita afferma: “il finanziamento dei partiti politici è un fatto stabile, una costante […] Improvvisamente si scopre che l’Enel finanziò i pariti, come se non si sapesse che questo è fra gli obblighi, diciamo così, sub-istituzionali dell’Ente» […] In quello stesso anno lo scandalo delle tangenti petrolifere rivela che la corruzione politica non è anomalia ma regola»


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