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Au revoir, Fnac?

Storia di un mito, della sua creazione, del suo "ribellismo", del suo declino: la Fnac e Max Théret

Il 28 marzo, il direttore dei negozi parigini della Fnac veniva sequestrato per sette ore dai suoi dipendenti. Senza saperlo, questi avevano compiuto un atto assolutamente in linea con le origini dell’azienda, e con la storia del suo fondatore. Oggi la Fnac fa parte di Ppr (Pinault Printemps Redoute) insieme a marchi come Gucci e Yves Saint Laurent. A differenza di questi però Fnac è in crisi profonda da anni, e in attesa di trovare un compratore, Pinault ha deciso che oltre a un piano di 510 licenziamenti, si dovrà gradatamente trasformare in rivendita di elettrodomestici. Anche qui, si tratta di un ritorno alle origini.

La storia della Fnac è soprattutto quella del suo fondatore, Max Theret, morto novantaseienne a Parigi nel 2009. Théret aveva fondato la “Fédération nationale d’achat des cadres”, Fnac appunto, nel 1954, come gruppo d’acquisto per i quadri del partito socialista, un Groupon per far risparmiare i compagni sul prezzo d’apparecchi fotografici e piccoli elettrodomestici. Théret era, infatti, appassionato di fotografia. Ma soprattutto, trotskista (fotografo trotskista, è un soggetto ottimo per Nanni Moretti). Soprannominato “Max La ménace”, Max la minaccia, nel 1934 conosce l’uomo che gli cambia la vita, Trotsky appunto, che in quegli anni vive in esilio nella foresta di Fontainebleau alle porte di Parigi. Théret diventa autista e guardia del corpo del vecchio eroe della rivoluzione bolscevica. Nel ’36 poi va in Spagna, a cercar la bella morte contro Franco, poi ci sarà la II guerra mondiale, dove sarà un finto riparatore di cavi elettrici e in realtà intercettatore di conversazioni telefoniche dei nemici e poi collaborazionisti di Vichy. Il suo generale, per ricompensarlo delle missioni sotto copertura, gli darà un posto al ministero della Posta e delle Telecomunicazioni, come responsabile degli approvvigionamenti. Qui Théret capisce di avere grandi doti anche di commerciante: nel ’54 quando apre la Fnac riesce a spuntare prezzi bassissimi acquistando grandi quantità di prodotti, grazie alle “economie di scala” – se allora si chiamavano già così. «Grazie agli sconti ottenuti, migliorammo i salari e in questo modo intendevamo aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori» spiegherà il socio André Essel nella sua autobiografia Je voulais changer le monde. Gli sconti dal 15 al 40 per cento sui prezzi ottengono un successo clamoroso. Un giornale che tira 300.000 copie, Contact, stampato da Théret, fa battaglie d’opinione sulla necessità politica di tenere i prezzi bassi. Nel frattempo la Fnac diventa “agitateur culturel”: nel 1968 organizza il “festival della giovane canzone francese”. I libri arrivano solo nel 1974: si vendono con sconti del 20 per cento (ma in alcuni casi anche dell’80 per cento); la nuova parola d’ordine è: “i libri sono fatti per i lettori o per le librerie?”. Maria Callas e Juliette Greco animano i Venerdì della Fnac. “Agitateur culturel” ma anche supermarket identitario: secondo il sociologo Vincent Chabault, “la Fnac ha avuto un ruolo massiccio nella fabbricazione e distribuzione di un gusto medio in Francia, come Wal-Mart in America. Ha allargato l’accesso alla cultura, ma ha ristretto l’offerta. Il 70% di ciò che si vende è tecnologia. Il resto è una verniciata di cultura”. Non solo dischi e libri, infatti, ma sempre più biglietti per mostre e concerti, e poi computer e informatica.

Nel 1981 la legge Lang sull’editoria vieta per sempre gli sconti forsennati. Théret e socio vendono tutto: allora la Fnac fattura 768 milioni di franchi e ha 2000 dipendenti; dieci anni dopo scenderanno a 500. Théret continua la sua vita à bout de souffle: coi soldi guadagnati diventa un grande sponsor di Mitterrand. Ma fare il rentier l’annoia: tenta l’avventura coi quotidiani: acquista France Soir nel 1982 e Le Matin nel 1985 (andranno male tutti e due). Nel 1982 l’ultima avventura, stavolta nella finanza, con un raid di Borsa che lo porta in carcere per due anni per insider trading. “Non il massimo, ma nemmeno la fine del mondo” dirà appena uscito, toccandosi le due pallottole ancora conficcate in una gamba, ricordo della guerra di Spagna. Nel frattempo la Fnac finiva nelle mani di Pinault, i dischi scomparivano causa iPod, le macchine fotografiche causa iPhone, e il glorioso marchio ribellista, surrealmente declinava accanto a scintillanti Gucci e Stella McCartney. (Nel frattempo c’era stato lo sbarco in Italia. Per chi non è stato adolescente nei primi anni Novanta: si andava a Parigi per tre cose, la Gare d’Orsay, il Beaubourg, e finalmente, l’abbandono al Fnac Forum sotto Les Halles, paradiso bianco di dischi e libri e tecnologie insieme, allora una cosa inimmaginabile in Italia. Quando la Fnac aprì a Milano, dieci anni dopo, ai più nostalgici sembrò già la fine di un mito, e la minaccia di una decadenza irreparabile).

 

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